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di ecce_ da commentare:
Se i lupi di Chernobyl divorano i cani 21 anni dopo, la natura senza luomo di SARA FICOCELLI
ROMA - Lupi che per sopravvivere si cibano di cani, rondini albine, gatte che non riescono più a partorire cuccioli maschi. A ventuno anni di distanza da quel 25 aprile che sconvolse il mondo, la natura si riappropria del territorio di Chernobyl. E lo fa in modo inquietante, perché tale è stato il destino di questa cittadina al confine con la Bielorussia, che nel 1986 fu travolta dalla più grande esplosione nucleare della storia e che ora sembra vivere una sorta di rinascita. Anche se a ripopolarla non sono gli uomini ma gli animali.
Quel che resta di Chernobyl oggi è una foresta grigia, abitata dai fantasmi delle migliaia di persone che morirono sul colpo o vennero evacuate. Per le vie della città sono ricomparsi i gatti. Per diversi anni dopo lesplosione le femmine non riuscirono più a partorire cuccioli maschi e piano piano i felini scomparvero dalle strade. Ora in giro se ne vedono moltissimi. La selva è invece popolata da cinghiali selvatici, alci, cervi, volpi. A brucare le sterpaglie contaminate è tornato persino il bisonte europeo, quasi estinto agli inizi del 900. Oggi qui ritrova lambiente adatto per riprodursi, soprattutto grazie a un particolare non trascurabile: luomo non è più la specie dominante.
Una polemica scientifica. La rivincita della natura sul disastro radioattivo ha colpito lattenzione degli scienziati di tutto il mondo, tanto da innescare una diatriba a colpi di ricerche scientifiche. A far scoccare la scintilla è stato un articolo pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno degli inserti della Royal Society.
Secondo una ricerca del professor Anders Moller dellUniversità Pierre e Marie Curie di Parigi e di Timothy Mousseau dellUniversità della Carolina del Sud di Columbia, gli animali che oggi popolano Chernobyl sono geneticamente devastati dalle radiazioni. Non solo: nelle zone in cui la radioattività è rimasta elevata, gli uccelli non riuscirebbero più a nidificare. Moller si riferisce in particolare alle rondini, che inoltre in molti casi nascerebbero albine.
Il team di Moller sostiene che non siano stati fatti adeguati sforzi a livello internazionale per monitorare gli ecosistemi di Chernobyl. Organismi quali lOrganizzazione Mondiale per la Sanità e lAgenzia Internazionale per lEnergia Atomica si sarebbero basati solo su "prove aneddotiche". "Perché non è vi è stato alcun sforzo per monitorare gli effetti a lungo termine delle radiazioni su animali selvatici ed esseri umani?", chiedono Moller e i suoi collaboratori.
Animali di grossa taglia, che prima non abitavano queste zone, oggi sopravvivono grazie a mutazioni genetiche che ne hanno modificato la resistenza e le abitudini alimentari. Come i lupi che stanno ricomparendo nel bosco, di taglia più piccola rispetto a quelli normali: test scientifici hanno dimostrato che il funzionamento dei loro organi è ormai stato geneticamente modificato dalle onde radioattive.
Secondo le poche centinaia di persone che ancora abitano qui e secondo lo stesso Moller, i lupi si sarebbero riprodotti negli anni cibandosi dei cani rimasti. Lo scrittore Martin Cruz Smith a questo fenomeno ha anche dedicato un libro, a metà strada tra fantascienza e crudo realismo, intitolato Wolves Eat Dogs.
Secondo Moller, dunque, quella di Chernobyl non sarebbe una vera rinascita ma lemblema di un mondo inquinato e perduto. Il plutonio, ricorda, per scomparire del tutto impiega in media 234 mila anni.
Ma il professor Jim Smith dellUniversità americana di Portsmouth critica questa ricerca. Egli crede che il rifiorire della fauna sia il simbolo della forza della natura sulle catastrofi umane. In un articolo apparso sulla rivista Nature, spiega che labbandono delle aziende agricole da parte degli sfollati potrebbe essere la vera ragione per cui uccelli come le rondini, abituati a convivere con luomo, non si riproducono più in queste zone.
Anche se non ci sono piani di ripopolamento, si stima che circa cinque milioni di persone vivano ancora sui terreni contaminati dallincidente. Nella cittadina di Pripyat, desolata e abbandonata a sé stessa, abitano circa quattrocento persone. "Non torneremo mai più, addio", aveva scritto una maestra sulla lavagna un attimo prima dellevacuazione. Gran parte degli abitanti di Pripyat hanno mantenuto la promessa.
Tra aneddoti e realtà. Intorno a questi uomini e alla nuova natura che li circonda, un pullulio di leggende macabre e in certi casi ridicole. Come quella della nascita di una nuova razza umana a due teste, o ancora quella della centaura Elena, che aprì un blog per raccontare il proprio viaggio attraverso le zone dellesplosione. A bordo della propria moto, incurante del rischio di radiazioni. La giornalista Mary Mycio, corrispondente del Los Angeles Times, dimostrò poi che si trattava di una bufala: la ragazza a Chernobyl cera stata, ma solo con un viaggio organizzato. Un piccolo esempio che spiega quanto sia facile costruire fantasmi e favole intorno a ciò che quasi nessuno conosce. Cè solo da augurarsi che la natura, con la sua energia, aiuti questa regione a riprendersi la vita. |
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Autore:
daisychain
( giovedì 13 dicembre 2007, ore 22:25
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io sono nata in quellanno pochi giorni prima dellesplosione WOW
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