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so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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lunedì 10 marzo 2008 - ore 08:34


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non so se riesco a farmi capire, a volte mi escono delle parole dalla bocca e dalle mani, e il più delle persone non capisce. Dovrei smettere di parlare, e scrivere e basta. Andare in giro come Thomas, con un quaderno, per scriverci sopra le risposte. E come lui scrivermi sulle mani Sì, No. E smetterla di parlare, che parlare non fa per me. Io devo scrivere, non parlare.
Parlare è difficile, dire le cose è difficile, c’è sempre qualcuno che ascolta. Forse per questo mi piace parlare da sola, non c’è nessuno che se ne sta lì ad ascoltarti. E puoi dire tutto quello che vuoi.
Pirandello diceva che la vita o la si vive o la si scrive. Se scrivo posso cancellare le parole, e io le devo cancellare. C’è sempre bisogno di cancellare qualcosa. Anche se l’istinto spesso ti fa dire le cose giuste, perché vive il momento, altre volte bisogna poter cancellare. A volte le scrivo, le parole sbagliate, e mi dimentico di cancellarle così rimangono ancora più ferme, immobili. me le trovo lì quando riprendo il foglio. Ma parlare è ancora peggio, perché esce. Mi vengono fuori.
Ed è ancora peggio quando restano dentro.

Una volta c’era una ragazza che ci provava con un mio carissimo amico. Lui e gli altri venivano al locale dove lavoravo io, e questa ragazza voleva conoscermi. Le avevano detto che doveva piacere a me per provarci con il mio amico, che ero una pedina importante del gioco. E ovviamente l’avevano detto anche a me, che lei voleva conoscermi. Mi fissava, mi fissava da tutta la sera, se ne stava la a guardarmi.
E quella sera, erano nell’angolo a sinistra, il mio amico mi chiama, mi fa il segno di andare da loro, sto per conoscerla. Lei si sistema gonna e capelli con un unico gesto, mi tende la mano e fa “ciao piacere xxxxx, sono contenta di conoscerti”.
E io, inarcando le sopracciglia, con sufficienza, le ho detto: “ovvio”. Così.

A me le parole a volte escono così, brutali. Il fatto è che sono sincere, io ci credo nelle cazzate che dico – cazzate o istinto. Purtroppo ci credo. E i lapsus, gli errori, le gaffe, oh Dio!, se fossero solo gaffe non mi preoccuperei mica più di tanto... Ma le chiami solo gaffe?
Non c’è qualcosa dentro di noi che ci fa per forza dire quello che vogliamo e non quello che dovremmo?

E poi c’è la ruota. Ma anche la ruota prima o poi si ferma. E devi scegliere, anche se non sai farlo.
E quando si ferma: fran.

Esplodi, cazzo, esplodi! Falla detonare! Facci qualcosa, ti prego, prendi una posizione, ti prego. Falla smettere di pulsare quella testa, non ne puoi più e lo sai anche tu. Parlati, ascoltati. Trema frena crolla scotta scappa fuggi pensa, cazzo, pensa. Fa qualcosa, agisci. Reagisci riprenditi ripigliati fa qualcosa, cazzo.

L’ho fatto.
Fran.


“E lì, a quel punto, cadde il quadro. A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, in istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buonanotte, notte. Sette anni dopo, il 13 maggio alle sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio se non ci pensi se no ne esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene di qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre settimane, io scenderò da questa nave. Ci rimasi secco. Fran.”

Alessandro Baricco, Novecento



E io non capisco cosa voglio.
FRAN


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