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E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì
- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]
Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’
Le omelie di Padre Aldo Bergamaschiwww.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...] ![]()
Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23![]()
Sulla strada di Emmaus
Polvere... Incontri... Provocazioni...
’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!
Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza
Dalla Parte dei Bambini
AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)
Una Suora per Amica
[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]
Movimento dei Focolarini
"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"
"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."
Chiara Lubich
Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).
n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.
Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio
Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube
Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso![]()
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer
Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer
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Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! " Hazrat Inayat Khan
Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.
Albert Camus
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Tuesday, May 06, 2008 - ore 02:13
PER LORO CONSACRO ME STESSO LA PREGHIERA SACERDOTALE DI GESÙ Gv 17
(categoria: " Vita Quotidiana ")
At 20,17-27; Sal 67; Gv 17,1-11a - Benedetto il Signore, Dio della salvezza
Giovanni 17
1 Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.
6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
12 Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. 13 Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
15 Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18 Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; 19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.
20 Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; 21 perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22 E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
24 Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
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«PER LORO CONSACRO ME STESSO»: LA PREGHIERA SACERDOTALE DI GESÙ (GV 17)
di Cipriani S.
www.paroledivita.it
È veramente con commozione che rileggiamo e meditiamo queste parole, che esprimono una forma di amore quasi «viscerale» di Gesù verso i suoi discepoli, quelli presenti e anche quelli futuri. Siamo davanti a una preghiera che davvero non è esagerato definire «divina» sia per i contenuti, sia per la passione con cui è detta, sia per l’ampiezza di orizzonti ai quali è aperta: che sono poi gli orizzonti di Dio. Più comunemente viene chiamata «preghiera sacerdotale», sia per la sua collocazione all’inizio della storia della passione, sia per quanto affermato da Gesù stesso: «Per loro io consacro me stesso perché siano anch’essi consacrati nella verità» (17,19).
Tale denominazione risale a uno dei padri del luteranesimo, David Citraeus (1751-1800) che a sua volta, si è ispirato a Clemente Alessandrino (PG 74, 505). Anche se non del tutto esatta, la denominazione ne esprime abbastanza bene il contenuto, che è di offerta, di donazione radicale di se stesso a Dio e agli uomini.
Alcune premesse
Un’esegesi analitica non è possibile, data la densità dei concetti e dei problemi che tale preghiera porta con sé: ci limiteremo pertanto alle cose più importanti senza disperderci nei dettagli. Un problema di fondo si pone subito al lettore davanti a questa preghiera così alta e solenne: essa è davvero uscita dalla bocca di Gesù come oggi la possediamo, oppure è stata rielaborata dal talento letterario e teologico eccezionale dell’evangelista, come risulta da tutto il quarto Vangelo? Noi siamo del parere che Gesù sia all’origine di questa preghiera, che tuttavia l’evangelista ha rimodellato secondo i paradigmi del suo Vangelo[1].
Osserviamo poi l’«articolazione» dei concetti che vengono espressi in questa commossa e commovente preghiera di Gesù che, per un verso, si presenta come un’interpretazione di tutta la sua vita passata e, per un altro, come la «profezia» degli eventi tragici che ancora lo attendono e che daranno senso pieno alla sua vicenda storica, consumata in mezzo a noi. Le opinioni al riguardo sono diverse: personalmente preferisco la più semplice che ha anche il merito di fondarsi su indicazioni testuali abbastanza significative.
Tutto il capitolo si può dividere in tre parti, con una conclusione che può come ricapitolarle tutte:
– nella prima parte (vv. 1-8) Gesù prega il Padre per la propria «glorificazione»: «Padre, glorifica il tuo Figlio, perché il tuo Figlio glorifichi te» (v. 1);
– nella seconda parte (vv. 9-19) Gesù prega per i suoi discepoli perché siano preservati dal Maligno che opera nel mondo: «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (v. 16), nel quale pur li manda per offrire a tutti occasione di salvezza;
– nella terza parte (vv. 20-23), che è tutta aperta al futuro, c’è una preghiera anche per coloro che, per l’opera degli apostoli crederanno in lui: «Non prego soltanto per questi, ma anche per coloro che crederanno in me tramite la loro parola» (v. 20);
– segue, infine, una specie di ricapitolazione (vv. 24-26) in cui, con autorevolezza, Gesù chiede al Padre la partecipazione di tutti i suoi discepoli, presenti e futuri, alla sua gloria: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria...» (v. 24).
Padre, è giunta l’ora
Rileviamo anzitutto l’atteggiamento «orante» di Gesù, che Giovanni mette in evidenza fin dall’inizio:
Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre...» (17,1).
È il medesimo atteggiamento che l’evangelista aveva descritto nel caso della risurrezione di Lazzaro, quando Gesù aveva compiuto il medesimo gesto per ringraziare Dio a motivo del miracolo:
Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre ti ringrazio che mi hai ascoltato» (11,41).
La prima parte della preghiera, come abbiamo già detto, è un’insistente richiesta a Dio della propria «glorificazione». Ma in che cosa consiste questa «glorificazione» e quale è «l’ora» alla quale allude Gesù all’inizio della preghiera? Rileggiamola:
Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te... Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare (vv. 1.4).
L’ora di cui parla Gesù è l’ora per eccellenza, quella della sua morte per la salvezza degli uomini, come risulta da tutto il quarto Vangelo. Ecco, ad esempio, come Gesù risponde ad Andrea e Filippo, che gli chiedono di rivelarsi anche ai greci:
È venuta l’ora in cui sarà glorificato il figlio dell’uomo... Ora però l’anima mia è turbata e che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora. Ma appunto per questo sono venuto in quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome (12,23.27-28).
Da questo e da altri testi che potremmo ancora citare (7,30; 8,20; 13,1), è evidente che «l’ora» di Gesù è l’ora della sua morte[2]. Ed è proprio in questa donazione radicale di Gesù alla volontà del Padre che sta la «gloria» massima del Padre e del Figlio nello stesso tempo: «Padre, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (v. 1).
Io prego per loro
A questo punto incomincia la seconda parte della preghiera sacerdotale, volta a propiziare la benevolenza del Padre verso i suoi apostoli (vv. 9-19), che continueranno la sua missione in mezzo agli uomini:
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi (17,9).
La prima e la seconda parte della preghiera perciò sono intimamente legate: il successo degli apostoli è lo stesso successo di Cristo, poiché la loro missione è la sua stessa missione, come si dirà al v. 18: «Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo». Pregando pertanto per gli apostoli, Cristo continua a pregare per se stesso e per la sua «gloria» sempre più grande[3].
E che cosa domanda Gesù al Padre per i suoi apostoli? Prima di tutto «l’unità» fra di loro, dopo che egli non sarà più in questo mondo e quando potranno nascere invidie, contese, interpretazioni diverse del suo messaggio di salvezza, perfino scissioni. È quanto si esprime nel seguente versetto:
Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi (17,11).
Il paradigma che si offre per l’unità dei discepoli è la stessa unità del Padre con il Figlio: «Siano una cosa sola come noi». Una meta forse troppo alta per discepoli, spesso in lite tra di loro per sapere «chi fosse il più grande»? Eppure Gesù per questo ha pregato, coinvolgendo anche il Padre: segno che la cosa è difficile, ma pur sempre possibile!
In secondo luogo, Gesù è ben consapevole che nella sua assenza da loro, i discepoli correranno maggiori rischi a motivo dell’ostilità contro il suo vangelo: già lui presente con loro, «il mondo li ha odiati perché non sono del mondo, come io non sono del mondo» (v. 14). E proprio per questo Gesù intensifica la sua preghiera al Padre perché abbiano la forza di resistere al male:
Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo (17,15).
Qui appare la figura sinistra di Satana «il Maligno» (con l’articolo), che insidierà la missione degli apostoli, come ha fatto già con il loro Maestro.
Consacrali nella verità
Ed è proprio per questa situazione di rischio estremo che Gesù presenta al Padre l’ultima pressante richiesta:
Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità (17,17-19).
Per ben tre volte ricorre in questi due versetti il verbo «consacrare»a (in greco aghiàzein), che nell’uso biblico significa, per un verso, separazione da un certo ambiente profano e, per l’altro, consacrazione o deputazione a una missione sacra. La missione degli apostoli sarà precisamente quella di annunciare la «parola» che salva, che trova nel Cristo che si immola per noi il suo punto culminante:
Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità (17,19).
È chiaro che Gesù qui tocca il vertice del sublime nella formulazione della preghiera per i suoi discepoli. La preghiera di Gesù è sempre preghiera-azione o, se si vuole, preghiera-vita. Ma appunto per questo egli può reclamare l’eroismo anche dai suoi: dietro il suo esempio e in conseguenza delle energie spirituali che sgorgheranno dal suo sacrificio, egli può porre come ultimo traguardo, per i suoi, la via del martirio[4] .
Non prego solo per questi
Ora l’orizzonte della preghiera di Gesù si allarga: egli afferma di non essere venuto solo per alcuni, ma per tutti gli uomini, di tutti i tempi, che avranno sempre bisogno di essere salvati. Perciò soprattutto per noi, e per coloro che verranno anche dopo di noi egli prega nella terza parte dell’orazione sacerdotale (vv. 20-23), che così inizia:
Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché essi siano una sola cosa (17,20-21).
Gesù esprime in questi versetti la piena consapevolezza della necessità di una «comunità» di fede che dovrà nascere nel suo nome e continuare nella storia. Nello stesso tempo prevede anche la possibilità concreta di future scissioni fra i credenti nel suo nome. È il «tempo» della Chiesa che il Cristo prevede e anticipa, con il rischio di possibili false interpretazioni del suo messaggio, e perciò anche di divisioni fra i credenti. La storia del cristianesimo, purtroppo, sta a documentare queste frequenti e drammatiche lacerazioni! E questo certamente è, in qualche maniera, un «lacerare» Cristo.
Allo scopo di evitare tali future divisioni Gesù propone, ad esempio, il modello del suo rapporto con il Padre:
Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (17,21).
Certo, il modello è molto alto, saremmo tentati di dire impossibile: «Come tu sei in me e io in te!». Eppure se ciò avvenisse, sarebbe un miracolo tale da indurre tanti altri, addirittura il «mondo» intero, normalmente ostile, a credere in Gesù come «inviato» del Padre.
Perché siano una cosa sola
Il tema dell’unità, che Gesù ha introdotto, è troppo importante per farlo cadere, e perciò viene sviluppato nei due versetti che seguono:
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me (17,22-23).
Di quale «gloria» qui si tratta? Per conto nostro, stando a tutto il contesto del capitolo, dove l’espressione ricorre frequentemente (vv. 1.4.5.23), dovrebbe trattarsi della «gloria» della filiazione divina del Cristo, che sarà dimostrata anche più convincentemente con gli ultimi fatti della sua vita (morte e risurrezione) e il suo ritorno al Padre. Avendoci Cristo associati alla sua vita di risorto, cioè di totale intimità con sé e con il Padre, è chiaro che i suoi discepoli non possono non vivere fraternamente fra di loro.
C’è da aggiungere che il pensiero dell’unità di fede e di amore dei suoi discepoli quasi ossessiona Gesù. Egli vuole che tale «unità» sia perseguita a tutti i costi:
Che siano perfetti nell’unità (17,23).
Un’unità vaga e superficiale, più di parole che di fatti, non realizza le esigenze dell’infinito amore di Cristo. Se «unità» vera ha da essere, questa deve essere «perfetta», cioè aperta a tutti e che prenda in carico tutti i problemi degli uomini. Se davvero tutti i credenti in Cristo, nel loro credere e nel loro agire, fossero «una cosa sola» (17,21), come Gesù insistentemente supplica il Padre, davvero sarebbe un «segno» grande di richiamo per l’umanità così divisa e conflittuale in cui ci troviamo a vivere quotidianamente.
Padre, io voglio
La preghiera sacerdotale era cominciata con l’invocazione al Padre (v. 1) e termina con la ripetizione di quel nome, evocato di fila per due volte, versetto dopo versetto, quasi a sottolineare l’urgenza della preghiera medesima e a infondere una fiducia «filiale» che essa sarà accolta:
Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io...; Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto... (17,24-25).
Anche se potrebbe sembrare, a prima vista, che qui Gesù ritorni a parlare dei suoi discepoli, credo che di fatto sia ancora presente al suo sguardo il mondo dei credenti in lui: quelli presenti e quelli futuri. A tutti egli promette l’ingresso nella sua «gloria», non a pochi soltanto, anche se quei pochi, che egli ha ora presenti, saranno i primi a entrarvi. Già precedentemente Gesù aveva detto ai suoi apostoli: «Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (14,2-3). Adesso la promessa vale per tutti: la loro «unità» di fede e di amore sulla terra, avrà il coronamento della perfetta armonia nella beatitudine celeste «insieme» con Cristo.
Quello che Gesù promette è la partecipazione di tutti i suoi discepoli presenti e futuri, alla sua gloria celeste:
Padre,voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato, poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo (17,24).
Quello che sorprende in questo versetto è la quasi imperiosità della richiesta di Cristo al Padre: «Voglio...». Parlando del Padre, Gesù gli rende onore, lo ringrazia; ora, invece, «che sta per morire e che si tratta di noi, egli adopera parole imperiose. È un’intimazione filiale: io voglio. Egli ha titolo per dirlo, poiché è il Figlio. E consentendo a questa esigenza dell’uomo-Dio, il Padre non farà altro che consentire alla propria tenerezza. È lui infatti che ha amato gli eletti, li ha dati e uniti a suo Figlio, fino al punto che una medesima vita circola nel ceppo e nei tralci; e quindi come smentire se stesso?»[5].
La preghiera si conclude con un ultimo appello al Padre, chiamato «giusto» nel senso biblico del termine, per designare la sua benevolenza verso gli uomini che accettano il suo amore, a differenza del «mondo», incapace di aprirsi a Dio:
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro (17,25-26).
Ho fatto conoscere loro in tuo nome
Qui Gesù rivendica a sé la funzione di «rivelatore» del Padre, non tanto e solo perché ce lo ha fatto «conoscere», come già si dice al v. 6 : «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo», ma soprattutto perché ce lo ha rivelato come Dio «amante». E la dimostrazione più grande di questo amore sta proprio nel fatto che ci ha donato il suo stesso Figlio. È quanto leggiamo a conclusione dell’incontro di Gesù con Nicodemo : «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (3,16). E non solo ce lo ha «donato», ma addirittura lo ha «dato» alla morte per la nostra salvezza!
Risulta ora chiaro che siamo di fronte a un doppio amore che è stato donato agli uomini: l’amore di Cristo per noi fino alla morte di croce, ma più ancora l’amore del Padre che per noi ha «donato» il suo unico Figlio, perché in lui ritornassimo anche noi a essere suoi «figli», quantunque sempre indegni di tanta grazia. È sul filo di tali pensieri, che si aprono all’infinito, che si chiude la preghiera sacerdotale di Gesù:
E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro (17,26).
Di questo ultimo versetto voglio sottolineare quel futuro: «E lo farò conoscere», che sta a dire come l’opera di «illuminazione» interiore di Cristo non cesserà mai.
Le ultime parole: «E io in loro» potrebbero anche dare l’impressione di una conclusione maldestra. Si tratta, al contrario, come sottolinea un noto esegeta, di un punto culminante. Divenendo un solo essere con il Figlio, i credenti sono anch’essi «figli».
Così, in modo quasi brusco, termina il colloquio di Gesù con il Padre. È per provocare il lettore ad aprirsi? Il seguito dovrà realizzarsi in lui[6] : cioè in ciascuno di noi che andiamo rimeditando, stupefatti, queste parole, aperte come sono all’infinito.
Settimio Cipriani
[1]«La presentazione di questa preghiera esclude a priori che essa sia la riproduzione letterale di un inno recitato nella sala dove fu celebrata l’ultima cena. Ma non è neppure permesso di considerarla come una preghiera fittizia, composta dall’evangelista o da qualche altro profeta della Chiesa primitiva. Per la sua struttura come per i suoi elementi più fondamentali essa si rifà all’avvenimento storico della cena» (H. van den Bussche, Jean. Commentaire de l’évangile spirituel, Desclée De Brouwer, Bruges 1963, 446).
[2]G. Ferraro, L’«ora» di Cristo nel quarto Vangelo, Herder, Roma 1974. Su questa reciprocità di «gloria» si ritorna ancora successivamente (17,4-5). È evidente che l’ultimo versetto citato allude alla «gloria» celeste, che però viene come frutto e germinazione della «gloria» della croce. Il mistero di salvezza, che il Cristo porta con sé, lui stesso lo ha fatto «conoscere» ai suoi discepoli, che sono come un «dono» fattogli dal Padre: essi hanno accolto il suo messaggio «e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato» (17,8).
[3] Cf. S. Cipriani, La preghiera nel Nuovo Testamento, Milano 1989, 118-119.
[4]Cipriani, La preghiera, 140.
[5] Si tratta di un testo di P. Delatte, riportato da G.M. Behler, Il testamento del Signore, Milano 1965.
[6] X. Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, III, Ed. San Paolo, Cinisello B. 1995, 403. A ragione qualcuno ha scritto: «La teologia giovannea si riassume in queste tre parole», cioè «Io in loro» (Y. Simoens, Secondo Giovanni. Una traduzione e un’interpretazione, EDB, Bologna 2000, 644).