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Tuesday, March 11, 2008 - ore 12:13


Femminismo, un odio giustificato...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Quante volte.
Quante volte, amore, abbiamo percorso
quel medesimo sentiero prima di ritrovarci?
Pensavamo di raggiungere la medesima mèta
solo insieme e sospinti da un unico amore.
Ma, qualcosa d’imponderabile e imperscrutabile,
s’è d’un tratto frapposto atrocemente tra noi.
(A.F.)


Non mi sono mai piaciuti gli schieramenti contrapposti, il “muro contro muro” è una caratteristica propria solo della razza umana, il voler parteggiare per un determinato gruppo di persone è sinonimo di paura della solitudine, purtroppo, invece della volontà di essere solidali. Come per ogni argomento del “passato”, nel nostro bel presente industrializzato ed anestetizzato da tutto ed il contrario di tutto, si infervora una polemica: si rivaluta il duce, Castro, Tse-Tung, perfino quell’imbianchino austriaco coi baffetti strani e una paresi al braccio destro, esponendo le loro giuste colpe e le altrettante virtù (?). Allora orde di politicanti a part-time, con contratti “co.co.co.” (probabilmente delle migliori forme contrattuali sarebbero loro destinate se elevassero, non di tanto, la loro tronfia dialettica al livello minimo dei primati, intesi per scimmie):
-Quello era un grande statista, ha fatto questo, questo e quest’altro progresso!
e di contro l’altro gli risponde:
-Macchè! Era solo un assassino! Invece guarda quel grande uomo che era quest’altro qua, che ha fatto evolvere la popolazione fino a questo punto!
e così via.
Ora, io credo di essere l’esempio più lampante di “anestetizzazione da media liberi”, solo in forma negativa: non mi stupisco di niente, semplicemente perché un sistema come questo è il peggiore, me ne scandalizzerei se popolassimo il migliore dei mondi possibili, dove meritocrazia, crimini razzisti e capacità ed incapacità varie sarebbero riconosciuti e chiamati come meritano. Ma non è così.
Nei passati giorni m’è giunta alle orecchie molte volte la parola “femminismo” descritta come emancipazione della povera donna nei confronti del dispotico uomo, ponendo le basi per una nuova classe dirigenziale femminile, destinata al miglioramento di una società in declino per colpa del testosterone. Tutti quelli che hanno capito come ragiono, avranno poi capito dove colloco la donna e cosa ne penso, il punto è un altro:
quale molla spinge la donna a diventare femminista?
La risposta, secondo me, è molto semplice: l’incapacità.
L’incapacità di accettarsi per come si è, di farsi accettare per come si è, credendo in un ideale ed in un “gregge” che non fa altro che violentare la propria capacità di autocritica e di libero pensiero, degradando anche il cervello più capace ed allenato allo stato della comune materia organica anfibia, comunemente detta “merda”.
Non mi venite a dire che c’è del giusto nelle loro manifestazioni, nel loro pensiero, perché mi vengono in mente alcune storie di donne come quella di mia nonna, la madre di mio padre:
rimasta vedova con cinque figli a carico (il più grande aveva cinque anni), è riuscita a tirarli su da sola, e si è imposta loro come un’autorità, e nessun uomo s’è mai sognato di imporle qualcosa. Femminista oltranzista? Tutt’altro…
Io credo che noi stessi, intesi come unità, siamo in grado di far fronte ad ogni sfaccettatura della vita, non serve nascondere il nostro cervello dietro un’ideologia o peggio ancora dietro ad un simbolo politico o religioso. Sinceramente una classe dirigenziale di persone fallite, siano essi uomini o donne, non fa troppa differenza. Purtroppo la paura del diverso al giorno d’oggi è tale e gravemente radicata, che anche se il modello d’ispirazione è maschile, la donna non cerca di distinguersene, ma cerca di impadronirsi di quel modello, dimenticando quelle doti che la rendono unica e non riuscendo ad acquisire quelle doti che rendono unico l’uomo. Ma è così brutto, essere diversi? Platone diceva che siamo incompleti e che in altre persone (parlare di altro sesso, mi sembra arcaico, di questi tempi) c’è la metà che ci completerebbe, se trovassimo una persona con un’anima uguale alla nostra, non solo non saremmo completi lo stesso, ma saremmo doppiamente carenti…


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