Il piccolo paese di Mortisa trasformato in un palcoscenico della fede grazie a un gruppo di ragazzi riuniti per intraprendere insieme il cammino della settimana santa.
La cronaca di uno dei protagonisti: don Marco Pozza.
Mortisa - castagne e vino buono, antiche tradizioni e millenarie confidenze – per una settimana s’è trasformata in un “palcoscenico” della fede. Un pugno di ragazzi/e e un giovane prete si son riuniti per vivere la Settimana Santa. Forti di un’esigenza: “fame di Dio”. Di speciale solo la voglia d’emozionare e di lasciarsi emozionare. Protagonisti di un percorso di fede, di spiritualità, di semplice esperienza celeste. Il mondo sembra non conoscerli questi giovani. Ma se sei prete onesto, t’accorgi che alla tua chiesa mancano troppi volti. I volti della notte che sfidano con la musica, con l’abbigliamento, con la provocazione. Duellano e poi scappano. Ti buttano nella strada, nelle loro liturgie, nelle loro “cattedrali”. Per dirti che ci sono. Strano come - al di là di Hi-Tech, Myspace e YouTube, dietro Msn, iPod e indagini Istat - nella vita s’abbia paura di fallire! Sulle strade delle città i ragazzi ansimano alla ricerca di un Volto. Osservano: ma se non trovano, vanno. Senza una speranza, ma con una nostalgia di Cristo in più.

Tra tovaglie e stoviglie, ufficio parrocchiale trasformato in aula studio e camere da letto piccole per tanti “figli”, tra fornelli e turni di lavaggio… la presenza più bella e disarmante: la Parola di Dio.
Partivano all’alba dopo aver pregato e cantato. Tornavano alle due, anticipati dalle campane a festa. Il latino del classico accanto alla trigonometria dello scientifico, le linee dell’artistico vicino allo Shakespeare del linguistico. Una famiglia “strana” per un mondo strano. Davanti alla chiesa gli altri. Quelli che “la fede è da sfigati”. Pian piano sono entrati, li hanno accolti, hanno condiviso pane, fame e fantasia.
”I giovani non sono piegati! Sono stanchi di chi ruba loro la speranza” (P. Barillà)
All’approssimarsi del tramonto, Vangelo in mano, storie da condividere, pagine d’Eterno da scrutare. Accecati dalla Parola li vedevi piangere e sorridere, intristirsi e ingigantirsi, stupirsi e abbracciarsi. Dal Giovedì al Sabato Santo, chiuso lo zaino, hanno aperto l’anima. Il giovedì una tavola imbandita a festa: musiche e riflessioni, Vangelo e attualità. E loro, al pari dei discepoli immortalati da Leonardo, attoniti e stupiti a lasciarsi lavare i piedi e arroventare l’anima. Il Venerdì stretti sotto il legno della croce, raccolti attorno alla reliquia per le vie del paese. E nel buio un gesto dolce: per tutta la notte se ne son stati nel sepolcro dove stava Cristo. Per farGli compagnia, per pregare, per adorare. Intuiscono che chi sta in ginocchio davanti a Dio saprà stare in piedi davanti all’ uomo!
Tra la gente la mattina del sabato. Che gente quassù! Profili ricamati di rughe e volti insecchiti di anni. Uomini orgogliosi, ma senza cattiveria: solo un pizzico di riserbo! In mano un pane benedetto e una certezza: su ogni croce ci sta scritto “collocazione provvisoria”. Alla sera il fuoco benedetto nella contrada, i “bidoni” del latte riempiti d’acqua alla fontana. Il Gloria, le campane festanti, la chiesa vestita di luce, colore ed emozioni. Fino all’alba: dentro un fiume di gente venuta fin lassù per pregare e lasciarsi stupire da un Dio spigliato.
Qualcuno ha dato forse troppo in anticipo la notizia della sua morte.
Un pugno di giovani me l’ha confermato.