Venerdì Santo: ore quindici. La sirena di una vecchia Cartiera Burgo spande nell’aria un suono grave che allaga il silenzio sulle prime colline dell’Altopiano. Un fischio: a ricordo di quell’ora nona tutta ebraica nella quale si “fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio”. Poi l’Uomo della Croce spirò. E s’avvertì la terra sprofondare in un cupo silenzio. Rimase un Figlio morto e una Madre straziata ma composta: “Stabat Mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius”. Ogni anno l’appuntamento è per le tre, sotto la Croce, per rivivere la via crucis di quel Giusto.
L’Uomo stava morendo, i discepoli erano scappati (eccetto quello preferito), Maria rimaneva legata per complicità di Madre. Mentre m’arrampicavo lungo la strada della Croce con la mia piccola comunità, nei pensieri m’è venuto a trovare Giuda, uno dei dodici “ambasciatori” del Maestro. Mi chiese un attimo d’attenzione per raccontarmi della sua via crucis. Poche tappe, ma odiose e accecanti. L’appuntamento con i soldati, il bacio sulla guancia di Cristo, la corsa al santuario, il bruciante dialogo con gli anziani, il tintinnire dei denari scaraventati sul pavimento. E poi la corda, il fico e quell’ accasciarsi solitario con le mani sulla gola: una morte atroce per strangolare il rimorso. Alla morte di Cristo s’udivano passi spediti, lampi nel cielo, urla d’amore e di follia, crepitare di tuoni, ansimare di donne, sibilo del vento sulla gobba del monte. Alla morte di Giuda non c’era nessuno. Silenzio mortale!
In un battibaleno mi son ricacciato tra le mura di quel cenacolo. Giuda era appena scappato: porte sbattute, rumore di lance, tacchi di soldati veloci. Bisbigli dietro l’uscio di casa. Li ho guardati: tutti composti, in ordine, sull’attenti… nonostante Giuda fosse uno di loro. Mi pareva d’intuire la tristezza di Cristo: s’era appena rinchiuso nei loro petti facendosi pane. Erano il rifugio del Maestro. Ce l’avevano dentro. Porca miseria: nemmeno uno che si alza, che sfonda la porta (magari alzando le braccia in segno di stizza), che lotta con le tenebre e, noncurante delle critiche, corre dietro a Giuda? Non dico tutti, ma almeno Pietro – il capociurma – che gli urlasse:
“Giuda, ripensaci: il Maestro ti perdona”. Almeno Pietro: quante volte era stato perdonato pure lui…?! Invece nessuno mosse ciglio. M’intenerisce sentire che il Vangelo tace sulla
Donna di Nazareth. In quel silenzio abita la mia speranza: almeno Lei, esperta restauratrice di speranze crollate, l’avrà pedinato. Pure Giuda, quando mancava il Maestro, sarà stato accarezzato da lei, avrà scaricato sogni, confidenze e attese in quella Madre giovane. Si sarà sentito amato e rispettato. Forse se si fosse voltato, ancora una volta quella tenerezza l’avrebbe distolto da quel funebre epilogo. Giovanni, anni dopo, quasi ne prova compassione ricordandosi che quella sera Satana aveva invaso il cuore di Giuda.
Scusami, Giuda, se nemmeno io ho fatto cenno di correrti dietro. Lo sguardo della gente m’ha incastrato. E ancora oggi m’incastra quando vedo i tuoi fratelli tradire, scappare e morire. Ora che sono solo, ti lascio un biglietto (ce ne sono così pochi alla tua porta stamattina…). Ti traduco, se non leggi l’italiano:
“Buona Pasqua, fratello Giuda: il tuo Amico è risorto” Tieniti pronto: avanzi ancora un bacio da Lui! Non si sa mai…