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Wednesday, January 23, 2008 - ore 23:49
Spingendo la notte più in là
(categoria: " Riflessioni ")
In uno dei primi post che ho scritto in questo blog vi ho parlato di un grande muro nero che sta a Washington DC, che gli americani chiamano semplicemente "The Wall"... Un grande muro nero, una memoria collettiva dove tutto il popolo americano si ritrova per piangere i propri morti caduti in una guerra sporca e maledetta... Ogni giorno i genitori, le fidanzate, i figli di quei morti possono andare a toccare con mano, a piangere, a ricalcare su un foglio di carta il nome ed il cognome di chi tanto hanno amato... ma c’è di più... quel muro è la memoria non solo privata... per quella ci sono i cimiteri... ma di una intera nazione... Poi penso alla nostra misera italietta... Qui da noi non esistono muri del pianto... anche noi abbiamo i nostri martiri che hanno pagato con la vita l’essere "giusti"... Qui, ben che vada, esiste la memoria privata... le lacrime dei figli, delle mogli, delle fidanzate e dei genitori spese nei cimiteri, dove nessuno sà e nessuno vede... Poi troviamo quelli che negli anni ’70, nei maledetti anni ’70 erano terroristi... assassini, chiamiamoli senza false ambiguità assassini, perchè questo e solo questo sono, in televisione, nei contenitori della domenica... in libertà... a fare moda e pure filosofia... Intervistati belli e sereni davanti alla lapide in Via Fani... Da Claudio Martelli... fino a pochi anni fa delfino di uno dei pochi politici che aveva cercato veramente di salvare quel disgraziato di Aldo... alcuni di loro pure filosofi si fanno chiamare... Io credo che un paese senza memoria collettiva non sia un paese... sia solo una italietta... molto peggio di quella che ha perso con la Corea...
Questo che segue è un brano tratto da un bellissimo libro scritto da un figlio di uno di quegli eroi... Si chiamava Luigi... faceva il commissario di polizia... girava disarmato... "non voglio uccidere nessuno" diceva... Amici giovani di questo blog... vi prego... cercate di capire... cercate di non dimenticare... cercate di costruire... voi come me un muro... nero o bianco... non importa... un muro per non dimenticare... un muro per dire basta... un muro per dire adesso ricominciamo...
" L’unico ricordo che ho di mio padre è quello dell’ultima domenica mattina passata insieme. La data l’ho ricostruita grazie all’agenda olandese: "14 maggio. Gigi porta Mario a vedere la sfilata degli Alpini. Rientra con paste, gelato e rose". Mia madre conserva ancora una rosa di quel mazzo. È secca, ma si intuisce il colore rosa screziato di rosso. La tiene in un cassettone, insieme alle migliaia di lettere ricevute negli anni.
Alla data ci siamo arrivati insieme, dopo che quel diario aveva ripreso vita per fare la sua parte nei processi. Ma di quella mattina ne avevamo parlato la prima volta solo due o tre anni prima, quando ero al ginnasio. Dopo essermelo tenuto per me per anni, un pomeriggio, in cucina, le dissi: "Io ho un ricordo di papà Gigi, è fortissimo, è una bellissima sensazione, ma non so cosa sia, se te lo racconto mi puoi aiutare a capirlo?". E le raccontai di una folla, di una piazza, di una banda musicale. Io ero sulle sue spalle, ero un po’ spaventato dalla calca e dal rumore, ma ero incredibilmente attratto dalla grande apertura dorata di un trombone. Lui mi chiese se volevo toccarlo, ero timido, e poi nessuno si avvicinava, la gente stava tutta lungo il bordo della strada, ad assistere alla sfilata. Nessuno superava la linea immaginaria.
Lui invece scavalcò qualcosa, superò delle transenne, io mi attaccai ai suoi capelli, lui mi stringeva le gambe, io avevo timore, sentivo che stavamo facendo qualcosa fuori dalle regole, ma lui mi dava fiducia. Ci avvicinammo alla banda, lui parlò con qualcuno, chiese qualcosa, si piegò sul trombone e me lo fece toccare, solo per un attimo. Tornammo indietro, io ero felice, mi sentivo grande, forte, orgoglioso di stare sulle sue spalle, mi sembrava avessimo fatto una cosa coraggiosissima. Non avevo più paura della folla, mi sembrava tutto solare e caldo. Era una sensazione fortissima, che sento ancora oggi, viva, netta, pulita. Una sensazione di pienezza.
Ci ho pensato tante volte, a scuola, nella calca all’uscita dallo stadio, a Montecitorio nei giorni concitati della caduta di Prodi o dell’elezione di Ciampi, a New York davanti alla sede dell’Nbc al Rockefeller Center, mentre la gente scappava perché avevano trovato una busta con le spore d’antrace, mentre organizzavamo gli inviati da mandare a Madrid pochi minuti dopo le bombe ai treni dell’11 marzo 2004, o durante la notte dell’edizione straordinaria per l’inizio della guerra in Iraq. Ho sentito quella sensazione calda e ho pensato a lui. È l’eredità che mi ha lasciato. "

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