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Fare una precisazione sull’origine del mio nick SehnSucht: non sono stato ispirato dall’omonimo album dei Rammstein bensì dal termine introdotto dai fratelli Schlegel per delineare la sensibilità del Romanticismo protesa a scappare dalla deludente realtà tramite la fantasia e il sogno.Letteralmente significa “smania (sucht) del desiderare (sehnen) “ ...in altre parole sono un assetato di desiderio!




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Tuesday, June 10, 2008 - ore 00:49


OPETH They’re back! Watershed
(categoria: " Vita Quotidiana ")



“Watershed”: la malinconia, una lieve patina di grigio che annuncia una tempesta, poi la calma e di nuovo il torpore. Ma la classe non è acqua, lo sa bene Mikael Akerfeldt, tanto che la creatura svedese torna in una forma splendida e questa volta, smussando lievemente gli angoli al sound di “Ghost Reveries”, ci mostra il suo lato più squisitamente orientato verso il progressive, bilanciando magistralmente la robustezza dei tempi passati a una continua ricerca in campo melodico.
Non che gli OPETH abbiano bisogno di chissà quali nuove alchimie per stupire, gli svedesi hanno con il tempo raggiunto una raffinatezza difficile da eguagliare e che oggi richiama più volte lo spirito dei King Crimson, dei Genesis e dei Pink Floyd, un amore per i seventies mai dissimulato e qui preponderante.
Si comincia con una brano inaspettatamente breve come “Coil”, una dolce ballad acustica a cui partecipa la vocalist Nathalie Lorichs in un emozionante duetto con Mikael. Un incipit spiazzante ma efficace, ideale preludio a “Heir Apparent”, episodio alquanto solido e ben piantato nelle radici death metal con le sue cascate di riff arzigogolate ma penetranti. La magnifica “The Lotus Eater” esplora altri lidi, con partiture acustiche e uno splendido intermezzo jazz a destrutturate l’alone plumbeo del brano, tecnica che ritroveremo nella suite “Hessian Pell” che, al di là degli oltre undici minuti di durata, riesce a catturare l’ascolto in forza della sua scorrevolezza, a dimostrazione di come il five-piece di Stoccolma pensi in primis all’estetica eludendo ogni mero compiacimento esecutivo. Il viaggio si conclude con “Hex Omega” un vero poema dai risvolti epici ma delicato, grazie al contributo della tastiera e i chiaroscuri acustici.
Un ritorno con garbo e stile per un platter come al solito su altissimi livelli, che non deluderà i fan di un ensemble unico al mondo.



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