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Friday, February 01, 2008 - ore 21:50



(categoria: " Vita Quotidiana ")



BICI ITALIANE, CON GLI OCCHI A MANDORLA!
Roma (RM)
6 nov 2007 Il mondo della bici si ritrova a Milano in fiera: sta per andare in scena la vetrina di un mondo, quello del ciclismo, con un’intera economia che, al di là dei risultati agonistici, sta tirando le somme di una stagione, l’ennesima, piuttosto difficile. L’Italia del pedale, quella che si sporcava le mani con il grasso di catena, il genio, la fantasia, il design? Esiste ancora tutto questo? Più che esiste, sarebbe più corretto scrivere che RESISTE. Il salone del ciclo, Eicma, sarà un gran bel vedere per l’appassionato, ma dietro quei baracconi colorati, i sorrisi e le belle parole suoneranno ancora più ipocrite: sforziamoci di dire alla gente che le cose fanno bene, ma i conti in tasca non mentono.

Basta col dire che l’Italia è un Paese forte nel mondo della bici: esportiamo poco più di un milione di biciclette l’anno, ne produciamo 2.400.000. Ecco le dimensioni del made in Italy: in dodici anni, il business si è più che dimezzato. Siamo un moscerino in confronto alla Cina, per esempio, che produce quasi 70 milioni di biciclette e ne esporta 56 milioni.

Sì è vero, non si po’ non riconoscere che le biciclette italiane sono meravigliose, sono opere d’arte, sono le più amate nel mondo, ma… ma si vendono sempre meno. Si vendono sempre meno e soprattutto sono sempre meno italiane "doc": c’è davvero la sensazione di essere all’ultima pagina di una tradizione. Non è un’idea campata per aria, ma l’opinione autorevole di un certo Ernesto Colnago, uno che in questo ambiente qualcosina conta.

L’Italia esulta con Bettini campione del mondo, ma su bicicletta americana costruita a Taiwan. Di Luca festeggia in maglia rosa, ma pedala su un mezzo costruito negli Stati Uniti. Nel Pro tour vince Cadel Evans che usa una bici costruita a Taiwan, ma assemblata in Belgio. La classifica a squadre se l’aggiudica la Csc che utilizza biciclette dal marchio canadese, ma costruite a Taiwan. Ecco dunque lo specchio di un’industria, quella della bici.

L’industria italiana delle biciclette, come gran parte del Paese che produce, chiede risposte da tempo a un governo che, invece, preferisce dormire: semplicemente non governa. Proprio ieri, il viceministro dell’economia, Sergio D’Antoni, già noto sindacalista, è intervenuto a un dibattito con gli imprenditori di questo settore: alla parola bicicletta ha fatto scattare, pure lui, il vecchio adagio "Coppi-Bartali". Basta, pietà! Dei ricordi, caro ministro, non ce ne facciamo nulla, lo sa?

La bici made in Italy chiede risposte… sì, ma quali? Il futuro ci è ignoto, ma lo si può immaginare. Il presente, cari lettori, funziona così: si ritrovano in cinquanta, tra gli imprenditori, a sbandierare e a gridare "viva il made in Italy!", ma di questi cinquanta "paladini" del prodotto tricolore, ce ne sono quaranta che, mentre predicano bene, razzolano al porto di Napoli… a sdoganare i container che arrivano da Shangai. Ecco perché ha ragione Colnago, purtroppo.





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