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di ecce_ da commentare:
Le ricette sbagliate dellOccidente per lAfrica di Niall Ferguson
Chiunque abbia visto al cinema il film Amazing Grace («Stupenda Grazia», di Michael Apted), avrà rimarcato le numerose analogie tra la carriera di William Wilberforce, il politico britannico che capeggiò la campagna contro la tratta degli schiavi, e quella dellattuale premier Tony Blair.
Come Blair, difatti, Wilberforce vedeva le proprie origini nellInghilterra del Nord. Anchegli fu un mediocre studente di Oxbridge. Anchegli non tardò a entrare in politica, ove la sua affabilità gli assicurò una rapida ascesa. E anchegli fu fortemente influenzato dal movimento evangelico. La rivelazione dell«amore infinito, tanto che Cristo è morto per salvare questo peccatore» fu per Wilberforce fulminante, allindomani del suo ingresso in Parlamento. Ma (tra gli altri) lex mercante di schiavi — nonché compositore dellinno «Amazing Grace» — John Newton lo convinse che poteva «servire entrambi»: la politica e lopera di Dio. La metamorfosi morale che lInghilterra subì grazie al movimento evangelico, senza il quale la legge dabolizione della tratta degli schiavi mai sarebbe stata approvata, riecheggia sin nei giorni nostri. Oggi, va da sé, la maggioranza degli inglesi prova un vago disagio di petto alla religione, e guarda con una certa incredulità alla passione degli americani per le letture bibliche. Ciò non toglie, tuttavia, che essi conservino lautentico entusiasmo — dottocentesca memoria — per le crociate morali. Ai giorni nostri, come nel XIX secolo, lAfrica esercita una malia assai potente sulla sensibilità evangelica. Devesserci un quid di irresistibile, nel potersi sentire al contempo responsabili delle disgrazie del Continente («Prima ero cieco…») e capaci di risolverle («Ma ora vedo… »).
Il problema, va da sé, è che ogni generazione pensa di avere trovato la giusta soluzione. E, puntualmente, incassa una delusione. Wilberforce e i suoi gregari erano convinti che labolizione della tratta degli schiavi, e — in seguito — della stessa schiavitù, servisse a qualcosa. Ma i suoi frutti, ahimè, furono ben meno miracolosi di quanto i riformatori avessero sperato. Così, nel 1907 il grosso dellAfrica non stava tanto meglio rispetto al 1807. Occorreva tentare unaltra strada: quella dello sviluppo economico pilotato dallo Stato. Niente. Via con un altro esperimento, allora. Stavolta, la ricetta era lindipendenza politica. Unaltra delusione. Sotto il profilo economico, nella gran parte dei Paesi in questione lautogoverno arrecò addirittura più danni del regime britannico. Sicché, si decise di passare ai prestiti di denaro. Niente da fare.
Da ultimo, è stata la volta degli aiuti umanitari. Un nugolo di puri di cuore — guidato dal più evangelico degli economisti, Jeffrey Sachs — ancora continua a riporre fiducia nella politica degli aiuti, che — si sostiene — dovrebbero soltanto essere più mirati. Un esempio? La distribuzione gratuita, per dire, delle zanzariere anti-malaria. Ma gli economisti che conoscono lAfrica meglio di Sachs restano scettici. Nel suo libro The Bottom Billion, Paul Collier, professore di Economia a Oxford, spiega in termini più che esaustivi come i maggiori problemi che attanagliano lAfrica (fatti salvi quelli insanabili o quasi, quali la collocazione geografica) siano di natura politica.
È alle tirannie corrotte, e alle guerre civili endemiche che esse combattono tra loro, che va quasi interamente addebitato il ritardo economico dellAfrica post-coloniale. A chi desiderasse ulteriori dimostrazioni di quanto il problema sia radicato, basti scorrere lultimo, interessante rapporto del Global Peace Index, che stila una classifica di 121 nazioni sulla base di unampia serie di indicatori, dal livello della spesa militare al rispetto dei diritti umani. Otto degli ultimi 20 Paesi sono — manco a dirlo — africani. Sia detto chiaramente: prodigarsi in cancellazioni di debito o aiuti a regimi canaglia, comè il caso dello Zimbabwe o del Sudan, o a Stati «falliti», come la Somalia e la Costa dAvorio, equivale a un immane spreco di denaro. Soldi bruciati, ecco. Di contro, lunico tentativo di intervento armato britannico, mirato a porre fine alla violenza in una delle ex colonie di Sua Maestà — la Sierra Leone, nel 2000 — ha sortito esiti sorprendenti. A fine anni 90, per dire, Freetown aveva registrato scene degne di Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Ma quando, non molto tempo dopo lintervento britannico, mi recai nel Paese, si poteva tranquillamente camminare per strada. Insomma, a Cesare quel che è di Cesare.
Fu Blair a mandare le truppe in Sierra Leone per porre fine allanarchia che allora imperversava. Ragione per cui non gli rinfaccio la sua recente visita a Freetown. Di più: Blair si è profuso in quello che mi è parso uno dei migliori discorsi sullAfrica mai pronunciati da un leader occidentale. «LAfrica — ha scandito il premier britannico — riflette lesempio più eloquente di una politica estera autenticamente interventista. Per questo credo nella capacità dellazione politica di costruire un mondo migliore, e nel dovere morale di farvi ricorso». Però. Quasi pare di sentire Wilberforce. Peccato che Blair abbia poi guastato (quasi) tutto, piegandosi al più invalso tra i qui pro quo che, oggi, allignano nelle menti liberali dellOccidente. Stando al quale sarebbe possibile eliminare la povertà globale e insieme combattere il cambiamento climatico del Pianeta. Ora che persino il presidente Bush pare riconosca il legame tra emissioni di gas serra e surriscaldamento globale, Blair avrebbe fatto bene a dire la verità.
Come lAsia sta comprovando al di là dogni ragionevole dubbio, leliminazione della povertà implica un massiccio aumento delle emissioni di diossido di carbonio. LAfrica, di contro, sta oggi contribuendo più di chiunque altro alla causa della difesa ambientale, complice la puntuale incapacità di pervenire a una crescita sostenibile. Chi fosse ancora incredulo, è invitato a controllare il dato relativo alle emissioni di CO2 pro capite. Carta canta: siamo allennesima graduatoria che vede lAfrica in coda. Degli ultimi 20 Paesi, nella classifica degli Stati più inquinanti al mondo, non meno di 15 sono africani. Chapeau, Africa! Ecco quel che occorre per salvare il pianeta: un altro secolo di stagnazione in stile africano estesa a tutto il globo, nullaltro. La carriera di Wilberforce e quella di Blair lo mostrano sin troppo bene: lAfrica è sempre stata uneccellente fonte daria fritta, specie per bocca di Englishmen dorientamento evangelico. Grazie al Cielo, emissioni di quel tipo alterano soltanto il clima morale. (© Niall Ferguson 2007 Traduzione di Enrico Del Sero) |
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