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raggioverde
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STO LEGGENDO
dovrei avere più cose da leggere
HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle
STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto
ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema
OGGI IL MIO UMORE E'...
strano
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
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MERAVIGLIE
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Messaggio
di raggioverde da commentare:
Dopo un capitolo di "Stella Sbandante" dedicato ad Ivo, ecco uno dove protagonizza Marina...
Sei 3 marzo 2000
Quel sabato Marina si svegliò lentamente, a ondate, senza la punzecchiatura improvvisa di una sveglia pronta a interrompere anche il più bello dei sogni. Prima la sensazione di potersi muovere, poi le palpebre ancora pesanti, poi si era accorsa che la coperta marrone le lasciava appena scoperta la spalla sinistra e che provava una sensazione di calore causata da un peso leggero sulla gamba destra. Aprì gli occhi poco a poco. Un gatto di color bianco e arancione dormiva accanto a lei, appoggiando una zampa e la testa sul suo polpaccio. Sarebbe entrato mentre dormiva, pensò la ragazza. Guardò la sveglia a radio che si trovava sulla sua scrivania, all’ altro estremo della stanza. Le nove e cinque, indicavano le luci elettroniche rosse. Si stirò le braccia languidamente, lasciò andare un respiro profondo. Che giorno era? Sabato. Che c’ era da fare? Come sempre i compiti, ma non troppi stavolta per fortuna, il semestre si trovava ancora relativamente all’ inizio. Si spostò la gamba un pò, svegliando il gatto, che si stirò pure, si pulì la faccia con le zampe. “Vieni Mellato, vieni bel micio, vieni vicino” gli disse lei in una voce tenera, e Mellato si avvicinò a passi lenti per farsi accarezzare, movendo prima una zampa, poi l’ altra, poi le due zampe posteriori, per arrivare esattamente sotto la mano destra di Marina. Una carezza, due carezze, tre carezze, un’ altra dalle orecchie fino alla coda, e cominciarono le fusa. Tutti e due gatti appartenevano alla famiglia intera, ma per qualche motivo sconosciuto, Mellato si era affezionato più a Marina, e se trovava la porta della sua stanza anche un pò aperta, entrava a cercarla, e di notte, veniva anche lui sopra il letto. Argenta, la gatta grigia, faceva lo stesso con Piero, qualche volta anche addormentandosi sulla sua scrivania, davanti allo schermo del computer. Dopo alcuni minuti di carezze e fusa, il gatto si allontanò, scese dal letto, e uscii dalla porta, probabilmente in cerca di colazione. Marina si levò dal letto, sistemò la coperta un pò, e poi si mise le pantofole. Indossava una camicia di notte bianca, con maniche larghe, decorata da pallini rosa. Guardandosi allo specchio, si dette due colpi di spazzola ai suoi lunghi capelli biondi, e gli mise una barretta azzurra. Poi prese un accappatoio fiorito da un gancio e se lo mise sopra la camicia di note, allacciandosi anche il cinturino. Si sedette sopra il letto, levò uno dei due cuscini, e trovò i messaggi di quel ragazzo conosciuto poco fa, che anche dalla distanza svegliava nuove sensazioni dentro di lei. “Buona fortuna in tutto, Marina, ricorda che sono dalla tua parte…” Ma come sarebbe lui davvero? Se in qualche giorno si trovassero fianco a fianco, Ivo le parlerebbe dello stesso modo sincero e sensibile, come scriveva? Era così diverso da tutti gli altri ragazzi che lei aveva conosciuto, anche se non erano tutti uguali tra di loro. Ognuno aveva trovato un modo nuovo di deluderla. Ivo non sarebbe così, era convinta, era lui la speranza, magari anche il futuro. “Ho trovato qualcuno che mi apprezza”, si disse a voce alta. Anche sentirsi dire queste parole la davano una sensazione di leggerezza, di forza, di certezza, di felicità. Sorrise. Mise i messaggi di nuovo sotto il cuscino. Aprii la porta, attraversò il salotto e passò alla cucina, per prendersi la colazione. E di colpo capì che qualcosa non andava bene. Per primo, tutti i quattro fratelli si trovavano dentro, Stefan e Jonas, i due biondi, seduti, Gianluca, il più grosso e l’ unico baffuto, e Piero, l’ unico dalla carnagione scura, in piedi. E già vestiti tutti e quattro, nessuno in pigiama o senza le scarpe neppure. Stefan e Gianluca la guardavano di modo piuttosto strano, come un professore che interroga uno studente quando sa che lui non sa la risposta. Marina li guardò tutti e quattro, notando i loro atteggiamenti: Stefan, il ritratto dell’ autocontrollo machiavellico, Gianluca insistente, Jonas quasi annoiato, Piero evidentemente a disagio. Lo intuii in mezzo secondo, era giunto il momento di un’ altra scena. Nessun buongiorno, nessun “hai dormito bene”, niente di offrirle del caffé o dirle che c’erano dei cornetti freschi sopra il frigo, niente di simile. Come sempre, fu Stefan a cominciare. “Chi è questo tizio che ti vuole stringere?” “Di che cosa parli?” replicò Marina. “Non fare l’ ingenua,” disse Gianluca. Il suo ruolo era quello del mostro. “Stefan ha trovato alcuni messaggi che ti ha scritto un tale Ivo, e ha visto che gli scrivi le tue lamentele su di noi. Allora spiegaci che c’è di mezzo.” Marina si voltò verso il più grande dei suoi fratelli, quello che aveva mantenuto la famiglia dopo il divorzio dei genitori. “Allora adesso frughi sotto i miei cuscini? Qual’ è il prossimo passo, Stefan? Farai delle indagini negli abiti usati? Oppure vuoi cercare messaggi nel cassetto della mia biancheria intima? Se vuoi, te la porto tutta, te la butto qui sul tavolo, e cerca con calma. Ma ricordati di restituirmela dopo.” Poi arrossì, sorpresa di aver potuto dire queste parole. “Facciamo con calma,” disse Jonas, “non c’è bisogno di prendersela così.” Queste stesse parole le aveva detto anche l’ ultima volta, quando Gianluca aveva accusato Marina di “travestirsi da puttana”. Stefan prese la parola. “Nessuno ti sta dicendo come devi pensare. Quello che io voglio sapere è perché sentivi il bisogno di dire tante cose a un’ estraneo, invece di parlare con noi. Dopotutto, siamo famiglia.” Piero guardò il tetto per due secondi, e poi parlò per prima volta. “Stefan, credo che tu non vuoi davvero sentire la risposta.” Gianluca lanciò uno sguardo di sdegno verso Piero “Non facciamo un dibattito politico adesso. Chi è questo ragazzo, come l’ hai conosciuto, che tipo è, e perché ti sta tanto a cuore da denigrarci?” Marina ricordò quello che aveva scritto nel suo ultimo messaggio a Ivo. “Dammi un pò del tuo coraggio…” Adesso c’era bisogno. L’ ultima volta aveva pianto. Ma adesso c’era una risposta da dare. “È un ragazzo simpatico, l’ ho conosciuto in chat. Se gli ho parlato di quello che sentivo, era perche mi fidavo di lui. Ero sicura che lui mi voleva capire. Al contrario di voi.” Stefan si raddrizzò la schiena. “Che ti fa pensare che non ti vogliamo capire? Altrimenti, perché ti staremmo chiedendo cosa succede? Se non ti volessimo capire, non ti chiederemmo proprio niente, non ci interesserebbe.” Marina parlò di nuovo, stavolta lasciando che le parole venissero da sole, senza nessuna riflessione prima. “Stefan, sono stufa di questa farsa. Quale sarebbe un buon risultato per questa discussione, secondo te? Un accordo su cosa posso o non posso dire a un ragazzo che mi interessa conoscere? Oppure un patto, dico quello che voglio a Ivo ma non indosso un vestito più scollato di così?” Disse toccando il primo bottone della sua camicia di notte. “Oppure non gli posso dire niente ma posso uscire con una scollatura così?” Con una mano, tracciò una linea sotto il suo seno. “Jonas, quando è stata l’ ultima volta che Stefan ti ha chiesto cosa dici alla tua moglie? E Stefan, quando tu eri ancora sposato con Patrizia, Gianluca e Piero e Jonas ti chiedevano se le parlavi di loro? Già che ci siamo, Gianluca, l’ estate scorso ti dicevano ti non indossare una maglietta che mostrava i peli delle tue ascelle?” Jonas la guardò come se la vedesse per prima volta. “Allora sei arrabbiata sul serio.” “Sono domande completamente legittime,” disse Piero. “Vediamo chi si azzarda a dare la prima risposta.” “Fratellino avvocato difensore,” mormorò Gianluca. “Miao” disse Argenta. Tutti guardarono intorno. La gatta grigia si frottava contro le gambe di Piero. “Mrrrmmiaaaaoo!” Piero si chinò per accarezzarla. “Che c’è, Argentina? Micia micetta miciosa, vuoi qualcosa da mangiare? Mmm, vieni qua, vieni qua…” e aprì il frigorifero per estrarre un piatto di plastica coperto di lamina di alluminio. Prese un cucchiaio, e mise un pò di cibo nella ciotola della gatta, che non smetteva di miagolare durante questi preparativi. Poi quando la ciotola toccò terra di nuovo, cominciò a fare le fusa. “Eccoti servita, gattuccia, buon appetito!” Argenta si buttò immediatamente sul cibo. Stefan si rivolse a Marina con lo sguardo molto meno intenso di prima. “Allora, Marina, cosa vuoi da noi?” “Lo stesso che avete già voi quattro. Un pò di spazio, un pò di aria per me. Sono stanca di sentirmi sorvegliata e poi messa sul banco dell’ imputato ogni tanto. Una cosa è interessarvi, un’ altra è interrogarmi. Chiedermi scusa non starebbe male. Oppure potreste rispondere alle mie domande.” Pausa di quasi un minuto. Stefan guardava Marina ma senza alzarsi completamente gli occhi, Marina guardava tutti, Gianluca guardava la porta della cucina, Jonas guardava il pavimento, Piero guardava la ciotola di cibo di Argenta, ormai svuotata e lasciata. “Nessuno mi ha parlato mai delle mie camicie,” disse Gianluca. Poi un’ altro minuto di silenzio. “Ecco, l’ unica cosa che vogliamo davvero è che tu non ti faccia del male,” disse Stefan molto rapidamente, con la testa abbassata. “È colpa nostra, ti vedevamo ancora come una ragazzina,” aggiunse Jonas. “Non ti abbiamo nemmeno lasciata fare la colazione,” disse Piero con un sorriso velato. “Allora, niente più interrogativi e sopratutto niente frugare tra le mie cose. Niente insulti o ironie sulla mia vita privata, come non ho mai fatto niente di simile riguardo alla vostra,” disse Marina, fissando Gianluca con lo sguardo, “E niente telefonate alle mie amiche per sapere se parlavo davvero con loro la sera anteriore o se mi trovavo da loro in certi momenti. Lasciatemi vivere.” “D’accordo,” annuì Stefan. “Scusaci, Marina, non ci comporteremo come prima. Promessa.” “Ti lasceremo vivere,” disse Gianluca. Come se avesse pensato al contrario prima. “Se no, richiamaci all’ ordine come stavolta,” disse Piero, adesso sorridendo apertamente. “Sei diventata una donna forte.” Jonas guardava la sua sorella senza nascondere uno sguardo di ammirazione. “Una vera Della Roccia.” “Prendi un caffé”, disse Piero con una carezza breve alla spalla destra di Marina. Poi lasciò la cucina, seguito dopo alcuni secondi da Gianluca. Jonas mormorò che doveva telefonare a Annamaria, la sua moglie, per sapere se doveva andare al supermercato prima di tornare a casa, e tornò in salotto, dove stava il telefono. Era rimasto soltanto Stefan. Si alzò lentamente, si avvicinò a Marina e prese le sue mani. “Marina, devo dirti una cosa. Quel ragazzo, Ivo, è riuscito a capirti meglio di me, malgrado il poco tempo che vi conoscete e la distanza. Ero francamente geloso, ma vedo che avete instaurato tra di voi un rapporto basato sulla fiducia mutua e la stima sincera. Se continua così, magari potrà farti felice. Complimenti.” “Grazie, Stefan,” disse Marina, adesso sorridendo come una bambina che riceve un regalo inatteso. Il suo fratello strinse le sue mani un attimo e poi la lasciò sola nella cucina. Marina prese una tazza, mise in funzione la macchina del caffé, e prese il latte dal frigorifero, ma con gesti meccanici. Stava già pensando a cosa scrivere a Ivo nel pomeriggio, in qualche pausa tra i compiti. “Carissimo Ivo, oggi sono davvero felice, e questa felicità la devo in gran parte a te… Questa volta i miei fratelli hanno cercato di rimproverarmi, ma mi sono difesa, non ho avuto paura di ferirli, e ne sono uscita vincitrice… Se ti avessi trovato accanto a me ti avrei abbracciato e ti avrei anche baciato sotto gli occhi dei miei fratelli, non tanto per farli arrabbiare ma perche sarebbe stato quello che sentivo, sarebbe stato un bacio dolce per un ragazzo davvero speciale…Non voglio vivere di rimpianti, sono sicura che l’ avrei fatto…” Sorrideva, e c’era una luce speciale nello suo sguardo. |
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