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di ecce_ da commentare:
LUniversità dei prof "esterni": in molti atenei sono più della metà di MASSIMILIANO PAPASSO
Il ministro Mussi qualche settimana fa li ha definiti come "lo zoccolo duro delluniversità". Senza di loro molti rettori sarebbero costretti a chiudere bottega e alcuni studenti molto probabilmente non potrebbero nemmeno laurearsi. Eppure dal prossimo anno accademico, quella dei docenti a contratto, sarà una figura destinata a ridimensionarsi radicalmente nel panorama accademico italiano. Lo prevede il decreto approvato in questi giorni e che fissa un tetto molto rigido allutilizzo dei cosiddetti "contrattisti": in pratica per ogni corso di laurea, vecchio o nuovo che sia, le università dovranno garantire che almeno il 50% del personale docente utilizzato per la didattica sia di ruolo.
Stop quindi ad insegnamenti appaltati a personale esterno, esperti e professionisti di vario genere che le università ingaggiavano con contratti di diritto privato per poche centinaia di euro allanno. Un fenomeno che negli ultimi tempi ha fatto registrare un vero e proprio boom dato che i docenti a contratto sono arrivati ad avvicinarsi pericolosamente alla somma dei professori ordinari, associati e ricercatori, a cui normalmente dovrebbe essere affidato il settore della didattica nelle università italiane.
I dati. Secondo di le cifre raccolte dallufficio di statistica del Ministero dellUniversità, nello scorso anno accademico sono stati 48.797 i docenti a contratto reclutati dagli atenei. Di questi a ben 33.008 è stata affidata la titolarità di un insegnamento ufficiale. Ovvero per 12 mesi esperti di un determinato settore, liberi professionisti o semplici laureati dal curriculum accattivante hanno svolto in tutto e per tutto le funzioni di un docente universitario tenendo lezioni, presenziando alle sessioni desame, ricevendo gli studenti e assegnando tesi di laurea. Un lavoro che normalmente ai docenti di ruolo frutta migliaia di euro lanno e che invece ad un "contrattista" viene riconosciuto con una retribuzione, nella migliore delle ipotesi, di appena mille euro ad incarico. Un fenomeno in continua ascesa visto che negli ultimi cinque anni il numero dei docenti a contratto si è moltiplicato del 126%, passando da quota 21.536 del 2000 ai quasi 50 mila del 2005 (ultimo dato disponibile).
Gli atenei a contratto. La moda di affidare a non accademici moduli didattici o un intero corso universitario ha contagiato quasi tutti, senza molte differenze tra atenei pubblici e privati. In testa a questa speciale classifica cè lUniversità di Bologna con 2.744 docenti messi sotto contratto nel 2005, di cui 1148 erano titolari di insegnamenti ufficiali. Seguono la Cattolica di Milano con 2706, lUniversità di Padova con 2124 e quella di Pavia con 2124 contrattisti. Ma se per alcuni di questi atenei la proporzione tra docenti di ruolo e a contratto è ancora a favore dei primi (la somma dei professori ordinari, associati e ricercatori dellAlma Mater bolognese è di 3092) per altre università, soprattutto quelle più piccole, la realtà è completamente ribaltata. E il caso, tra gli altri, dellateneo di Ferrara dove a fronte di 678 docenti di ruolo quelli a contratto sono 1400, di cui quasi il 90% è titolare di insegnamenti ufficiali. Oppure di alcune facoltà della Sapienza di Roma (Architettura, Psicologia, Scienze della comunicazione, Sociologia) dove il numero di docenti a contratto supera quello di tutti i docenti di ruolo messi insieme, inclusi i ricercatori.
Questione di budget. Le cause che hanno spinto gli atenei a ricorrere ad un così massiccio utilizzo di docenti a contratto sono soprattutto di natura economica. Visto che molto spesso chi accetta di insegnare alluniversità, svolgendo molto spesso un altro lavoro, si accontenta anche di poche centinaia di euro. Facendo risparmiare così alle università cifre considerevoli. "Non tutti i docenti a contratto vengono sottopagati - spiega Alessandro Perfetto, dirigente dellarea amministrativa dellateneo emiliano - . Soprattutto nelle facoltà di nuova istituzione, le retribuzioni possono anche adeguarsi attorno ai 10/15 mila euro lanno. Dipende dai singoli casi. Più in generale, poiché la stragrande maggioranza di questi docenti sono dei professionisti o esperti che svolgono anche un altro lavoro, gli stipendi possono essere anche al di sotto dei mille euro. Certo in linea generale i docenti a contratto per le università italiane rappresentano sicuramente un vantaggio in termini economici, visto che il loro stipendio incide diversamente sulle casse dellateneo rispetto a quello di un professore di ruolo. Ma non dimentichiamo che le università negli ultimi cinque anni hanno dovuto fare i conti con una crescita senza freni dellofferta formativa. E quella dei docenti a contratto era lunica strada percorribile per tenere i bilanci sotto controllo".
Tutta colpa del "3+2". In effetti se il decreto del 21 maggio del 1998 parlava di docenza a contratto solo nel caso in cui le università dovessero "sopperire a particolari e motivate esigenze didattiche", lasciando quindi intendere la straordinarietà della norma, gli atenei nella realtà si sono fatti prendere un po la mano facendo ricorso ai contrattisti senza pensarci su due volte. Soprattutto perché con lentrata in vigore del sistema del "3+2" la priorità era diventata quella di assicurare linsegnamento di migliaia di nuovi corsi di laurea senza pesare eccessivamente sulle casse dellateneo. "La volontà del ministro Mussi di mettere un freno a questo fenomeno ci trova abbastanza daccordo - dice Silvano Focardi, rettore dellUniversità di Siena, che lo scorso anno aveva poco più di mille docenti a contratto - Già da questanno nel nostro ateneo abbiamo previsto un taglio del 20% alle supplenze e ai singoli contratti. Sicuramente le università in questi anni hanno abusato di questo istituto ma è tutto collegato allentrata in vigore del "3+2", visto che con il ricorso ai docenti a contratto si poteva facilmente far fronte a qualche carenza dal punto di vista organico. A mio avviso però considerare tutti le tipologie di docenti a contratto come dei precari delluniversità è sbagliato. Tra di loro, è vero, ci sono molti professionisti che tengono degli interi corsi universitari e seguono i ragazzi anche durante le tesi, ma ce ne sono anche altri che entrano in aula solo per qualche ora".
"Più ore ai prof". Ma adesso che il decreto varato dal ministro Mussi riporterà la situazione alla normalità, il vero rischio per gli atenei è che il taglio dei contrattisti finisca con il compromettere del tutto i già traballanti bilanci delle università. "Soldi in più soprattutto in questo particolare momento non ce ne sono - assicura il rettore Focardi - Come faranno gli atenei a sostituire i contrattisti non lo so. Unidea potrebbe essere quella individuata dalla legge 230 sullo status giuridico della docenza che prevedeva un aumento delle ore di insegnamento dei professori universitari fino a 120 ore, contro le 60 attuali. La priorità adesso è non incidere ulteriormente sui bilanci". |
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