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I militari Unifil nella morsa tra jihadisti e Hezbollah
di RENZO GUOLO

L’ATTENTATO di Sahel el Derdara è un segnale inquietante. La morte dei sei militari spagnoli e colombiani del contingente Unifil avviene infatti in un momento in cui la tensione nello scenario libanese, così come nell’intera regione, è altissima. Nelle ultime settimane il "Paese dei cedri" ha assistito al duro scontro tra l’esercito e i miliziani di Fatah al Islam nel campo profughi palestinese di Nahr Al-Bared; al lancio di katyusha verso la Galilea; all’assassinio di Walid Eido, parlamentare del blocco antisiriano che reclama un processo internazionale, duramente osteggiato da Damasco e dai suoi alleati locali, per l’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri.

Sullo sfondo ma non troppo, la grave crisi palestinese, segnata dalla nascita di due governi guidati da Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania. Crisi che si riverbera nell’intera galassia palestinese; anche dentro i campi profughi del Libano del Nord, dove i gruppi qaedisti cercano proseliti tra i delusi delle storiche formazioni islamiste e la moltitudine di disperati senza futuro.

L’attentato contro l’Unifil nella valle di Khiam, rivela inoltre che, nonostante il suo diffuso apparato militare e il consenso della popolazione nel Sud, Hezbollah non ha il pieno controllo del territorio. Come aveva già fatto intuire il recente lancio di razzi contro Israele avvenuto nella zona presidiata dal contingente indonesiano dei caschi blu. Allora era stato lo stesso comando di Tsahal, le forze armate israeliane, a confermare che i razzi erano stati sparati dai membri di un’organizzazione palestinese in Libano. Un identikit che rinviava a elementi jihadisti, che dal Nord del paese si erano spostati a Sud per un’azione dall’eloquente significato dimostrativo. Qaedisti che non sono ancora stati messi fuori gioco, nonostante i duri combattimenti ancora in corso a Nahr Al Bared e il violento scontro a fuoco con le forze regolari libanesi, avvenuto ieri nel quartiere tripolino di Abu Samra.

È da questo versante che proviene, per ora, il maggiore pericolo per le forze Unifil comandate dal generale Graziano. Dopo la calda estate di guerra dello scorso anno, gli Hezbollah hanno bisogno di tempo. Devono ricostituire strategie, consenso e arsenali: come molti a Gerusalemme, giudicano inevitabile, anche se non imminente, un nuovo scontro con Israele. Non a caso il "partito di Dio" ha diffuso un comunicato in cui definisce l’attacco contro l’Unifil "sospetto"; un attentato che danneggia in primo luogo "la gente del sud", ovvero gli sciiti, e alimenta "l’insicurezza e l’instabilità". Condanna netta, pure in un contesto in cui tutti utilizzano tutti per i propri fini e le alleanze sono mutevoli. Se e quando sarà il momento Hezbollah chiederà apertamente il ritiro dei caschi blu.

Per ora gli uomini di Nasrallah non ritengono ostili le forze Onu che, a loro volta, cercano di usare il tempo di cui necessita "il Partito di Dio" per cercare di stabilizzare il paese e far emergere scenari diversi. Naturalmente i rapporti dell’Unifil con Hezbollah sono legati, in una certa misura, al fronte iraniano; e, dunque, allo sviluppo nei prossimi mesi della partita sul nucleare. Partita che settori dell’amministrazione Bush e ambienti israeliani vorrebbero chiudere, in un modo o nell’altro, entro la fine dell’anno. Ma, per ora, le preoccupazioni maggiori del "partito di Dio" sul territorio riguardano la penetrazione qaedista in Libano, che pare trovare terreno fertile tra i palestinesi dei campi profughi del Nord. Alcuni dei quali hanno combattuto in Iraq e sono stati influenzati dall’ideologia jihadista del palestinese di nazionalità giordana Zarkawi, il leader di Al Qaeda nel "paese dei Due Fiumi" ucciso lo scorso anno dagli americani.

Il radicamento di Al Qaeda in Libano farebbe saltare i delicati equilibri politici e confessionali locali, come sempre riflesso di precise alleanze internazionali. I qaedisti sono nemici dichiarati degli sciiti. Come è evidente anche in Iraq non basta la comune matrice islamista per farne degli alleati. Ispirati al più rigido monoteismo wahabita i qaedisti sunniti contestano non solo la credenza religiosa sciita, ritenuta una forma di eresia anziché una diversa concezione della religione islamica; essi accusano il "partito di Dio" di idolatria anche per aver associato la sovranità divina a quella popolare, presentandosi alle elezioni e accettando un quadro istituzionale che non si regge esclusivamente sulla shari’a. Accusa che Al Qaeda rivolge a tutti i gruppi neotradizionalisti o islamonazionalisti come Hezbollah e Hamas.

Il Libano rischia di diventare, dunque, ennesimo terreno della lotta per l’egemonia nel campo islamista a colpi di attentati. La tensione potrebbe investire anche gli italiani. Gli spagnoli sono stati, infatti, colpiti in quanto membri del contingente sotto egida Onu, organizzazione cui gli jihadisti non hanno mai concesso alcuna legittimità, ritenendola espressione del campo del Nemico. Dunque, come altri contingenti, anche quello italiano è un bersaglio. Di fronte a questo scenario, i rapporti con Hezbollah non bastano a mettere al riparo le nostre truppe da atti ostili. Roma lo sa e da qualche tempo la vigilanza è aumentata. Anche se in Libano le sorprese non finiscono mai.

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