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Vitto, 5 anni
spritzina di Paperopoli, ma periferia.
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ORA VORREI TANTO...

Un passaporto malese.
E chiamarmi Yanez.

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Sono alla ricerca di me stesso.

Oh...eccomi! ero sotto al comò.

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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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Wednesday, June 02, 2004 - ore 14:52


2004 USA trip...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


E' passato un mese abbondante da che son tornata dagli Usa...e ne son successe tante in mezzo...davvero tante...
Ora ho metabolizzato, ho lasciato sedimentare ricordi di viaggio che mi par giusto fissare nel blog...


Il viaggio è iniziato a Venezia, in aereoporto.
Faccia stravolta dopo appena tre ore di sonno...una notte passata a preparare i bagagli, tentando inutilmente di non dimenticarsi nulla (oggetti dimenticati: cavo usb x fotocamera digitale; adattatore per la presa del phon e del computer; spazzola; maglioni in numero di uno; maglie da sotto in numero di tre; mutande in numero di due.)
Alle cinque la cara compagna di viaggio con i genitori viene a tirarmi giù dal letto, e nelle concitate fasi della partenza riesco a ricordarmi il fondamentale cavo per ricaricare il cell...che si rivelerà perfettamente inutile in quanto non funzionante.
All'aereoporto, l'atmosfera si fa' abbastanza tesa quando capisco che mi dovrò forzatamente adeguare alle esigenze tabagiste della mia cara palla al piede. La sua vita in viaggio verrà equamente divisa tra la ricerca dei cessi (utile anche a me, lo ammetto)
, la ricerca del cibo, la ricerca del letto e la disperata ricerca di un amante di religione ebraica (per ragioni che tutt'ora sfuggono persino a me...forse il brivido del circonciso...chissà!).
Davanti a queste ineludibili necessità, la mia ricerca di materiale per la tesi passerà necessariamente in secondo piano, per la gioia del genere umano tutto.
Dopo il viaggio, su u Jumbo jet Lufthansa, quantomai scomodo e palloso, l'arrivo a Washington DC mi riserva il primo impatto con la burocrazia americana, inasprita nella sua ottusità dai continui allarmi per il terrorismo in giro per il mondo.
Il gentile signore danese che sedeva in aereo davanti a noi è costretto a depositare le sue impronte digitali e una foto della sua retina...mentre noi, bel belle, grazie al fatto che i nostri soldati muoiono in Irak, non dobbiamo sottostare a tale barbara pratica...
Ma, da stupida, cerco di far la persona onesta fino in fondo, e cerco di spiegare al funzionario portoricano alla dogana che non ho idea di dove e come alloggerò...lui mi guarda, cerca di capire se lo stia prendendo per il culo, e passa indi a ripetermi, per la quinta volta, che devo telefonare a casa e farmi dare l'indirizzo di chi mi ospiterà...obietto che non abito coi miei e che loro non han la più pallida idea di dove sia il bigliettino con gli indirizzi che ho astutamente dimenticato a Pd, e che cmq non avrei soldi per una chiamata internazionale...ma è tutto inutile...dopo trenta mintui di agonia finalmente un funzionario più sveglio mi dice di scrivere che starò in hotel con la mia amica e tanti saluti.

Accompagnata costei, che per comodità chiamerò la Piaga, al suo albergo in centro città, mi dirigo, carica di due borse, uno zaino e una valigetta, alla periferia nord di Wash., a Bethesda, in Overbrook road.
Qua stanno delle gentili personcine, padre, madre e due figlie, che i ospiteranno per le prime tre notti, in attesa di trovare qualcosa per i giorni successivi.
La casa è bella...in un posto stupendo, e loro son molto gentili, anche se la bimba più piccola, di tre anni scarsi, ha scambiato la mia gamba per un albero e, novella Cita, cerca di trasformarla nella sua dimora, marcando il territorio, peraltro.

Dopo una notte ristoratrice, il secondo giorno appuro la morte del cellulare, e mi avvio con la Piaga in giro per downtown, alla ricerca di un motivo qualsiasi di interesse, sotto un cielo piovoso, con i ciliegi in fiore a stridere col clima semi invernale della giornata.
Dopo l'immancabile marcia dal Capitol, sede del parlamento, fino al Lincoln Memorial, passando per la Casa Bianca, il Washington Memorial (l'obelisco enorme che svetta in fronte al Capitol, che per legge federale è l'edificio più alto di Washington...unica città senza grattacieli...un po' come se a Padova la Destro decidesse che non si può tirar su nulla di più alto della Specola...), i monumenti per i caduti della Corea (statue in bronzo di soldati che nella neve trascinano i loro feriti), del Vietnam (il famoso muro nero) e della seconda guerra mondiale, ancora in costruzione al nostro passaggio, e ora completato ed inaugurato da Georgie Bush giusto due giorni fa'.

La pioggia cade sottile e ci "costringe" alla disperata ricerca di un posto dove ricaricare le batterie previo inserimento nel cavo orale di poderose quantità di zuccheri.
Siamo nel paese giusto.
Troviamo un fast food biologico e ci lanciamo alla carica di una torta alla cannella con strati di cioccolata e pan di spagna.
Una cosa vietata dalla convenzione di Ginevra, ma decisamente soddisfacente per le nostre italiche papille gustative.
Il primo giorno di cammino nella città si chiude con una cena in un ristorante greco, con annesso american bar, dove assistiamo alla scena rituale di ogni venerdì sera americano, con signori tra i cinquanta e i sessanta che ci provano disperatamente con signorine tra i venti e i trenta, probabilmente stagiste nel vicino Capitol, con l'aiuto di poderosi drinks a base di scotch e di fruscii insistiti di banconote.
Il laidume della scena incanta me e la Piaga, e dopo qualche minuto ce ne andiamo ognuna per la sua strada...

fine prima puntata.


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