C’è una storiella ebraica che spiega così l’onnipotenza di Dio. Si racconta di un rabbino che chiede ad un altro rabbino: “Ma tu pensi che Dio possa creare una montagna così alta da poterla nemmeno lui scalare?” “Se è davvero onnipotente – rispose l’altro – può”. “Hai ragione – riprese il primo rabbino – quella montagna l’ha creata: si chiama uomo. Una volta creato, non può assolutamente dominarlo al pari di un burattino. L’uomo può anche dirgli di no. Ecco la nostra libertà”.
Pensare che in quella casa, complice la confidenza instauratasi, Gesù entrava senza nemmeno bussare. Lì dentro non lo chiamavano Maestro, Rabbì o Signore. Lo chiamano semplicemente Gesù! E lui, l’amico scovato tra le viuzze di Nazareth al calar delle giornate, non fa una piega, quasi a dire:
“chiamatemi semplicemente Gesù”. Una sera si e una no, più o meno, si nascondeva là dentro, appena dopo il segnale che indicava Betania, poco sopra il torrente Cedron. Un giorno passò e incontrò
Lazzaro che tornava dai campi: gli toccò una spalla e gli chiese dell’aratura, degli agnellini e delle olive. Entrato in casa accarezzava i capelli di
Marta, donna energica e stakanovista che ogni tanto, trapassando dalla cucina al salotto, strapazzava la sorella come a dire:
“Smettila di essere imbambolata, miseria”. Poi si girava verso Gesù, con mezzo sorriso, quasi a dirle:
“Cosa vuoi farle? Così è fatta”. Ed era proprio fatta così
Maria: quando vedeva quell’Uomo perdeva senno e ragione. S’accartocciava sui suoi piedi e si lasciava incantare dalle parole di quell’Amico. Non tenevano mamma e papà: orfani li avea resi la vita. Non c’erano genitori. Quindi: non c’era divario d’età, di prospettive, di vedute. C’era confidenza.
Sai quanto m’intriga questo Gesù “versione familiare”? E’ come se lasciasse la divinità fuori dalla porta: troppo ingombrante in quel minuscolo rifugio. La lascia fuori ed entra solo l’uomo. Strani questi fratelli! Un po’ scemi, diremo noi. Hanno un Uomo famoso, potente, riconosciuto…e non Gli hanno mai chiesto un piccolo favore. Un’assunzione al Tempio, un cenno per un aumento di stipendio, per uno scatto d’anzianità. Per un nonnulla. Mai! Forse per questo torna sempre da loro e, il più delle volte, senza bussare, chiede:
“Marta, c’hai un piatto anche stasera?” E poi, come contributo per le spese vive della casa, se la cava sempre dicendo:
“Pace a voi, fratelli!" Il Vangelo non dice da quanto si conoscevano: da bambini, da adolescenti. Forse alla soglia della maturità. Non è dato sapere tempi, luoghi e occasioni d’incrocio tra loro. Giovanni, fotoreporter autorizzato di quella premiata ditta, dice una solo una particolarità. Ma forse basta e avanza:
“Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”.
Un giorno Cristo sta facendo un “sopralluogo” in Transgiordania. Improvvisamente gli giunge una notizia commissionata da Marta e Maria, le sue “sorelline” adottive:
“Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. Stanno parlando di Lazzaro, non di uno qualsiasi. Dell’amico, del suo fratello, del padrone della casa di Betania. E, molto umanamente, t’immagini Cristo fare un cenno ai suoi Dodici, lasciare tutti, correre, ansimare, faticare. Pensi tu: ma il Vangelo ti delude. Dice:
“Quando sentì che era malato rimase due giorni nel luogo dove si trovava”. Per fortuna lo amava…! Si trattiene due giorni. E due giorni, per chi ha un appuntamento con la morte, sono tanti. Troppi. Fatali. Non basta: fa discorsi strani. Non basta ancora: parte quando Lazzaro è già morto. Sempre così succede: quando serve è sempre lontano da casa! Era lontano ad Auswicthz, Hiroshima e Baghdad, lontano quando papà scoprì d’avere un cancro e mamma disperava. Lontano quest’estate a Garlasco, quest’autunno a Perugia, quest’inverno a Gravina di Puglia. L’avevano avvisato:
“Maestro: ci sono sei milioni di ebrei in quel campo, c’è Ciccio e Torre in quella buca”. E lui… fermo due giorni. Cioè ritardo completo.
E l’uomo s’arrabbia, esplode, impazzisce, incolpa Dio per “omissione di soccorso”… perché se Dio esistesse non può esserci tutto questo! Lazzaro è morto. Marta Gli dice:
“Signore, se Tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. E’ anche troppo gentile Marta: forse, per familiarità, non osa oltre. Lui non si sfoga, non cerca giustificazioni: Dio non s’offende per le grida dell’uomo. Dice solamente:
“Se credi, vedrai la gloria di Dio”. Son due verbi, ma sono la disgrazia dell’uomo.
credere è al presente: oggi.
Vedere al futuro: domani. Forse, chissà, probabilmente! Tra il
credere e il
vedere abita la speranza. Ma anche un’attesa interminabile, un’assenza inspiegabile, una lontananza straziante. Conti che non tornano, delusioni a non finire, perdite, ferite, urla strazianti. Purtroppo noi invertiamo i verbi: grammaticalmente possibile, divinamente sfasato. Vogliamo vedere, poi crederemo. Forse! E così Dio è sempre sotto esame, nel migliore dei casi. Sotto accusa, nel maggiore dei casi. Marta Gli dice:
“Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Marta crede, Lazzaro risuscita. Non s’avvera il contrario: Lazzaro risuscita, Marta crede. No!
“Se credi, vedrai…”. Ed è di parola, effettivamente. Se credi, non importano i quattro giorni che provocano odore, i due giorni di ritardo che causano fastidio, le urla della gente che ti rinfaccia l’assenza. Se credi, il profumo della vita vince l’odore della morte.
Appena fuori dal sepolcro l’Uomo di Nazareth guarda Marta e le dice:
“Io sono la risurrezione e la vita.” E, poco dopo, scoppia a piangere. Come me, come te, come Marta, Maria, la vedova di Nain, come gli amici suoi. Piange pure lui! E piangendo rianima l’amico:
“Vieni fuori!” Lo grida a Lazzaro, ma lo grida al cancello di casa mia:
“Vieni fuori!”. Svegliati, muoviti, reagisci, insorgi scrolla la menzogna, datti da fare. Smettila di morire, di rassegnarti, di piangere. Di soffocarti, di strapazzarti, di deriderti. Di frustrarti, di umiliarti, di stare a terra.
“Vieni fuori!” E’ ora di vivere!
Ma nonostante questo grido c’è ancora qualcuno che si restringe, si rattrappisce, si aggomitola ancora prima di morire. Quasi per adattarsi in anticipo alle misure della bara…
Alla fine del 2004 è morta a Filadelfia una bambina di otto anni,
Alexandra. Quattro anni prima, quando le era stato diagnosticato un cancro, le balenò in testa un sogno: allestire un baracchino per vendere limonate e raccogliere fondi alla ricerca per i bambini colpiti dalla sua stessa malattia. La mamma, col sorriso triste, le disse che sarebbe stato difficile raccogliere anche 50 centesimi per volta. Lei rispose:
“Non m’interessa, io ci provo”. Il 12 giugno 2004 era riuscita a mobilitare per la causa il suo paese e, a catena, l’intera America, il Canada e la Francia. Oggi i chioschi delle limonate di Alex si sono moltiplicati in tutto il mondo e sono divenuti un punto d’incontro e di solidarietà.
C’è chi si adatta in anticipo alle misure della bara.
Ma anche chi si rifiuta...!
"Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto" (Gv 11,21)
GOD BLESS YOU!
Buona settimana