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ORA VORREI TANTO...

Essere a letto invece ke a lavoro...oppure a far festa!!!


KE FINISSERO LE GUERRE...TUTTE...

Che ognuno di noi trovasse il suo posto in questo mondo...

STO STUDIANDO...

Si dovrebbe imparare qualcosa ogni minuto della nostra vita...da ogni persona che incontriamo...da ogni situazione...da ogni lettura...purtroppo tanti non l’hanno ancora capito...




OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) scoprire di appartenere,seppur alla lontana,alla famiglia berlusconi....oh my god....sudo freddo al solo pensiero.

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) fare in ogni momento ciò ke veramente ci si sente di fare senza pentirsene mai..





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Friday, June 11, 2004 - ore 11:03


IL MANIFESTO (4 GIUGNO 2004)
(categoria: " Musica e Canzoni ")


COME SI METTE IN PIEDI UN RAVE E COSA ANIMA IL POPOLO KE VI PARTECIPA

CHE INIZI LA FESTA IL RAVE E' TORNATO

Una vecchia fabbrica abbandonata, teatro d'elezione per un evento che si costruisce da sè, dal basso, e che rappresenta la forma più radicale dell'essere «contro», anche se solo per una notte. L'epopea della Fintech, e i nuovi scenari delineati dal governo della destra, con la legge sulle droghe e quella sull'orario delle discoteche

Sotto i piedi vetri rotti e vecchi tubi, pezzi di polistirolo e cartelli di ferro arrugginiti, fango ed erba. Intorno vecchie macchine e nuovi Sound System, bus a due piani che fanno da bar e furgoni dei servizi sociali, mole incrostate vibrano in mezzo all'erbaccia. Gruppi elettrogeni puzzano e scaldano l'ambiente. E persone, a centinaia, schegge che escono dal buio di un ex capannone industriale iniziato e mai finito, enorme coperchio sopra un vulcano di suoni alla periferia di Roma, zona Tor Cervara. Che brulica di formiche chimiche che si muovono ai ritmi veloci del rave, e saettano insieme al laser. Gli occhi vedono poco, le orecchie sentono troppo, il cuore batte su un tempo accelerato che non è il suo. Nell'aria polvere, sporco e l'odore di tutto quello che può accadere. Un rave è un po' questo: eccitazione consapevole in salsa di libertà. Antiautoritario, rabbioso e contro. «Rave è bisogno di ribellione» dice Fabio, 23enne raver romano. Media altezza, rasato, asciutto, grossi piercing e scarpe da ginnastica che hanno pestato un po' tutta l'Europa - e si vede. «Contro tutto. Le guardie, il governo, tutto. Il popolo dei rave non contesta singole leggi, ma tutto il sistema». Un esercito di irregolari, cani sciolti senza stendardo. «Nei rave illegali non ci sono bandiere. Possono entrare anche i nazi, basta che lascino la svastica fuori dalla festa, e con la svastica un certo abito mentale. I raver rispettano chi li rispetta».

Blume si definisce una «zia raver». Ha 32 anni, una bella carriera, e ha frequentato gli illegali per anni nel periodo d'oro, i primi anni novanta. Anche lei è stata parte dell'esercito di liberazione che credeva e lottava in una Bolivia di ferro e mattoni per una techno-rivoluzione mai arrivata.

REGOLE DA SOGNO

«All'epoca era un movimento rivoluzionario. Entravi in un'unità spazio-temporale retta da regole che i militanti di sinistra si sognavano, libertà e partecipazione. Era antiautoritario, ma difficile da gestire». E alla fine si piega sotto il suo stesso peso. «Per qualunque movimento la trasmissione del sapere è fondamentale. Noi non abbiamo trasmesso quanto stavamo apprendendo. E un movimento che non riesce a trasmettere, non capitalizza». L'idea dei rave come Taz, ad esempio. Cioè temporary autonome zone, zone temporaneamente autonome, sezioni di realtà temporaneamente sottratte alle logiche spazio-temporali, teorizzate da Hakim Bey, figura semimitica di maestro di sufi, poeta e guru espulso dall'India per motivi politici. Le sue idee hanno influenzato profondamente la scena rave.

Ma quella che per Blume è un'occasione persa, per Fabio è una possibilità, diversa ma attuale. «I Rave sono comunque una forma di protesta. C'è il rifiuto del capitalismo e della sua logica. Nessuno impone paletti, tipo i diritti d'autore sulla musica, o un biglietto di ingresso».

Tra Blume e Fabio, il periodo della Fintech, punto più alto e insieme inizio della fine di un'epoca. Due palazzine, una di uffici e l'altra per la mensa degli operai, sei capannoni (il più grande ribattezzato «la cattedrale»): alla Fintech, dal `93 in abbandono, si costruivano prefabbricati. Le case del «serpentone», mostro edilizio in zona Corviale, alla periferia di Roma, vengono da lì. Occupata il 4 novembre del 1997, nei suoi enormi spazi hanno suonato i migliori gruppi europei. La tragica morte di Selene Carotenuto, fulminata in una cabina elettrica nei dintorni della Fintech il 21 marzo 1998, segna la fine dell'idillio. L'ultimo rave è del 1999.

A distanza di qualche anno ci ha pensato l'attività di governo a riaccendere il fuoco di un fenomeno che stava vivendo un periodo di stanca. Un movimento esplosivo e radicale ha trovato bersagli particolari da abbattere. Al popolo dei ravers che spara la sua rabbia psichedelica in ondate da 50.000 watt non piace la legge firmata dal vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini (An), in materia di tossicodipendenza. Al disegno di legge era già stata dedicata la street parade antiproibizionista di Bologna dell'anno scorso, la sesta; alla legge sarà dedicata la prossima, il 3 luglio. In mezzo quella di Roma del 21 febbraio scorso. Una ventina di carri allegorici e tanti sound, la maggior parte dei centri sociali: Forte Prenestino, Astra, Corto Circuito. Dopo, festa a Tor Cervara.

L'ENNESIMO CONTROSENSO

Non piace neppure un disegno di legge che pure tocca poco i raver, quello sulla chiusura anticipata delle discoteche, firmato da Carlo Giovanardi, Udc, ministro per i rapporti col parlamento. «Noi tutti lo abbiamo avvertito come l'ennesimo controsenso del governo Berlusconi. E' la cosa peggiore che potessero fare. Arrivi in discoteca alle 11 e ti cali, ti fanno uscire alle 3 che sei ancora sotto botta. E allora che fai? Vai a fare danni in giro». Fabio non parla da interessato. Per lui e per il movimento di cui è parte una discoteca è «divertimentificio», establishment del divertimento. Salati biglietti di ingresso, consumazioni alcoliche in bicchiere di plastica, poco spazio e una gerarchia di persone che ci guadagnano imprigionano, chiudono in gabbia energie che un raver vuole tirare fuori per esprimere e creare qualcosa di unico. Vivere l'attimo, fenice dai mille colori che nasce dalle ceneri di una realtà grigia, che prima si sgretola e poi avvampa e brucia.

Se un rave è la fusione di tante, diverse individualità in una sola esperienza collettiva, il suo popolo è un unico corpo, ferito e martoriato. Che urla forte e vomita dolore. «Sentiamo disagio. Siamo una generazione emarginata e la nostra emarginazione ci spinge a auto-organizzare eventi di controcultura». Giorni, settimane, mesi. la gestazione di un rave è lunga. Il volo libero della farfalla ha alle spalle il lungo strisciare del bruco. «La prima cosa che fai è andare a vedere il posto. Poi verifichi la sicurezza e vedi se è abbandonato. Fai ricerche, ti metti a chiedere in giro». Passo primo, lo spazio. Passo secondo, il tempo. «Una volta che decidi la data, fai i flyer. Li mandi ai siti - tanti, colorati e collegati tra loro, da kyuzz a ordanomade - e fai un botto di fotocopie che ti metti a distribuire». Passo terzo, gli altri. «A questo punto l'unica cosa che ti può fermare è una festa forte lo stesso giorno della tua. Se non c'è, parti e vai». Passo quarto, il giorno della festa, prima della festa.

E' ancora il primo pomeriggio di un sabato come tanti quando la tribù techno-nomade decide di piantare l'accampamento a Tor Cervara. Cacciatori e guerrieri di suoni, prima della battaglia, sondano il terreno. Lo spazio è enorme, vuoto e sporco. Quattro capannoni come gusci di lamiera, teschi senza occhi/finestre né denti/porte, pieno solo di quello che lasciano le larve d'uomo che ci strisciano dentro. Da pulire, almeno sommariamente.

PILIRE, PRIMA E DOPO

«Molti di quelli che fanno le feste, tipo i Mainframe, vanno sul posto molto prima. Puliscono, fanno la festa, puliscono di nuovo e se ne vanno. Il rispetto dell'ambiente è fondamentale per chi fa i rave». Viene sgombrata una grossa area alla destra dell'ingresso principale, al centro della struttura. Il bus-bar rosso a due piani e il sound più potente, nero, vanno lì. Un generatore è la coda del drago di ferro e cavi che riposa dentro la cattedrale, mentre i guardiani officiano i riti che lo desteranno. File di pilastri paralleli e grigi in cemento corrono scarnificati dal portone al muro opposto, sfondato. A metà corsa due bagni, uno nel muro sinistro, l'altro al centro, dentro cui è meglio non guardare, pozzi neri di tutti i peccati del mondo. Poco più avanti il secondo sound, più piccolo. Poche automobili stanche si accucciano tra i pilastri.

Cala la notte e i draghi, piano, aprono gli occhi. Saettano sguardi che tagliano il buio e spogliano il cuore di sacerdoti-adoratori coperti di grigio, mimetiche e metallo ma sempre più nudi davanti a un dio che dice ma non parla. I draghi alzano la voce, fuoco brucia anime che non consuma. Passano ore come minuti, la voce è tuono, piovono lacrime di amore e odio. Chimica di sostanze aiuta la fisica dei corpi che ballano. L'alba sorprende insieme chi ride alla vita, la luce scivola tenera su chi non ce l'ha fatta, faccia nel fango, mani per terra. Ma il drago non vede, Dio non parla e non provvede. Il mondo è tornato, la festa è finita.



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