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Messaggio di ecce_ da commentare:
La Cinquecento hi-tech con l’effetto nostalgia
di MICHELE SERRA

L’avvento della nuova Cinquecento è favorito da un pregiudizio benevolo e diffuso. Spiegabile solo in parte con il potente e sapiente apparato pubblicitario e celebrativo messo in campo dalla Fiat, e dal notevole appeal di una macchinetta che riesce a tenere insieme la memoria popolare e i nuovi comfort tecnologici. Il cuore di questa benevolenza, di questa fortuna annunciata (anche troppo), è il sollievo.

Il sollievo di poter tornare a misurare le capacità produttive, la freschezza creativa, la salute economica di un Paese a partire da un oggetto, da un manufatto (o robot-fatto), e non più dai fumosi e inquietanti spostamenti della nebulosa finanziaria, dell’economia virtuale e immateriale, che hanno dominato il clima degli ultimi due decenni. Generando, tra l’altro, una nuova classe di speculatori e faccendieri piuttosto ripugnante, e schiettamente asociale.

Il ritorno al prodotto, trascurando il quale la Fiat è sprofondata nella crisi più nera della sua storia, è indicato da tutti gli analisti come il "segreto" vincente della gestione Marchionne. E pensandoci meglio, l’idea che una fabbrica debba soprattutto fabbricare è così ovvia da lasciarci intendere quanto distorcente, e malata, e pericolosa, sia stata l’egemonia degli alchimisti finanziari, e degli avventurieri del denaro, rispetto alla vocazione manifatturiera e produttiva che ha sempre segnato, e quasi sempre in bene, le sorti dell’economia italiana. Fare le cose, e cercare di farle bene, è una delle poche eccellenze nazionali, quasi il nocciolo caratteriale di un paese. E’ il salvagente che ci ha permesso di galleggiare nel mezzo disastro delle sovrastrutture, di sopravvivere a quelle gravissime lacune di socialità e di spirito pubblico che rendono penoso e spesso odioso vivere in Italia. Le "cose belle", la percezione di passare la vita comunque e nonostante tutto in un luogo capace (anche) di qualità e di ingegno, sono state e sono una forte compensazione psicologica contro le molte derive in atto.

La nuova piccola Fiat sbuca dunque, come un campione sportivo, tra due ali di folla tifosa, solo in parte condizionata dall’appiccicosa attrazione per l’evento, solo in parte ammaliata da quel patriottismo demagogico e un po’ poveraccio che anima molti bagordi mediatici, specie calcistici. La festa è vera, è sentita, esprime favore e simpatia per il definitivo ritorno in scena del Prodotto, tangibile misura di capacità a lungo offuscate. Premia una città, Torino, che pur essendosi attrezzata molto meglio di altre alla crisi della fabbrica, adattando a nuove esigenze i suoi enormi vuoti industriali, inventando Olimpiadi, cultura e socialità sulle proprie ceneri, oggi riscopre nella nuova salute della Fiat non solo un tratto fondante della propria storia, ma un pezzo decisivo del presente e una garanzia per il futuro: troppo spesso e troppo in fretta abbiamo imparato a definirci un Paese post-industriale e terziarizzato, quando gli operai sono ancora molti milioni e le sorti dell’economia ancora si misurano in miriadi di containers in partenza per il mondo, zeppi di manufatti, di macchinari, di lamiera e di tessuti foggiati secondo estro e talento, di oggetti industriali, artigianali e agricoli.

Il valore simbolico della nuova Cinquecento, in questo senso, è impagabile. Partendo dell’effetto nostalgia, molto seducente in una comunità spaesata come la nostra, ci aggiunge un fortissimo tratto di modernità hi-tech, come per rimettere in asse passato e futuro, suturando una profonda slabbratura tra il come eravamo e il come siamo: eravamo e siamo un paese che produce molte cose, e tra di essere parecchie belle cose. Nel rimandarci, per inevitabile suggestione, al primo boom, magari mitizzato (furono anni durissimi, soprattutto in fabbrica), la nuova Fiat invoglia i baby-boomers a misurare il proprio potere d’acquisto ricomperando come seconda o terza macchina, quasi come gadget, l’erede dell’utilitaria che portava tutta la famiglia in gita quando erano bambini. Costringendoci a valutare, tra i tanti sfavorevoli decorsi sociali, civili e ambientali, anche il complessivo, impressionante miglioramento delle condizioni economiche del Paese in mezzo secolo di storia: che dev’essere pure, nei bilanci che tentiamo di fare, un elemento di oggettiva valutazione.

I progettisti della Fiat, da questo punto di vista, hanno fatto un mezzo miracolo: la nuova city-car allude perfettamente al vecchio trabiccolo, lo ricorda a colpo d’occhio come certi nipoti ricordano i nonni per misteriose vie genetiche. Ma, nel contempo, non è un remake, non è appesantito dalla retorica passatista. È un oggetto nuovo (un nuovo uovo, con facile giochetto di parole), guarnito dei tanti comfort (innanzitutto lo spazio interno) che segnano la differenza, non da poco, tra l’evo dei padri e quello dei figli.

È così precisamente "automobile", la Cinquecento, che forse potrà aiutarci, passata l’eccitazione del brindisi, anche a riconsiderare quel gigantesco rimosso che è la questione operaia, la questione della fabbrica, del lavoro, del salario. Semi-sotterrata dalle macerie dell’ideologia. Niente e nessuno, come gli operai, è finito nel cono d’ombra. L’orgoglio di fabbrica della Fiat sarà felicemente completato quando, sulla scia trionfale della nuova Cinquecento, si riaccenderanno le luci anche sulla questione del lavoro e del salario.

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COMMENTI:


Autore: scriccy
( lunedì 9 luglio 2007, ore 21:25
)

dai! ho app. messo unpost nostalgico per caso...




Autore: chanel
( giovedì 5 luglio 2007, ore 17:11
)

Hai visto per TV ieri sera... altro che festeggiamenti!




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