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di ecce_ da commentare:
Morto Michelangelo Antonioni maestro del cinema dello sguardo di CLAUDIA MORGOGLIONE
ROMA - Con Michelangelo Antonioni - morto ieri sera nella sua abitazione nella capitale, a 84 anni, assistito fino allultimo dalla moglie Enrica Fino - non se ne va solo uno dei grandi vecchi del cinema italiano e internazionale, amato e celebrato in tutto il mondo, come dimostra lOscar alla carriera ricevuto nel 1995. Con lui scompare anche uno stile davvero unico, allinterno della settima arte: quello di un regista che ha sempre fatto dellocchio - quello della cinepresa, spesso apparentemente impassibile, e quella dellautore che silenzionsamente la muove - il centro della sua visione poetica. In cui emergono lincomunicabilità tra le persone, linsufficienza delle parole, la solitudine. Ma anche, per contrasto, il potere dello sguardo, la perfezione dellimmagine.
Un modo di concepire, realizzare e "vedere" i film creata non solo con intenti estetizzanti, ma anche per far venire fuori, senza inutile retorica, linteriorità e la psicologia dei personaggi. Con un tratto così particolare, e così coerente, da rendere vani i pur numerosi tentativi di imitazione. E senzaltro più adatto a una fruizione critica, o cinefila, che al grande pubblico. Una singolarità che Antonioni - autore di tanti e a volte controversi capolavori, a cominciare dagli eterni cult Blow up e Lavventura - ha tenuto ferma fino alla fine. A dispetto della malattia che negli ultimi anni gli ha impedito di parlare, ma non di comunicare attraverso le sue opere.
Classe 1912, ferrarese, una laurea a Bologna in Economia e commercio, Antonioni si accosta al cinema attraverso lattività di critico per i giornali. Poi il trasferimento a Roma, dove frequenta il Centro sperimentale di cinematografia. Collaborando con autori del calibro di Roberto Rossellini. Ma è nella sua terra dorigine che realizza il suo primo documentario, il cui titolo dice già tutto: Gente del Po, anno 1947.
In quello stesso periodo, lavora anche come sceneggiatore, in pellicole importanti: Caccia tragica, di Giuseppe De Santis (1946), Lo sceicco bianco di Federico Fellini (1952). Il primo film che porta interamente la sua firma è Cronaca di un amore. Unopera prima, ma già molto personale nei temi e nello stile: uno spunto quasi giallo, personaggi borghesi indagati nei loro moventi psicologici, una certa asciutezza. A questo esperimento, riuscito, seguono poi I vinti (1952) sulla crisi della gioventù europea; La signora senza camelia (1953), ambientato proprio nel mondo del cinema; Le amiche (1955) e Il grido (1956).
Ed è alla fine degli anni Cinquanta che arriva il suo primo, vero capolavoro, il film che molti cinefili, ancora oggi, considerano il suo migliore: Lavventura (1959). Pellicola così diversa dalle altre, così particolare, così raffinata, da suscitare, nella sua passerella a Cannes, reazioni assai contrastanti: forse per la lentezza, per il suo affidarsi alle immagini e agli sguardi, senza badare al ritmo. E che ha tra i protagonisti Monica Vitti, suo amore e sua Musa in questa fase della carriera.
E infatti, dopo LAvventura, arrivano La notte (1960) e Leclisse (1962), sempre con la Vitti. Così come Deserto rosso, anno 1964: il primo film in cui Antonioni accetta la sfida del colore, dopo tante produzioni in bianco e nero, e che gli vale il primo Leone dOro della Mostra di Venezia (il secondo, alla carriera, è del 1983). Ma il regista non si riposa sugli allori, anzi, allarga i suoi orizzonti anche allestero: il suo eterno capolavoro Blow up (1966), ambientato in Inghilterra, vince la Palma doro al Festival di Cannes. Poco dopo, nel 1970, la sua quasi muta indagine sullanimo umano sbarca in America, con Zabriskie Point (1970). Gli Usa della contestazione giovanile e della musica rock (celebre la scena finale dellesplosione, con musica dei Pink Floyd). Pochi anni più tardi, nuova pietra miliare: Professione reporter con Maria Schneider e Jack Nicholson (1975). E ancora, nel 1982, Identificazione di una donna. In cui, sulla falsariga di quanto già fatto da Federico Fellini con altri personaggi cinematografici giudicati di serie B, sdogana come interprete di serie A Tomas Milian, alias lo sbirro Monnezza.
A questo punto, il silenzio. Dovuto alla malattia che lo colpisce, che paralizza parte delle sue capacità comunicative. Ma il cinema - il suo cinema, così centrato sullo sguardo e così poco sulle parole o sui gesti frenetici - è più forte del male. E così, nel 1995, il maestro torna sul set, per girare, insieme allamico e ammiratore Win Wenders, Al di là delle nuvole. E nel 2002, lultimo sforzo compiuto: lepisodio Il filo pericoloso delle cose, nellambito nel film a episodi Eros. Gli altri autori sono Wong Kar Wai, Steven Sederbergh, due cineasti più giovani di lui che sicuramente hanno assimilato la sua lezione. La pellicola partecipa alla Mostra di Venezia. Lultima, girata da questo Grande del cinema.
E adesso - nello stesso giorno in cui si spegne un altro gigante, Ingmar Bergman - la fine: serena, in casa sua, accanto alla moglie. Domani in Campidoglio la camera ardente, dopodomani, nella sua Ferrara, i funerali. |
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COMMENTI:
Autore:
daisychain
( martedì 31 luglio 2007, ore 15:29
)
Bergman e Antonioni.. che colpo al cuore!
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