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Friday, April 18, 2008 - ore 06:08


Collaborazione con L’Altopiano
(categoria: " Riflessioni ")


SAPOR D’ACQUA NATIA
Una noia mortale

di don Marco Pozza
da L’Altopiano, sabato 19 aprile 2008


Annotò A. Cuva, il procuratore che ha condotto le indagini sui “ragazzi del cavalcavia”: “Teste vuote, come nessuno di voi può immaginare. Quando potrete conoscere tutti i materiali di questa storia, capirete il loro vuoto tremendo”. Il loro passatempo: lanciare sassi dai cavalcavia, centrare le auto che sfrecciavano al di sotto, fare “bingo” come nei videogiochi, compagni e maestri di troppi pomeriggi collassati nella noia. Hanno ucciso, ma si ritengono nella normalità, coinquilini imbecilli di mille altri imbecilli della storia, “teste vuote” che, però, spartiscono con noi lo stesso diritto di cittadinanza. Additarli come “animali da branco” aiuta solo a lavarci la coscienza. Ma non a scendere nell’inferno del loro vuoto e, magari, risalire con una speranza in più da offrire alla storia.
Veronica, 25 anni, è il nome che nasconde la fisionomia di una delle tre giovanissime che hanno assassinato - il 6 giugno 2000 a Chiavenna (Sondrio) - suor Maria Laura Mainetti con 19 pugnalate e un colpo di pietra. Alla rivista Panorama ha concesso in esclusiva un’intervista appena uscita dal carcere: l’alcol, l’autolesionismo, la droga, gli anni di galera, il buco nero dentro di lei e la voglia di ripartire da zero. Ad impietrire il sangue è il movente di quell’efferato omicidio: “Colpa della noia”. Ma perché ci si annoia? Divenne celebre la storia di Giuda, il dodicesimo giocatore di quella squadra convocata lungo le rive del mare di Galilea dall’Uomo di Nazareth. Uccise Giuda, ma uccise perché stato ucciso. O, meglio: uccise perché qualcuno l’ha ucciso. Prima venne ucciso dal Demonio, poi uccise l’Autore della vita. S’annoiò e uccise. Uccise, perché il suo cuore non era più custodito da nessuno. E quando il cuore è solo, diventa preda di mille mercenari. Viene rapito dalla noia. Veronica e i “ragazzi del cavalcavia” (tre fratelli e un cugino) si son presentati sul palcoscenico della storia con un gesto, un gesto pesante più di mille parole, un gesto incapace di darsi una ragione. Eppure anche loro vanno cercando qualcuno/a nella loro giovane vita. Ma si trova qualcuno se prima si cerca se stessi. Questa è la scommessa iniziale. Scoprire la parte sconosciuta di noi: che soffochiamo per vergogna, per ira, per stizza. Per pudore, per terrore, per ignominia. Poi - lo sottoscrivo ad occhi chiusi - non c’è niente di più affascinante che spartire con un persona la propria vita. Però bisogna prima averne una. Una vita viva. Colorata. Di fantasia. E’ la totalità che esalta. Quando guardiamo un quadro, può anche piacerci un particolare, ma è l’insieme che ci emoziona. Imbattersi in noi stessi per poter incontrare gli altri. Sapendo che chi non incontra nessuno nella vita è difficile che traduca i passi di chi condivide con lui il viaggio della vita.


“Memento mori” (“ricordati che devi morire”) – sgridavano i latini -. Come a dire che nella vita non puoi dimenticare questo momento. Proprio per non rimetterci il senso dell’esistere, dell’esserci. Occorre non ignorarlo, altrimenti si fanno progetti come se la morte non ci fosse e allora si smarrisce la dimensione del tempo e l’uomo si crede Dio. Ma un Dio che muore è semplicemente un uomo ridicolo. Per i giovani occorrerebbe un "memento vivere” (“ricordati che devi vivere”) che si fa impresa sempre più difficile.
Ma un dubbio permane. Tutti avvertono l’esigente esigenza di proteggere Abele. Ma a quanti interessa recuperare Caino?


MEMENTO VIVERE
Quella settimana insieme tra il Vangelo e l’attualità

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, venerdì 18 aprile 2008, pag. 24

Il piccolo paese di Mortisa trasformato in un palcoscenico della fede grazie a un gruppo di ragazzi riuniti per intraprendere insieme il cammino della settimana santa.
La cronaca di uno dei protagonisti: don Marco Pozza.


Mortisa - castagne e vino buono, antiche tradizioni e millenarie confidenze – per una settimana s’è trasformata in un “palcoscenico” della fede. Un pugno di ragazzi/e e un giovane prete si son riuniti per vivere la Settimana Santa. Forti di un’esigenza: “fame di Dio”. Di speciale solo la voglia d’emozionare e di lasciarsi emozionare. Protagonisti di un percorso di fede, di spiritualità, di semplice esperienza celeste. Il mondo sembra non conoscerli questi giovani. Ma se sei prete onesto, t’accorgi che alla tua chiesa mancano troppi volti. I volti della notte che sfidano con la musica, con l’abbigliamento, con la provocazione. Duellano e poi scappano. Ti buttano nella strada, nelle loro liturgie, nelle loro “cattedrali”. Per dirti che ci sono. Strano come - al di là di Hi-Tech, Myspace e YouTube, dietro Msn, iPod e indagini Istat - nella vita s’abbia paura di fallire! Sulle strade delle città i ragazzi ansimano alla ricerca di un Volto. Osservano: ma se non trovano, vanno. Senza una speranza, ma con una nostalgia di Cristo in più.



Tra tovaglie e stoviglie, ufficio parrocchiale trasformato in aula studio e camere da letto piccole per tanti “figli”, tra fornelli e turni di lavaggio… la presenza più bella e disarmante: la Parola di Dio.
Partivano all’alba dopo aver pregato e cantato. Tornavano alle due, anticipati dalle campane a festa. Il latino del classico accanto alla trigonometria dello scientifico, le linee dell’artistico vicino allo Shakespeare del linguistico. Una famiglia “strana” per un mondo strano. Davanti alla chiesa gli altri. Quelli che “la fede è da sfigati”. Pian piano sono entrati, li hanno accolti, hanno condiviso pane, fame e fantasia. ”I giovani non sono piegati! Sono stanchi di chi ruba loro la speranza” (P. Barillà)
All’approssimarsi del tramonto, Vangelo in mano, storie da condividere, pagine d’Eterno da scrutare. Accecati dalla Parola li vedevi piangere e sorridere, intristirsi e ingigantirsi, stupirsi e abbracciarsi. Dal Giovedì al Sabato Santo, chiuso lo zaino, hanno aperto l’anima. Il giovedì una tavola imbandita a festa: musiche e riflessioni, Vangelo e attualità. E loro, al pari dei discepoli immortalati da Leonardo, attoniti e stupiti a lasciarsi lavare i piedi e arroventare l’anima. Il Venerdì stretti sotto il legno della croce, raccolti attorno alla reliquia per le vie del paese. E nel buio un gesto dolce: per tutta la notte se ne son stati nel sepolcro dove stava Cristo. Per farGli compagnia, per pregare, per adorare. Intuiscono che chi sta in ginocchio davanti a Dio saprà stare in piedi davanti all’ uomo!
Tra la gente la mattina del sabato. Che gente quassù! Profili ricamati di rughe e volti insecchiti di anni. Uomini orgogliosi, ma senza cattiveria: solo un pizzico di riserbo! In mano un pane benedetto e una certezza: su ogni croce ci sta scritto “collocazione provvisoria”. Alla sera il fuoco benedetto nella contrada, i “bidoni” del latte riempiti d’acqua alla fontana. Il Gloria, le campane festanti, la chiesa vestita di luce, colore ed emozioni. Fino all’alba: dentro un fiume di gente venuta fin lassù per pregare e lasciarsi stupire da un Dio spigliato.
Qualcuno ha dato forse troppo in anticipo la notizia della sua morte.
Un pugno di giovani me l’ha confermato.


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