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Cluster bombs, a Oslo convegno per l’abolizione

Parte dalla Norvegia la nuova campagna internazionale contro le cluster bombs, le famigerate «bombe a grappolo», artefici della morte e della mutilazione di migliaia di civili in tutto il mondo. I rappresentanti di 45 Stati, oltre a svariate organizzazioni internazionali (tra cui lo UNDP - il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo - la Croce Rossa Internazionale e Cluster Munition Coalition ), sono riuniti a Oslo dal 20 al 24 febbraio per «gettare le basi per un trattato internazionale che bandisca le cosiddette cluster bombs». La conferenza, promossa dal governo norvegese, rappresenta un nuovo, importante tentativo dopo il fallimento della Convenzione internazionale sulle armi convenzionali dello scorso autunno, voluta dal segretario generale delle Nazioni Unite e non ancora ratificata da moltissimi Paesi, tra cui l’Italia. Tale documento, entrato in vigore il 12 novembre 2006, obbligava tutti i Paesi che hanno fatto di "bombe a grappolo" uso a fornire chiarimenti dettagliati sul numero e il luogo degli ordigni esplosivi rimasti inesplosi, che continuano a provocare migliaia di vittime ogni anno.

Le cluster bombs sono state utilizzate in quasi tutti i conflitti della storia recente, dal Vietnam all’Afghanistan, passando per l’Iraq, la Bosnia Erzegovina e, da ultimo, il Libano da parte degli israeliani. Si calcola che negli ultimi trent’anni abbiano ucciso almeno 11mila cvili. Proprio in Libano, l’Unmas , l’agenzia delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine, ha rilevato la presenza di circa un milione di munizioni cluster inesplose nella parte meridionale del Paese. Dal cessate il fuoco in poi, solo il 10 per cento delle munizioni è stato bonificato, e l’operazione dovrebbe durare, secondo le stime di Unmas, fino al dicembre 2007.

La portata micidiale delle cluster sta nel fatto che tali ordigni «hanno un duplice effetto», spiega Steve Goose, direttore della divisione armi di Human Rights Watch: «Al momento dell’attacco, le piccole bombe si disperdono su un ampio perimetro e non possono essere controllate. La maggior parte di queste non esplode al momento dell’impatto e può uccidere anni più tardi», funzionando nei fatti come delle vere e proprie mine anti uomo. «Durante la guerra in Iraq e nel Kosovo, le bombe a grappolo hanno ucciso più civili di qualsiasi altra arma», ha aggiunto Goose.

Per l’Italia, parteciperà ai lavori di Oslo la Campagna Italiana Contro le Mine , il cui presidente, Giuseppe Schiavello, ha espresso l’auspicio che «davvero si possa concretizzare un percorso comune che culmini con la stesura di un trattato internazionale ampiamente riconosciuto, e che possa mettere fine all’uso di questi ordigni dalle inaccettabili conseguenze umanitarie». C’è da dire, però, che l’Italia, oltre a non aver ratificato la Convenzione dello scorso novembre, è stata identificata come uno dei 35 Paesi che producono munizioni cluster. L’esercito italiano non le ha mai utilizzate direttamente, ma il nostro contingente ha partecipato a missioni internazionali dove sono state ampiamente impiegate (Kosovo, Afghanistan, Iraq). Non si conosce del resto la quantità di munizioni detenuta dalle Forze Armate italiane. Lo scorso 16 gennaio la Commissione Difesa alla Camera ha però approvato una risoluzione che chiede al governo di impegnarsi nella messa al bando delle munizioni a grappolo, inserendole nella normativa (la 375/97) che proibisce l’uso, la produzione e lo stoccaggio delle mine antipersona).

Il problema è che a livello internazionale non esiste alcuna normativa che vieti agli Stati il possesso o l’utilizzo di questo tipo di ordigni, e questa è la ragione principale addotta dai Paesi che si oppongono alla messa al bando, Stati Uniti, Russia e Cina in prima linea. Qualcosa almeno a livello di opinione pubblica sembra comunque muoversi, considerando, ad esempio, che un progetto di legge che proibisce «l’uso e il trasferimento di munizioni cluster» è stato presentato lo scorso 14 febbraio al Congresso statunitense, dove, secondo Human Rughts Watch, avrebbe riscosso un notevole successo.

Per adesso, l’auspicio del meeting di Oslo (al quale parteciperà anche il premio Nobel per la pace 1997 Jody Williams, coordinatrice della campagna per la messa al bando delle mine) è che una presa di posizione forte a livello internazionale possa essere in grado di fare pressione sugli Stati fino ad oggi contrari all’abolizione . L’obiettivo ultimo, comunque, resta la messa al bando definitiva entro il 2008.

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