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Messaggio di ecce_ da commentare:
«Sì, sì, sì». Il triplice rito con il giudice alla cornetta
di Cecilia Zecchinelli

TEHERAN — «È normale qui in Pakistan», conferma da Islamabad Azhar Masood, veterano del giornalismo pakistano, esperto di temi politici e sociali. E spiega che succede in molti casi in cui uno degli aspiranti coniugi, spesso la sposa, non può raggiungere l’altro per motivi legali dovuti alle normative sull’immigrazione del Paese in cui si trova lo sposo, per questioni finanziarie (ci vorrà del tempo perché i due possano effettivamente ricongiungersi, ma non vogliono aspettare), o anche per volontà della famiglia di lei che preferisce lasciarla partire solo una volta regolarmente coniugata.

Il «matrimonio telefonico» avviene come quello regolare, che per l’Islam non è mai un sacramento, ma è un contratto civile. Ovvero la ragazza deve essere accompagnata da almeno due testimoni e in alcuni casi dal suo tutore (padre o fratello) e deve essere presente un giudice, non necessariamente religioso. Dall’altra parte del filo telefonico, ci sarà lui, accompagnato dai due o più testimoni e da un rappresentante ufficiale del suo governo, in ambasciata più frequentemente. «E allora il giudice chiederà alla ragazza per tre volte se vuole sposarsi con quella persona, lei risponderà tre volte sì — continua Masood —. Dall’altra parte, lo sposo farà lo stesso, dando tre volte il suo assenso. Per la legge pakistana sono regolarmente sposati».

Non sono solo immigrati con problemi finanziari o legali ad utilizzare questa pratica. E non succede sempre che sia la sposa la «parte» rimasta in patria. Tempo fa Shoaib Malik, una celeberrima stella del cricket ovvero dello sport nazionale pakistano, si è accasato via telefono con una ragazza indiana che aveva incontrato a Dubai. Tornati a casa, lui nella città pakistana di Sialkot, lei in quella indiana di Hyderabad, avevano osservato le norme previste dalla legge e si erano sposati in segreto, complici le telecom locali. Quando la notizia diventò di pubblico dominio (ma a far scalpore era stato soprattutto il matrimonio di un campione dell’orgoglio pakistano con una cittadina dell’India, nazione ben poco amata nella terra di Malik), la sposa aveva dichiarato di essere molto felice e «che comunque non vedeva proprio niente di strano nell’essersi sposati via telefono: c’era il qadi, il giudice religioso, era tutto normale ed è una cosa molto islamica, molti musulmani lo fanno». Il problema, in caso, nasce dalle normative dei Paesi occidentali coinvolti: se negli Stati Uniti il matrimonio per procura dall’estero è legale «tranne quelli celebrati con la legge islamica», in altri Stati non ci sono ostacoli particolari. E ad esempio anche numerosi egiziani hanno seguito negli ultimi anni questa via dall’Italia, tramite la loro ambasciata. Una volta riconosciuto dal governo del Cairo il matrimonio, devono seguire le pratiche per registrare l’atto anche nel nostro Paese, come qualsiasi unione celebrata e valida all’estero. Poi, inchallah, il ricongiungimento.

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