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In tv il "Chi l’ha visto?" della storia
così la Russia ritrova il suo passato
di LEONARDO COEN

MOSCA - Primo canale pubblico della tv russa. Studio di Zhdi Menja. Zoom sul volto di Piotr Leontiev. Sembra una carta geografica: solcato da rughe che marcano l’usura del tempo. La voce trema leggermente. Dice Piotr: "Era il 1941. Mio padre doveva partire per il fronte. C’erano otto figli da sfamare. Mia madre barattava quel poco che aveva al mercatino delle pulci. Un vicino la denunciò. Mercato nero. Fu arrestata e deportata. Con lei, solo Serghej, il più piccolo dei figli. Mio padre fu dichiarato disperso nel 1943. Del nostro fratellino Serghej perdemmo ogni traccia. Sparito".

Invece no. Lo staff di Zhdi Menja contatta la polizia di Karaganda, in Kazakistan, dove si trovava il gulag della madre. Ricerche minuziose negli archivi, testimoni. Un’esile pista si materializza e porta dritto a Serghej: dopo anni di orfanotrofio a Karanganda, aveva fatto il carpentiere e trascorso poveramente gran parte della sua vita.

Ora le telecamere inquadrano un celebre attore: Igor Kvasha. Ironia del destino, interpretò Stalin in un famoso film. La voce dell’attore è grave: "Loro strappavano i mariti dalle moglie, le mogli dai mariti e dalle loro famiglie. Loro distruggevano deliberatamente gli archivi, cancellavano i nomi delle persone, loro eliminavano la memoria". Già, "loro". Tutti in Russia sanno cosa vuol dire "loro", quando si parla del passato: la macchina totalitaria sovietica del terrore. Come ci dice lo stesso Kvasha, "il mostro che annientava la compassione verso gli altri".

Lunedì prossimo, alle diciannove e dieci, andrà in onda la nuova puntata di Zhdi Menja. La numero 306. Zhdi Menja. Vuol dire "aspettami". La trasmissione più popolare, struggente e drammatica della televisione russa, il "Chi l’ha visto?" che spesso affonda i suoi disperati appelli nella dolorosa memoria del Paese. Attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti "Aspettami" racconta le grandi crisi della storia russa.

Le ricostruzioni del passato che offre da sono autentiche, vissute, emblematiche. Igor Kvasha da un lato ne è orgoglioso. Dall’altro, non vorrebbe che il suo programma venisse etichettato come una sorta di Grande Processo del Passato. Non ci sono solo gli scampati dei gulag, "ma anche storie vere e tragiche di oggi". Ogni quaranta minuti, spiega, riusciamo a rintracciare una persona che ci è stato chiesto di trovare. D’altra parte, in Russia - così dicono le statistiche - ogni 300 abitanti ce n’è uno che è sempre alla ricerca di qualcun altro.

E tuttavia, il successo straordinario di Zhdi Menja è dovuto soprattutto per quelle storie emerse dall’arcipelago dei gulag, dai massacri delle purghe staliniane, dagli esili forzati. Davanti a Kvasha, il conduttore, si abbracciano e piangono anche i sopravvissuti di guerre come quella in Cecenia o in Afghanistan: Olga Dadayeva perse nei caotici giorni del 1995, all’inizio della guerra cecena, il figlio Anzor che aveva sei anni. I due si riabbracciano davanti alle telecamere undici anni dopo, Anzor ha speso il resto della sua vita in un orfanotrofio di Grozny.

Ecco due fratelli ebrei ungheresi, Tibor e Miklosz Bleier, vittime degli esperimenti di Mengele ad Auschwitz. Dopo la guerra, Tibor finì in Ucraina, Miklosz in Israele. La guerra fredda li isolò per sempre: uno credeva che l’altro fosse morto. Ora si fronteggiano. Scettici, sembra. Tibor solleva la manica della camicia. Lo stesso fa Miklosz. Spuntano i numeri tatuati dagli aguzzini Ss: 5103 e 5104.

Dal 1998, quando il programma esordì, si sono "aspettate" e ritrovate 38.965 persone, 38.965 frammenti di una vicenda corale, perché tutte le famiglie russe hanno provato in un modo o nell’altro il dramma delle "perdite", degli arresti, delle inquisizioni. Pian piano, la gente ha ritrovato coraggio. Ricorda. Parla. Cerca. Chiede di cercare.

Sono indagini che si concludono bene, se badiamo alle cifre: 182 persone si sono ritrovate la scorsa settimana, quasi seicento in questa. Il database si avvicina ad un milione di storie, una mappa della memoria e dell’angoscia che copre tutto il mondo, tranne Antigua e Cabo Verde. In una delle ultime puntate, è andata in onda la vicenda di Luigi Pedutto, innamorato cotto della bella ucraina Mokrina, conosciuta nel 1943.

L’Armata Rossa li separò, costringendo la ragazza a tornare in patria. Non si videro più. Ma non si dimenticarono mai. Ci pensò Zhdi Menja a farli riabbracciare. Luigi ha 82 anni, lei ne 84 ed è diventata cittadina onoraria di Castel San Lorenzo. Per certi piccoli grandi miracoli è bastato infilare una lettera dentro il chiosco di Zhdi Menja che si trova alla stazione Kazanskij, nella centrale piazza Komsomolskaja di Mosca. Milioni di persone ci passano davanti. Gente che va, gente che viene. Anzi, che torna.

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