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Monday, April 21, 2008 - ore 14:55
Psicodrammismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Abbiamo fatto un esercizio strano, a teatro, l’altra sera. Ci ha fatti mettere tutti vicini, in ordine sparso. Tutti fermi, immobili. Un solo ordine, chiamarsi per nome, come volevamo noi, e finché lui non diceva stop, concentrandoci su quello che facevamo. Lui toccava chi doveva partire, e lo ritoccava quando doveva smettere. E partiva un altro, e tutti a ruota, uno dietro l’altro.
Brunella Linda Michela Enrico Stefania Marina Enzo... E così fino a me. Io avevo gli occhi chiusi: non volevo vedere quando sarebbe toccato a me, non volevo vedere il maestro che arrivava a toccarmi per farmi partire, e poi tutte quelle persone immobili in mezzo alla sala mi distraevano. Volevo le loro voci, non loro; il loro corpo non mi interessava, non me ne fregava niente, volevo solo la loro voce. E ho chiuso gli occhi. E ogni tanto mi chiamavo, così, in silenzio, sottovoce, quando mi arrivava un nodo allo stomaco, e pensavo a me. Non era il mio turno, ma le voci si avvicinavano. Le mie voci, quelle lì dico. Si avvicinavano con passi piccoli e leggeri. Non era il mio turno, aspettavano a uscire di prepotenza. Ma io ancora non lo sapevo...
Di solito gli esercizi del maestro sono divertenti, sono modi per prendere confidenza con i nostri corpi, e alla fine ci scappa sempre da ridere. Ma stavolta è successo qualcosa che non potevo prevedere. Stavolta sono stata male, di un male che non ha ancora nome. Un male che so da dove viene, ma che non riesco a catalogare.
Sarà stato il momento particolare che sto vivendo, sarà stato che ho chiuso gli occhi, sarà stato che volevo chiamarmi, che avevo dei conti in sospeso, che avevo delle domande, che volevo delle risposte. E ho chiuso gli occhi, e quando è arrivato il mio turno mi sono chiamata.
Ho riconosciuto mia nonna, che mi chiama per la cena, e io corro attraverso i campi con un mazzolino di fiori per lei. Ho sentito la mamma chiamarmi per nome, perché mi sono persa. Ho sentito la Fede che sorride. Ho riconosciuto voci arrabbiate, irose, voci che mi chiamano per rimproverarmi, per umiliarmi. Ho sentito voci astiose, voci che danno ordini. Ho sentito persone cattive, ho sentito persone buone. Ho sentito anche lui che diceva il mio nome, scendendo le scale. E quasi non controllavo la voce, il mio nome usciva così, come lo chiamavano gli altri, erano voci degli altri.
E poi, all’improvviso, ho sentito le voci di chi non mi chiama. Ho sentito come vorrei essere chiamata. Non è detto che le persone ti chiamino per nome, non va dato per scontato, sembra una sciocchezza, ma non lo è. Mio padre non mi chiama per nome da non so quanti anni. Non usa il mio nome; grida, oppure dice hey, o parole peggiori, oppure mi fa capire che sta parlando con me gridando più forte se non capisco. Ma non usa il mio nome, non si rivolge a me. Non mi chiama Silvia da un sacco di anni.
E così io, lì da sola, con gli occhi chiusi, pensavo a quant’è bello sentirsi chiamare per nome. Sentirsi chiamare Silvia, che è il mio nome, ma non lo dice mai nessuno.
Vieni Silvia, Silvia cosa fai, ascolta Silvia, raccontami Silvia, bentornata Silvia. Il mio nome.
“Era bello vedere che il verde ritorna, e che si svegliano i ghiri, era bello era bello sapere che dopo l’inverno la voglia ritorna anche a te, era bello sapere che solo d’estate come gli insetti sui fiori era bello vedere i capelli bruciare e cambiare colore era bello vederti nuotare andare a fondo per poi risalire, era bello star svegli la notte e tutto il giorno dormire. Era bello cadere d’autunno sopra le foglie come le foglie. Era bello”.
Mi ha fatto un male che non potevo prevedere. Ho pianto. Lacrime piccole, a modo loro forti. Scendevano senza chiedere il permesso, man mano che riconoscevano le voci, e che si rendevano conto che pronunciare un nome vuol dire tanto, tanto che non lo immaginavo.
E poi si sono fermate, dovevano fermarsi, prendere fiato anche loro, quando l’esercizio è finito. Le voci sono scomparse, le lacrime si sono fermate. Poi hanno finito anche gli altri. Si sono chiamati per nome tutti, e qualcuno rideva. A me da ridere non mi veniva proprio. Io ero ancora lì ferma che non capivo perché tutti ridevano e io avevo i goccioloni fermi sulla faccia.
Avevamo finito tutti, ma Daniele non ci ha fatti uscire. Ha solo gridato: tutti insieme!
E tutti insieme abbiamo iniziato a chiamarci. E lui gridava,
più forte! più forte! E noi sempre più forte, più forte!, con la voce che spariva tra le altre, ma era così facile da distinguere.
Silvia, Alvise, Simone, Violetta, Sandro, Francesca, Stefano.
E sono scoppiata. Perché quando abbiamo gridato tutti insieme avevo gli occhi aperti, e mi sono accorta che stavolta non erano gli altri a chiamarmi. Mi veniva su, non sapevo cosa, ma saliva. Mi sono accorta che non stavo riconoscendo nessuno in quel preciso momento. Ero io che mi chiamavo. Io che mi sono persa tanto tempo fa e non riesco a ritrovarmi. Io che provo emozioni e che le sacrifico a qualcosa che non so. Io che mi cerco,
porca miseria dove sei finita Silvia? Io che mi chiamo, che cerco di farmi forza. Io che cerco un equilibrio, io che ho dei conti in sospeso, io che non voglio aspettare, io che voglio certezze, io che dissipo dubbi, io che sposto mani che mi fermano la strada, io che piango. Oddio quant’ho pianto. Mi sono sentita come sott’acqua, dov’è tutto lento, lentissimo. Ma poi sono uscita, e della lentezza non è rimasto nulla. Solo una
enorme, incontrollabile paura.
Ho visto davanti a me cose che non volevo vedere.
Il maestro l’ha visto. Gli altri uscivano canticchiando dalla palestra, io fumavo. Da sola, guardando il muro. Allora mi ha abbracciata. Almeno ho smesso di tremare. Non doveva farcelo fare quell’esercizio. Non doveva. Ho toccato il fondo. Ma è stato bello risalire.
Nel mio giorno di bisogno di abbracci, nel mio giorno in cui mi bastava essere toccata per stare bene. E ho pianto con lacrime vere.
Era bello, era bello… Ora va meglio, decisamente. Ne ho parlato con un amico ieri, e l’ho raccontato a un amico stamattina. E ho somatizzato, ho rielaborato, ho soppesato. E mi sento molto, molto meglio.
Anche se oggi qualcuno ha rifiutato i miei abbracci dandomi dell’arrogante. Solo perchè volevo abbracciare qualcuno.
Fottiti, stronzo. Non mi hai rovinato la giornata.
"Siccome non era in grado di dar risposta né all’una né all’altra domanda, non aveva molta importanza il modo in cui la formulava."
Alice nel Paese delle Meraviglie
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