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raggioverde
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VINCITORI DELLE OLIMPIADI DI SFRUTTAMENTO DI LAVORATORI
Le società di articoli sportivi – tra gli sponsor principali dei grandi eventi – basano la competitività dei loro prodotti sul lavoro poco costoso e spesso non pagato dei miserabili del Terzo Mondo Articolo di T. Anastasiadis, rivista “Ikonomikós Tahydromos”, 18 marzo 2004.
L’industria mondiale di articoli sportivi potrebbe facilmente concorrere per una medaglia d’oro alle Olimpiadi se si integrasse al loro programma anche lo sport dello sfruttamento di lavoratori. Questa è l’osservazione del rapporto che fu pubblicato pochi gironi fa dalla Confederazione Internazionale di Sindicati Liberi e organizzazioni non governamentali come l’ Oxfam britannica e la Clean Clothes Campaign. Il rapporto forma parte di una campagna mondiale che cominciò il 4 marzo col titolo «Fair Play at the Olympics». Dal punto di vista politico, la campagna ha l’obiettivo di convincere la «comunità olimpica» di insistere coi suoi mecenati perchè mitighino le loro galere laborali. Ma dal punto di vista dell’ analisi, l’interessante è che dopo una ricerca documentata su di queste, la campagna comincia con una definizione solida dei dati, che si consolidò in un rapporto speciale su questo argomento con materiale originale indicativo da sei paesi (Bulgaria, Cambogia, Cina, Indonesia, Tailandia e Turchia). L’immagine che si descrive in questo rapporto è veramente deprimente. Orari che arrivano, a livello permanente, a 10 fino a 12 ore al giorno, alcune volte fino a 18 ore, senza interruzioni, anche per sette giorni ogni settimana! Orari straordinari obbligatori senza fine, che molto spesso si decidono all’ ultimo minuto, e per cui molte volte non si paga la quantità correspondente (sia con la giustificazione che si deve «coprire» il lavoro che magari senza giustificazione, come nei casi in cui le società vogliono impedire anche le dimissioni dei loro lavoratori, trattenendo i loro stipendi per settimane e mesi). I stipendi in tutto questo ciclo sono eccezionalmente bassi, non soltanto a livello internazionale ma anche per i paesi stessi. «Lo stipendio mensuale medio di un lavoratore in una fabbrica dell’ Indonesia è di 816.000 rupie (98,6 dollari)», una quantità che secondo il rapporto è appena la metà di uno stipendio di sopravvivenza. D’altro canto il motivo per cui i lavoratori restano viene descritto dalle parole di un lavoratore in una fabbrica in Turchia che produce per la Puma ela Lotto: «I stipendi sono così bassi che non bastano per qualsiasi cosa. Ma non abbiamo la possibilità di scegliere, perchè gli stipendi in questo settore sono praticamente gli stessi delle altre fabbriche. L’unica scelta che possiamo fare è tra questo stipendio e la disoccupazione.» «Jing», un lavoratore della fabbrica «N» in Cina (i nomi sono codici) che produce per la Mizuno e la Kappa dichiara: «il contratto è una parodia. La direzione della fabbrica non da mai quello che scrive il contratto. Lì c’è scritto che ‘i straordinari si limitano a tre ore’. Non ricordo neanche un giorno che non abbia fatto almeno tre ore di straordinari.» Inoltre il contratto è l’eccezione, siccome la regola è il lavoro «provvisorio» (che certamente non è provvisorio, ma non ha gli obblighi, i contributi etc. di quello permanente) e quello subaffittato. E come se non bastasse questo, nel rapporto si registrano anche altre forme non economiche di sfruttamento ed oppressione: la proibizione e l’ostacolamento di tutto tipo all’ attività sindacale dei lavoratori e pratiche di mobbing (soprattutto sessuale, visto che i lavoratori sono in maggioranza giovani donne). E questa realtà, comune a tutti i paesi dove si svolse la ricerca, non riguarda soltanto i tre giganti del settore (la Nike, la Reebok, l’ Adidas) che controllano il 60% del mercato mondiale di scarpe sportive (di valore complessivo all’ ingrosso di circa 17 miliardi di dollari all’ anno – e di valore di vendita al dettaglio di circa 25 miliardi!) e il 14% del mercato mondiale di abiti sportivi (di valore totale aprossimativo di 41 miliardi). Di queste multinazionali si è parlato molto, quindi il rapporto si concentra sulle prossime, che sono le Puma, Fila, Umbro, Asics, Mizuno, Lotto, Kappa e New Balance. Ognuna di queste società controlla dal 1% al 8% del mercato mondiale di scarpe sportive, e tutte insieme, il 24% del totale (a cui si potrebbero aggiungere anche alcune altre società della stessa grandezza – circa l’ 1% del mercato mondiale – ovvero le Keds, Vans, Sketchers, LA Gear e Hi Tech). Nel mercato meno concentrato degli abiti sportivi le Puma, Fila, Umbro controllano circa l’ 1% ognuna, e le Asics e Mizuno vicino al 0,5% -- mentre le altre possiedono una proporzione minore. Malgrado la differenza di concentrazione dei due sottosettori (abiti e calzature), che si deve al fatto che la fabbricazione di calzature richiede personale operaio specializzato, la gestione della forza laborale in tutto il settore ubbidisce allo stesso «modello commerciale» della massima «liberalizzazione» possibile e dell’ uso della «concorrenza» come forza motrice esclusiva. E infatti questo «modello» commerciale viene guidato a entrambi lati: sia dal consumo (richiesta) che dalla produzione (offerta). Tutto il settore è relativamente giovane, siccome la trasformazione degli articoli sportivi in produtti di uso massivo e quotidiano, dipendenti dalla moda e disgiunti dal loro uso originale (si stima che soltanto la quarta o quinta parte della richiesta si fa per l’attività sportiva), possiede soltanto due-tre decade di vita. Inoltre la concentrazione della richiesta risulta ugualmente eccezionale: nell’ abbigliamento, gli Stati Uniti costituiscono il 41% del mercato mondiale, mentre l’Europa ne assorbisce il 38%, mentre per le calzature le proporzioni corrispondenti sono il 47% e il 31%. Malgrado questa doppia concentrazione eccessiva, si tratta di un settore eccezionalmente concorrenziale, dove le società si trovano in concorrenza acutissima tra di loro. Un motivo è che la totalità del mercato è limitata e non può crescere facilmente, per causa dello stesso “modello commerciale”, visto che le rendite nel resto del mondo non crescono (per causa della compressione degli stipendi “concorrenziali”). I guadagni sono importanti, visto che da sole le tre prime società avevano nel 2002 degli utili al livello di 1,7 miliardi di dollari. Comunque, mentre esiste la strettezza del mercato, una gran parte del capitale investito viene spento nei settori della pubblicità, del marketing, delle sponsorizzazioni, seguendo dunque un “ciclo” che in gran parte forma una funzione dei due eventi mondiali (le Olimpiadi e la Coppa del Mondo). Per esempio, nel 2002 la Nike da sola investì più di un miliardo di dollari in pubblicità e marketing. In genere si stima che nell’ abbigliamento approssimatamente il 5% del costo si spende in queste attività, mentre nelle calzature la proporzione arriva al 10% - 11%. Per ultimo, la concorrenza porta a una riduzione dei prezzi, soprattutto dal 1997 in poi, a velocità che possono essere dal 2% al 9% annuale, secondo la società, mentre gli esperti prevedono per i prossimi anni una riduzione corrispondente al livello del 2%. Pertanto, se il “mercato” guida i prezzi, questi non provengono dal calcolo del costo di produzione nella catena di valore. Quello che succede è il contrario: i prezzi determinano il compenso dei lavoratori, visto che le società, volendo limitare al minimo il costo laborale mentre si gonfiano le spese per la promozione commerciale dei loro prodotti, sono ormai diventate dei “produttori senza fabbriche” col metodo del subappalto. Alcune delle società (le Puma, Fila, Umbro, Kappa, Lotto) non dispongono nemmeno di un esemplare di produzione propria, mentre si calcola che i lavoratori di queste stesse imprese formano più o meno un ventesimo dei lavoratori dei loro subappaltatori! Comunque la stessa catena di produzione non risulta per niente semplice, è eccezionalmente complessa e lunga, mentre lo stesso sistema dell’ outsourcing si estende anche alle prossime fasi, cominciando dall’ appaltatore principale. Questi non è per niente “dozzinale”, perche il suo lavoro basilare è l’organizzazione della produzione di altri subappaltatori e perche spesso si tratta di colossi così grandi che “viene messo in questione il supposto potere dinamico nella catena dell’ offerta delle grandi società sportive”, a cui spesso possono imporre le loro proprie condizioni! Ad esempio, i due subappaltatori più grandi di questo tipo forse non sono molto conosciuti dal pubblico, ma i loro ricavi netti oggi sono più alti di quelli di tutto l’insieme delle società a cui si riferisce il rapporto! Si tratta della società cinese Li & Fung e della Yue Yuen, filiale della Pou Chen taiwanese. Queste società, come anche le prossime nella catena, si incaricano della totalità della prodizione di tutte le società conosciute del settore, e la concorrenza si estende a tutta la profondità del ciclo, fino ai lavoratori, lacui sorte viene determinata esclusivamente dalle condizioni del mercato. Oltre i salari che vengono adattati all’ evoluzione dei prezzi (e non vice cersa), l’ evoluzione principale risulta dall’ organizzazione flessibile del sistema intero che riduce i tempi di ordinazione e tende a far sparire le riserve, nel nome della capacità di concorrenze: da qui risulta il rocorso ai sistemi più flessibili ed elastici di organizzazione del lavoro. Gli invitati ufficiali e gli atleti dei Giochi Olimpici, come sempre, verranno vestiti gratis coi prodotti che saranno stati offerti gentilmente a loro dalle grandi società. Però potranno anche dare una risposta positiva alla campagna di negare le galere concorrenziali che li hanno prodotti? |
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