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Messaggio di ecce_ da commentare:
Nice to meet you, mister Papageno
di Elena de Stabile

L’uscita nelle sale della versione cinematografica del Flauto Magico di Mozart diretto da Kenneth Branagh e cantato in inglese anziché in tedesco riapre una questione vecchia: è giusto tradurre i libretti d’opera?

Per i duri e puri la risposta può essere una sola: NO. Come tollerare una Regina della Notte che lancia strali e annuncia vendette tremende vendette senza l’indispensabile ausilio di raffiche di consonanti e “h” aspirate? Ve la immaginate una regina che maledice il mago che le ha rapito la figlia, chessò, in portoghese?

Le ragioni degli altri però, di quelli che “perché no”, non sono meno forti: meglio la fedeltà all’originale (a costo di farsi un sonno dopo i primi 5 minuti dell’Evgenij Onegin) o la comprensione del testo che, trattandosi pur sempre di teatro in musica, non è un dettaglio secondario?

Il Flauto Magico è stato scritto in tedesco perché era un’opera destinata al popolo, ha fatto sapere Branagh. La scelta di farne una versione in inglese non sarebbe altro dunque che un’operazione fedele al vero spirito mozartiano.

Va detto che a volte la dizione dei cantanti è così scadente che per una persona di madrelingua italiana, l’ascolto di Wagner in tedesco o della Traviata in italiano sortisce il medesimo risultato: l’incomprensibilità assoluta. Quindi benvengano sopratitoli e ausili vari.

Che fare? Chi vi scrive ricorda ancora con sgomento un Barbiere di Siviglia a San Pietroburgo mezzo in italiano e mezzo in russo. Risultato: un surreale effetto pastiche che aggiungeva comicità a comicità.

E se non ne avete ancora abbastanza, va ricordato l’esperimento tentato nel 1986 al Maggio Musicale Fiorentino da Ermanno Olmi per la messa in scena della Kata Kabanova di Janacek. Per l’occasione un cantante, all’inizio di ogni scena riassumeva in versi (senza sottofondo musicale), l’azione che poi starebbe stata cantata in ceco.

Si credeva di aver trovato un onesto compromesso nei sopratitoli (tanto che nella ristrutturazione della Scala di Milano sono state allestite delle poltrone con un apposito display sullo schienale), ma anche lì è arrivato il “guastafeste” di turno (nella fattispecie il regista David Pountney), che ha sentenziato: “I sopratitoli non sono altro che preservativi teatrali, nient’altro che pezzi di lattice fra gli spettatori e gli attori”.

Ma Mozart, in tutto questo, che ne avrebbe detto? C’è da giurarci che si sarebbe fatto una grassa risata, questa sì, in lingua originale.

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COMMENTI:


Autore: scriccy
( lunedì 30 luglio 2007, ore 02:14
)

eh già l’eterno problema del traduttore.




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