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Friday, June 13, 2008 - ore 14:13
Cielo grigio su cielo grigio su foglie gialle giù foglie gialle giù
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Perché Sanremo è Sanremo, e perché venerdì 13 è venerdì 13, anche per i non scaramantici.
Le mie disgrazie partono (anzi no, ma lo tengo per ultimo) stamattina presto, quando svalvolata come sono mi sveglio alle 7 e con l’audacia di un coguaro mi metto a pensare alla giornata, organizzando i vari impegni che mi sono prefissa. Mi alzo verso le 7 e 40, perché il buon Morfeo sembra ancora impossessato delle mie capacità motorie e intellettive, dopo essermi crogiolata beatamente fra piumino e lenzuola. Mi alzo, mi stiracchio e sbatto, violentemente sbatto, provocandomi un piccolo ematoma sulla coscia. Mica avevo realizzato che fosse venerdì 13, non ancora. Tant’è.
La giornata è lunga, sono solo casi, e poi maldestra come sono mi capita così sovente di sbattere e procurarmi ematomi. È da me, è tipicamente da me. Proseguo.
Faccio le pulizie, mi doccio e mi asciugo i capelli. Un disastro, non stanno, ho una scimmia di capelli in mezzo alla fronte che non vuole stare, e un mezzo ciuffetto cortissimo che spara in alto. Ma che vuoi che sia non buttiamoci giù, oggi è una bella giornata, aria fresca che entra nella mia mansarda. Apro la finestra che sta sul tetto per far circolare questa brezza da pieno giugno. E piove. Ma cosa vuoi che sia, è solo sfiga.
Piove, devo decidere cosa mettermi. Sono i giorni in cui rimpiango di essermi fatta convincere a non comprare gli stivali da pioggia fantasia. Mi starebbero daddio, e invece non ho scarpe da pioggia estive. E poi devo usare il mio ombrello a pois arancioni rosa e fucsia, devo essere vestita sui toni se no sparo veramente, o se no vestirmi neutrissima per non essere un pugno su un occhio.
Mi vergogno un po’ a dirlo, ma ho premesso che oggi ero svalvolata e volevo fare un po’ la matta stamattina, e volevo abbinarmi all’ombrello.
Decido di vestirmi di nero, con una giacchina rosa antico, orecchini vintage. Carinissima, davvero, mi compiaccio di me, sono la maga degli abbinamenti. Ma il dubbio sorge improvviso: vestita così che scarpe metto? Mica quelle da ginnastica, non ne ho che ci stiano. E quelle rosa sono scamosciatine, mi si inzuppano tutte. La scarpa perfetta è la scarpettina a fiori. Visto che l’anno scorso le avevo pure fotografate, le ripropongo per farvi capire a che livello arriva la demenza da svarionamento precoce.

Tanto non piove, penso fra me e me, faccio tempo ad andare alla conferenza stampa e poi rifugiarmi da qualche parte, e poi Treviso è tutta portici. E poi mica può scravassare, pioggerellina passeggera. Parcheggio in centro (fuori dal centro, anzi) con grandi difficoltà dato l’immane traffico e inizia a diluviare. Apro il mio ombrello. Vento. Pioggia. Diluvio. Temporale. Una macchina mi schizza tutta.
Odio pessimismo e fastidio. La città è un’unica pozzanghera, non fai due passi senza annegare in un lago di pioggia, parlare di piedi umidi diventa un eufemismo. I miei piedi non sono bagnati: i miei piedi sono rane e le mie scarpe sono stagni. Ho i piedi freddi e completamente stonfi, e schizzati di fango. Mi fermo sotto la Loggia, arrotolo i pantaloni mentre un nutrito gruppo di giovani mi osserva esterrefatto, mi trasformo in una pescatrice, con degli elegantissimi pantaloni a sigaretta neri arrotolati malamente fin sopra la caviglia. Con le scarpe che ormai emanano vapore acqueo, con la borsa tutta sgiozzolata perchè l’ombrello perde sui lati. Mi lego i capelli perché il vento me li sta sparando in ogni direzione, mi cadono un po’ di cose, le raccolgo disordinatamente, mi lamento imprecando verso il cielo e aspetto che i miei conferenzieri arrivino.
E invece erano quel nutrito gruppo di giovani che si interrogava sul perché mi stessi arrotolando i pantaloni, e soprattutto perché parlassi da sola.
Non può essere solo sfiga, no. Allora mi chiedo perché succeda tutto oggi, e non trovo spiegazioni logiche. Io che di logica non so nulla. Poi inizio a capirci qualcosa. La logica ha sempre un suo deviante simbolismo. L’ematoma, le scarpe, i pantaloni, l’ombrello, la giacca, i capelli, gli schizzi, la pioggia.
Realizzo solo allora. Tutto questo si somma alla disgrazia di ieri sera, dopo mezzanotte, quando ho strisciato la macchina. Era passata mezzanotte, era già
venerdì 13. L’ho strisciata dietro, sul paraurti e pure qualcosina sopra la ruota. Da niente, dici. Eh certo, da niente, visto che navigo nell’oro. E ho mentito alla mamma.
Credo sia per questa mia falsità – l’ho nascosto alla mamma fino a qualche minuto fa, quando le ho detto che mi è successo appena adesso in centro perché l’asfalto era molto, molto scivoloso – che sono stata punita. La mamma è stata comprensiva, le ho spiegato che la pioggia rende l’asfalto pericoloso e via dicendo. E così, siccome rimango anche nell’inconscio una personcina di saldi principi, mi sono autopunita. Andando in giro vestita come una hawaiana con scarpette e giacchina leggera, per il solo gusto di abbinarmi a un ombrello che cristoddio non si abbina con niente.
Detto questo, se l’Italia stasera perde odierò per sempre il venerdì 13, io che a queste sciocchezze scaramantiche non ho mai creduto.
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