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Monday, March 17, 2008 - ore 15:16


Madres de Plaza de Mayo: 30 anni di vita vincendo la morte.
(categoria: " Riflessioni ")



Intervista a Hebe de Bonafini, presidentessa dell’associazione Madres de Plaza de Mayo

Entrando nella Casa delle Madri si può avere la sensazione di trovarsi in una sorta di “Presidio del futuro”, dove al posto del tendone ci sono pareti. Ciò che queste donne hanno realizzato in 30 anni di lotta non si misura soltanto nei termini della instancabile richiesta di giustizia per la scomparsa di 30000 giovani, ma anche della progettualità rivolta alla realizzazione di quel mondo migliore sognato dai loro figli. Generatrici di vita, le Madri hanno creato prima di tutto una rottura culturale, una concezione del far politica che è partecipazione, conquista e creazione di spazi. Le chiamano “le pazze”, ma loro si sentono più semplicemente delle rivoluzionarie.

Che relazione hanno la Madri con la politica?

Le Madri hanno sempre avuto una relazione con la politica abbastanza distante. Innanzi tutto ai tempi della dittatura la politica era più vicina ai militari che alle Madri, salvo piccoli gruppi di sinistra che però restavano in clandestinità per evitare di “scomparire”. Successivamente iniziammo ad avere qualche contatto, però i politici di sinistra ci misero 7 anni per capire le Madri, cosa volevano e cosa dicevano. Questo soprattutto perché le Madri fanno una politica che è totalmente differente da quella proposta dal potere: per esempio le Madri non accettano riparazioni economiche, non accettano soldi per la morte dei loro figli, non accettano cadaveri, commemorazioni o monumenti, le Madri non hanno niente a che fare con la morte. I politici e il potere credono che siamo pazze. Poi ultimamente con il governo Kirchner abbiamo visto che la situazione stava cambiando e quindi abbiamo detto “bene, appoggiamo il miglioramento e l’inversione di rotta”. Però noi non siamo dentro alla “Casa de Gobierno”, noi continuiamo a stare nella piazza, e mai ci siamo candidate. Se appoggiamo le novità introdotte dal governo Kirchner è perché pensiamo che il paese bisogna costruirlo, noi diciamo “protesta con proposta”: se non c’è proposta non c’è protesta.

Perché avete scelto la piazza?

Fin dall’inizio abbiamo scelto la piazza, un luogo pubblico e aperto. Per tre anni ci siamo trovate lì, senza che nessuno ci appoggiasse. Al contrario, ci menavano, ci arrestavano ogni giovedì, a me bruciarono parecchie volte la casa. Durante i primi incontri in Plaza de Mayo la polizia si avvicinava e chiedeva a una di noi il documento. Spesso ti portavano in commissariato e ti chiudevano in una cella insieme ad un ragazzo morto. Tu stavi lì, cercando di non guardare quello che sarebbe potuto essere tuo figlio o il figlio di qualcun’altra. Così un giovedì consegnammo spontaneamente il documento di tutte noi. Questo servì per rimanere in piazza più a lungo, fintanto che la polizia ci avesse identificate tutte, ma soprattutto per evitare di essere arrestate perché il commissariato non aveva celle a sufficienza. Inoltre quattro anni fa torturarono mia figlia, a casa mia, tentando di ucciderla. Io sono stata in prigione per molto tempo, mi hanno picchiato duramente, ho perso tutta la famiglia in 5 anni. Allora decidemmo che il cielo aperto era quello che più ci conteneva, non c’era nessuna scrivania in mezzo che ci separava, nella piazza non c’era la burocrazia che trovavamo nelle istituzioni. Nella piazza eravamo tutte uguali: a tutte ci avevano portato via i figli, tutte avevamo bussato alle stesse porte per ottenere notizie. La piazza ci unì e ci consolidò perché era un luogo dove potevamo parlare e raccontarci di noi. E quando hanno voluto farci accettare la morte dei nostri figli noi non abbiamo voluto darli per morti. Chi si è fatto carico di quelle morti? Nessuno. Qualcuno ha mai detto “io ho ucciso” “io ho torturato”? No, fino ad oggi nessuno ha ammesso niente. Quindi se noi accettiamo la morte dei nostri figli, li uccidiamo anche noi a nostra volta, che è quello che il sistema capitalista vuole: che tu ammazzi tuo figlio, ti prendi un risarcimento economico, una commemorazione e ti porti via un cadavere. E noi non accettiamo né soldi, né cadaveri, né monumenti, né nient’altro. Per chiedere un risarcimento economico devi scrivere la data in cui credi che tuo figlio sia morto. Ma se è morto è perché c’è stato un assassino. Como posso io scrivere la data in cui morì mio figlio se nessuno ha ammesso di averlo ammazzato? Per questo diciamo che i nostri figli sono “desaparecidos” per sempre, e mai li daremo per morti. E in questa maniera ci siamo differenziate da tutti. Siamo lontani dai partiti di sinistra e non crediamo nella democrazia così come si presenta, crediamo nella democrazia partecipativa.

Quali sono i progetti che state portando avanti in questo momento?

Abbiamo un progetto culturale: l’Università Popolare, la casa editrice, il giornale e la radio. Poi abbiamo un progetto sociale per permettere alle persone di costruirsi la casa, formarsi e sviluppare le proprie capacità intellettuali e tecniche, vogliamo insegnare agli adulti che è importante portare i figli a scuola. Il progetto consiste anche nel far sì che ci siano delle mense funzionanti in tutto il paese. Il progetto sociale è iniziato due anni fa con l’appoggio del governo che ci ha dato i soldi, perché senza soldi non potevamo fare niente. Ma noi non siamo dentro al governo, non ne facciamo parte, noi continuiamo a stare nella piazza. Continuiamo a fare la marcia ogni giovedì e a protestare, denunciando ciò che riteniamo ingiusto.
Poi, recentemente, abbiamo chiesto al liceo navale militare uno spazio per realizzare all’ESMA* un centro culturale che si chiamerà “Nuestros Hijos” (Nostri Figli). All’ESMA si sono realizzate diverse cose, da parte di varie istituzioni, c’è già un museo e un monumento ma noi non
condividiamo queste scelte, perché hanno a che fare con la morte. Noi portiamo avanti il progetto del centro culturale perché crediamo che abbia a che fare con la vita.

Come è nata l’Università Popolare?

A un certo punto abbiamo cominciato a pensare che oltre a condannare i militari, fosse importante anche costruire il mondo sognato dai nostri figli. Così decidemmo di creare l’Università, perché pensiamo che occuparsi di educazione sia il modo migliore per evitare che i bambini muoiano di fame. Quando creammo l’Università Popolare c’era un governo di destra, e lo facemmo clandestinamente e senza autorizzazioni. La gente la frequentava lo stesso, cosciente che la laurea non gli sarebbe servita a niente. Adesso la stiamo legalizzando, ci sono tre corsi di laurea: giurisprudenza, storia e servizi sociali, che già sono stati riconosciuti ufficialmente. Un po’ alla volta stiamo regolarizzando tutti i corsi, perché c’è un governo che lo permette. Così tutti quelli che frequentano l’Università potranno ottenere un certificato che riconosca i loro studi.

Che rapporto hanno le Madri con i mass-media?

La stampa è funzionale al sistema, sia quella argentina che quella internazionale. Se piangi, se ti picchiano, se ti bruciano la casa allora hai uno spazio sui giornali. Se sei forte, se non piangi, se costruisci qualcosa non fai notizia. E’ per questo che noi abbiamo la nostra radio e da poco anche uno spazio nella televisione nazionale.

*ESMA: Escuela de Mecanica de la Armada, centro di detenzione illegale e tortura durante la dittatura militare.

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