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Messaggio di ecce_ da commentare:
Veltroni e il rischio del remake
di Ilvo Diamanti

Forse non è entusiasta di "scendere in campo" così presto. Lontano (forse) dalle elezioni. In Italia, soprattutto, conviene sempre stare fuori. Assistere. Incombere. Essere chiamati in causa. Intervenire nel dibattito, esprimere una posizione, lanciare una parola d’ordine. Ma senza essere coinvolti. Fino all’ultimo minuto. Perché, quando prendi parte, la magia svanisce in fretta. Da "santo subito" si diventa "bersaglio". Di tutti. Avversari e soprattutto amici. Anche di quelli che prima incitavano a entrare nell’agone, a spenderti in prima persona. A essere generoso. Però, è difficile per Walter Veltroni continuare a lungo a fare il predestinato che si schermisce. E attende, il più a lungo possibile, prima di esporsi. Per evitare il fuoco nemico e quello amico. Ormai, la corsa è lanciata. A ottobre gli elettori del Partito Democratico voteranno, direttamente, per il segretario. Non per un portavoce indicato da Prodi. O per qualche altra carica di scarso valore. Troppo seria la situazione in cui versano la maggioranza e il governo per alimentare ulteriormente la delusione degli elettori.

Il gioco, quindi, si fa duro. Perché in gioco c’è la leadership futura e presente. Condivisa con - e contesa a - Prodi. Piero Fassino, al quale non può venire imputata mancanza di generosità, ha pensato bene di rompere lui gli, gli indugi. E ha candidato Veltroni. Da troppo tempo in attesa "sul bordo del fiume" , come ha osservato Salvatore Vassallo sul "Corriere della Sera". Lo ha costretto a nuotare. Ad affrontare le acque insidiose della contesa con gli altri candidati. Forse. Perché qui c’è un problema ancora irrisolto. Veltroni, oggi, è davvero il più popolare fra i leader del centrosinistra. Non c’è sondaggio che non lo veda largamente in testa, nelle scelte dei sostenitori e degli elettori del Partito Democratico. Se, però, intende confermare e perfino rafforzare questa posizione, non si può affidare a un referendum dall’esito scontato. A un altro plebiscito. Come quello tributato a Prodi, alle primarie del 2005. A un altro rito collettivo intorno a un solo celebrante. Prodi è l’inventore e il testimone dell’Ulivo. L’unico ad avere sconfitto Berlusconi. E costretto ad abbandonare, nel 1998, non dagli avversari politici, ma dai presunti alleati. Veltroni no. E’ il sindaco di Roma. Un passato comunista definitivamente passato. Lontano. Perfino incomprensibile. Perché nulla, in lui, evoca quell’eredità scomoda. Da cui lo distaccano, anzitutto, ragioni fisionomiche e di stile. Veltroni. duro nella sostanza e lieve all’apparenza. Il più amato e atteso, dagli elettori dell’Ulivo e del PD.
E’, però, un leader fra altri leader. Per questo non può essere promosso e "trainato" dalle tradizionali logiche di partito. Da intese trasversali, fra segreterie. Che prevedano, magari, una sorta di ticket: lui alla segreteria di partito con un uomo della Margherita accanto. Per dire: Franceschini. E, per completare, il quadro, un altro, che raccolga la rappresentanza della "società civile". Non può. Ne uscirebbe indebolito. Un leader come altri della prima e, soprattutto, seconda Repubblica. Frutto di compromessi. Secondo l’aurea regola "cancelli". Perché i leader forti emergono sempre da lotte dure e aspre. Senza esclusione di colpi. Com’è avvenuto (almeno fino agli anni Settanta) anche nella prima Repubblica, nei partiti di massa. Come avviene negli altri Paesi. Per dire: Sarkozy e Ségolène Royal non sono mica stati portati dagli altri leader di partito. Non Sarkò, che ha dovuto affrontare l’opposizione irriducibile di Chirac. Non Ségò, che ha avuto contro tutti gli "elefanti" socialisti. Compreso il suo "compagno segretario", François Hollande. Che ne ha mal sopportato l’ascesa. Perché non sopportava il fatto di diventare il "segretario consorte". E in Inghilterra: Tony Blair, che, dal 1994, ha "conquistato" Labour e ne ha modificato la stessa identità, facendone un partito nuovo. Oggi, per dieci anni, "cede" il passo a Gordon Brown. Un successore che non ha scelto, non gli piace; e che, se non bastasse, sua moglie Chèrie detesta apertamente.

Non può, Veltroni, proporsi come il candidato necessario e predestinato. La sua legittimazione ne uscirebbe danneggiata. Se è bravo, carismatico e popolare - e indubbiamente lo è - deve sfruttare queste doti per "conquistare" il partito. Contro altri candidati disposti a sfidarlo. Candidati veri e credibili. I leader principali: Fassino, Rutelli, D’Alema. Le eterne promesse, in attesa di essere promosse da un leader: Dario Franceschini ed Enrico Letta (bravi e preparati; ma, fin qui, perfetti come assistenti). Poi, i sindaci e i governatori del Nord: Chiamparino e Illy (aspetteranno un altro disastro elettorale per conquistarsi spazio politico?). E magari qualche grande firma di cui tanto si discute. E che tanto fa discutere. Montezemolo accanto a Monti. O viceversa. Se decidessero di "traghettare" il PD verso il centro, invece di attendere che la sinistra affondi lasciando aperto lo spazio di centro...

Una competizione vera, tra candidati veri, con progetti veri. Poche parole e poche idee, ma chiare e distinte. Per coinvolgere gli elettori del PD, galvanizzarli. Farli uscire dalla depressione che li ha attanagliati. Scoraggiati. La leadership del Partito Democratico, val bene una "lotta"; leale e aperta. E quindi dura. Selettiva. Altrimenti è difficile che gli elettori e i sostenitori del PD affollino di nuovo i seggi, per confermare una scelta già scritta. Per partecipare un nuovo plebiscito. A sostegno di un candidato pre-stabilito. Dalle segreterie dei partiti. E pre-annunciato. Dai giornali e dalle agenzie di sondaggi.
E’ già avvenuto una volta. Allestire il remake, o peggio, le repliche di quello spettacolo, ancora nella memoria di tutti - come sa Veltroni, che è un cinefilo fine - è molto rischioso. Potrebbe risolversi in un flop.

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