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Skylock
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CITTA': Seconda Stella A Destra...
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una notte infinita...

un’altra notte infinita...

sembra nn finiscano mai...

nn finiscono mai...
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Sbragato... e nn mi sfagiolate la vita!
ORA VORREI TANTO...
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
...OSTEOPATIA!
OGGI IL MIO UMORE E'...

ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

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Messaggio
di Skylock da commentare:
 "Nella quiete solluccherosa di metà agosto quel titolo che pareva frivolo e debosciato, ci aveva lasciati un po’ straniti. La copertina, pur avendo il suo perché, ci sembrava la foto segnaletica di un ricercato. Il singolo era un buon pezzo radiofonico, ma niente di immortale, niente che facesse traballare 35 anni di autentica leggenda (come tutti i singoli, per altro). I commenti dei fan che nel periodo precedente l’uscita dell’album avevano rubacchiato le canzoni da Internet erano interlocutori. Chi folgorato, chi deluso. Se a questo si aggiunge che l’attesa era tanta, che il ritorno con la E Street Band per Bruce Springsteen è sempre qualcosa di imprescindibile, quasi sacro, è facile comprendere il timore di trovarsi di fronte ad un album pubblicato frettolosamente, figlio della superproduzione degli ultimi tre anni (son passati solamente quattro mesi da Live in Dublin). Perché le importanti divagazioni folk e acustiche gliele concediamo sempre volentieri, ma in realtà vengono considerate pause - purchè di spessore - da quella che, almeno fino ad ora e fino al raggiungimento dei temuti limiti d’età, è stata la sua vera natura. E da quella ci aspettiamo il massimo, o almeno nulla che smentisca il passato. Poco importa se il futuro, probabilmente, sarà targato soprattutto Sessions Band. I timori crescevano. Solo chi si fida ciecamente di lui non aveva dubbi. Sono sempre stato fra questi, anche se nel tempo ho espresso pareri non teneri su un album come Human Touch, su certe decisioni promozionali targate Sony (18 Tracks o la American Land Edition), sul ripescaggio di pezzi di Tom Joad finiti in Devils & Dust. Dopo una buona dose di ascolti devo dire, molto semplicemente, che quelli che si fidano a prescindere, hanno avuto ragione. Un’altra volta. Bruce ci ha consegnato in mano un pezzetto di storia del rock’n’roll, qualcosa forse che solo il tempo saprà valutare per quel che si merita, qualcosa che spiegherà alle generazioni che verranno cos’era quella musica. Già, perché mettendolo sul piatto, dopo il riff di fuoco e lo smarrimento sociale di Radio Nowhere, parte un muro E Street Sound che, in questo modo, non sentivamo per lo meno da Born in the Usa (ultimo vero album con la E Street Band prima di The Rising). You’ll Be Comin’ Down ce lo riporta, ci restituisce quel bridge e ci riconsegna quel solo di sax che ormai erano sepolti nei nostri ricordi di gioventù. Il Capo, supportato da una base fortemente chitarristica (lui stesso, Little Steven e Nils Lofgren, onnipresenti ovunque), accusa direttamente l’idiozia dei falsi miti moderni, attaccando il culto dell’immagine, della Tv, del nulla. Musicalmente si tratta di un Bruce già sentito, ma quello che volevamo non era proprio sentirlo ancora? Lo stesso discorso vale per Livin’ in the Future. Da quanto tempo un pezzo di Bruce non partiva con un Clarence così, non conteneva una sovrapposizione vocale di quel tipo, una chitarra sixties appoggiata lì a metà, un solo hammond di Danny Federici da far tornare alla memoria le meglio cose dei ’70? Da quanto tempo un pezzo di Bruce non ci metteva addosso la frenesia del ballo? Questo è il rock, bellezza. Your Own Worst Enemy è una traccia interlocutoria, ma non fa che aumentare di valore. La voce di Bruce arriva dove vuole, il tappeto sonoro quasi natalizio ricorda Phil Spector ed evidenzia la potenza che questa Band ha ancora nelle corde. Le campane dello sfondo sembrano di troppo e non si sa cosa c’entrino con la durezza del testo, ma fortuna vuole che si sentano a malapena. E arriviamo alla western song Gypsy Biker, introdotta e seguita per tutta la sua durata da un’armonica morriconiana (vedere C’era una volta il West per credere, non è un caso che Bruce abbia spesso usato quella colonna sonora per introdurre le sue serate italiane). Lo stacco di batteria del possente Max Weinberg dopo la prima strofa entra a pieno titolo nella storia springsteeniana, come la lancinante chitarra finale. Se c’è un appunto da fare è quello di un ridondante accumulo strumentale che a tratti soffoca la voce. Il testo drammatico riporta a Darkness. Girls in Their Summer Clothes: capitolo a parte. La canzone è di facilissima presa, estiva, schiaccia l’occhio a un buon pop (proprio come Sunny Day quattro anni fa, solo che quella non venne attaccata dai puristi, anzi…), ma qui ritroviamo il Boss che scrive “Metto la giacca ed esco, stanotte infiammerò la città, le ragazze nei loro vestiti estivi mi passano accanto”. O ancora: “‘Un penny per i tuoi pensieri, mio povero Bill’. ‘Lei se n’è andata, tagliandomi come fosse un coltello’”. Da quanto tempo non ci faceva ritornare con la mente sul boardwalk di Asbury, a guardare in giro un mondo che ci fa sempre più schifo ma che forse vale ancora la pena affrontare? E a parte le parole, basterebbe il solo impasto festaiolo, con la sezione ritmica impressionante (maestro Garry Tallent) e l’ulteriore supporto degli archi, a collocare questo pezzo in alto. Annotazione, in tutto il disco, la parola “magic” compare solo qui. “Versami un bicchiere, Teresa”. I’ll Work for Your Love inizia così. E’ Bruce. Un Roy Bittan d’annata al pianoforte introduce e tutta la canzone sarebbe già un classico se fosse stata incisa su The River. Forse il più riuscito e meraviglioso ritorno al suono E Street primi anni ’80 dell’intero disco. Magic ci riporta nel West. Una ballad scarna con hammond, chitarra, percussioni e mandolino, controversa nel testo e intensa nell’interpretazione vocale, strepitosa, di Bruce. I giochi di prestigio della vicenda potrebbero rappresentare le falsità con cui l’America sta tradendo i suoi ideali. In pratica il filo conduttore dell’album. E così si apre il sipario sulla violenza di Last to Die, un misto di Roulette e Jackson Cage, chitarre e sangue per un brano denuncia. Long Walk Home è una delle due canzoni dell’album che segneranno il tempo. Ballata rock triste, passaggi di solo chitarra e solo sassofono enormi, epicità senza fine. E’ lunga la strada verso casa, e rischi di non riconoscere nemmeno il barbiere di South Street. Capolavoro. Dal vivo esploderà. In Devil’s Arcade arriva il Boss di tanto The Rising, quello del rock dopo il 2000, da American Skin in qua. Qui c’è un sound nuovo, con gli archi in primo piano e l’esplosione chitarristica che arriva solo alla fine. Il pezzo torna sul tema della guerra ed è di non semplice presa inizialmente, ma alla fine risulta duro, visionario, incisivo come un colpo di fucile. Il crescendo sul conclusivo “battito del tuo cuore” mette la pelle d’oca. L’altro capolavoro assoluto dell’album è la traccia fantasma, Terry’s Song, secondo vero lento, dedicata al fraterno amico e assistente Terry Magovern, uomo tutto d’un pezzo che coloro che da anni frequentano Bruce hanno avuto certamente la fortuna di conoscere. Terry se n’è andato a fine luglio, e il Boss ha voluto ricordarlo. Chitarra, piano, armonica e amicizia per un pezzo probabilmente registrato in pochi minuti nel garage di Rumson, New Jersey, senza troppa ricercatezza. Eccola, la Magia. Chi oggi è in grado di sfornare un album rock di questo tipo? In The Rising, comunque un bel disco, questa forza non c’era. E a fronte di almeno quattro pezzi devastanti, qualche canzone sembra, cinque anni dopo, di troppo. Qui non ce n’è ancora una in avanzo, il livello complessivo è elevato, pur essendo questo un album meno difficile, molto vendibile e certamente dedicato a un pubblico più ampio rispetto a quello delle recenti esperienze. Ha dichiarato che la E Street andrà avanti ancora molti anni. Speriamo. Perché che la scelta di O’Brian alla produzione sia felice o meno (per un nostalgico come me Van Zandt andrebbe benissimo e forse imballerebbe meno i suoni), questo rock ce lo sanno dare solo loro.
Se siamo di fronte ad un capolavoro non lo so, gli anni lo giudicheranno. Ascoltatelo in macchina, ad alto volume, senza pensare al pesante fardello del glorioso passato, e vedrete che vi troverà. Chi non ci crede il 28 novembre ci crederà. Perché una cosa è certa, il 29 ci ritroveremo tutti (i folgorati e i delusi dall’album) sconvolti al pensiero di un arzillo 58enne che, ancora una volta, ha rivoluzionato le nostre vite.
Marco Quaroni
aspetto anche questo... e che sia come quel 2003... per ripartire nuovamente! |
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