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Monday, April 07, 2008 - ore 07:50


La Parola di Dio della Domenica
(categoria: " Riflessioni ")


III^ DOMENICA DI PASQUA
Ma dove vai con quella faccia li?!

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

(Dal Vangelo di Luca cap. 24 vv 13-35)

di don Marco Pozza

Tre anni a lottare contro un carcinoma allo stomaco. Sembrava fatta. Poi la morte. “Noi speravamo…”. Quattro anni a preparare la maratona olimpica: sudore, passione, attenzione. Concentrazione. A Pechino sarà medaglia d’argento per un millesimo di secondo. “Noi speravamo…”. Un’educazione impartita con maniacale attenzione: discrezione, puntualità, severità e tenerezza. Poi, improvvisa, la droga. “Noi speravamo…” Anni di sacerdozio giovane: lavoro, preghiera, sofferenza e riflessioni. Guerra e pace. Pane e cenere. Poi le spalle voltate. “Noi speravamo…”. Fiducia. Responsabilità. Scommessa. A quel ragazzo la vita sorrideva. Poi salutò il mondo dal cemento di un cavalcavia. “Noi speravamo…”.
“Speravamo”: voce del verbo “sperare”, modo indicativo, tempo imperfetto, 1^ persona plurale. “Noi speravamo…”


Mai come quella sera i due viandanti sconosciuti incrociati nella statale che gira verso Emmaus avrebbero voluto che la luna non s’arrampicasse sui tetti. Per celesti strategie e umani destini, quella sera per la prima volta in vita loro, s’accorsero che in nessun altro posto della Galilea la sera ti regala dolcezza e paura nello stesso scatto di lancetta. Sembra che ad Emmaus l’orologio si sia bloccato in quell’ora, in quell’ora in cui le locande s’accendono sulla strada, in cui gli uccelli s’addormentano tra le foglie, in cui i cuori si rivestono di malinconia bellezza.
Cleopa e l’altro compagno viaggiano “in cammino col volto triste”. Tristezza disegnata sul loro volto perché nei loro animi alberga la delusione, perché i fili della loro fede si stanno sciogliendo, perché quel Volto che un tempo era riuscito a farli innamorare ora sembra esser stato dichiarato fallito. E la loro discussione è vana, stolta, raccapricciante: alle spalle la città che uccide i profeti, di fronte il paese che nasconde il sole. A chi di noi quella locanda addormentata sul sentiero di Emmaus non è familiare? Chi non ha mai camminato su quella strada verso sera, quando nella nostra vita il sole sembrava ormai tramontato, quando tutto appariva perduto? Uomini in cammino che parlano “a vanvera”: che con Dio anticipa il disastro. Lui, di fronte all’idiozia e al vuoto assordante, tace (cfr Lc 22,4-12). Tace per non gridare. Per non rinfacciare una storia di pesci moltiplicati, di tempeste sedate, di zoppi camminatori. Prima di Lui, già il complicato Plauto rammentava che “chi vuol mangiare la mandorla rompa il guscio”. Ma la pancia piena sembra controindicata nel partorire pensieri tratteggiati d’eterno sapore.


Tace ma li accosta. Cammina loro “spalla a spalla”. Cambia, si adegua, abbandona l’eterno per il provvisorio, si sporca le mani, si mette in viaggio. Un viaggio massacrante: dall’eternità all’umanità. Biglietto di andata e ritorno. Con prenotazione provvisoria sul Calvario. Raccoglie la loro idiozia sofferente e li schiaffeggia con una domanda: “Ma dove andate con questa faccia, ragazzi?” Ma è fulminato, Costui? Non vede la sofferenza. Il dolore. Il dramma. “No, non so nulla. Cos’è successo?” Disastroso nella sua apparente ignoranza Dio: è la sua storia, la conosce, fa finta di ignorarla. Vestito di risurrezione ha già dimenticato il dolore. Ma li interroga perché vuol sentire tutta la loro amarezza, vuol ascoltare quell’urlo ribelle partito nelle gole dei profeti, vuol far capire che la fede chiede ricerca, coinvolgimento, sete. Che non è un gioco.
Parte Cleopa, uno dei due viandanti. Dalla rabia capisci subito che è stato discepolo della prima ora. Al pari di Tommaso, nel Rabbì aveva gettato cuore e fegato, sogni, paure e titubanze. Giovinezza, vecchiaia e derisione. Storia, sospiri, balbettii. Altro che cristianesimo bigotto! Se l’era giocata fino allo stremo. E difatti piazza al Viandante una “fucilata”: “noi speravamo…”. Tradotto: “che idiota sono stato, ci avevo anche creduto. Ma quanto imbecille, mi prenderei a sberle in faccia, sbatterei la testa contro il muro. Che fregatura!” Qui non c’è dolore, non c’e rabbia, non c’è sofferenza. C’è molto di più: c’è la delusione! Speravamo che la scuola. Speravamo che l’amicizia. Speravamo che la giustizia. Speravamo che l’onestà. Speravamo che quella classe politica. Speravamo che la Chiesa. Speravamo che nostro/a figlio/a. Speravamo che quel parroco. Speravamo che si salvasse. Speravamo d’essere ascoltati. Speravamo che dopo Giovanni Paolo II. Speravamo che il Consiglio Pastorale. Ad Emmaus parlavano di tre giorni di delusione. Noi parliamo di tre mesi, tre anni, trent’anni. Tutto uguale a prima. Anzi: “tutto bene, come sempre”. Non oso immaginare se Lui aprisse il suo libro e iniziasse: “Io speravo che tu. Che Lui. Che voi… Con tutto ciò son passate occasioni favorevoli, profeti inascoltati, anni di grazia. Di giovinezza. Di vita”.


Ma Lui non apre il registro. Preferisce l’insulto. Insulto divino, inatteso, dirompente. Fino a quel momento era parso disinformato, ma educato e dabbene, se non altro. Loro zitti: si voltano e lo guardano. Li massacra: “Sciocchi e tardi di cuore”. Alla fonte greca leggi: “senza testa e con il cuore lento”. La tensione è palpabile: potrebbe nascere una rissa tra quei compagni che non si ri-conoscono. Invece, una volta insultati, ascoltano. Fiato sospeso. Cuore che inizia a scaldarsi. Mai sentita una lezione così affascinante: da Mosè all’altro ieri con una capacità di sintesi impressionante. E convincente. Averne oggi di professori così! Il tempo di un racconto. La pausa. La cena. L’incontro. I due sono sconcertati (non l’hanno ancora riconosciuto!). Gesù, formidabile, sorride, ringrazia e saluta. Se ne va’. No! Il vangelo dice: “fece come se…”. Cioè fece finta. Tenta di fare, a malincuore, il prezioso. Incurva appena il corpo: due centimetri, un leggero fruscio, l’accenno di un passo. Forse solo un’occhiata. Un nonnulla. Risultato? Panico generale: “Come, te ne vai già? Resta, è buio, fermati con noi”. Quanto falsi, porca miseria! Gli chiedono di fermarsi dicendoGli una bugia: “Perché si fa sera”, invece di dire “Abbiamo desiderio della tua compagnia. Ti vogliamo già bene, nonostante la correzione, anzi, proprio per quella”. Lo arrestano con l’amore. Era stato Lui ad avvicinarsi. Ora sono essi a trattenerlo. Entra e, nell’atto delicato di spezzare il pane, lo riconoscono. Il cuore ebbe battiti più accelerati e una grande emozione invase i due giovani. “E’ lui” si dissero. Ma non fecero in tempo a comunicarsi la meravigliosa e commovente scoperta, che già era scomparso ai loro occhi.



Scrisse il filosofo italiano Norberto Bobbio alla tenerissima età di 90 anni: “Per me la differenza non è tra il credente e il non credente, ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio”.
Forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana.

"Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele..."
GOD BLESS YOU!
Buona settimana


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