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Che tuti se sbate i cojoni de come va vanti l’Italia.... e tanti che se perde drio cagade tipo el grande fradeo e porcarie varie!"!!

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No lo so... me ga vestio me mojere!!!!

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Che andasse a farselo metare tuti queli che me sta sul c...o!!! Solo che bisognaria che lo gavesse longo almanco mezo chilometro!!!!

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SONDAGGIO: NA MAESTRA ALIMENTARE GA FATO TRADURE NA POESIA DAL’’ITALIAN AL VENETO..


Ze nato un putiferio dela madona.. sigamenti, insulti, spuaci intel muso... Scuse del Preside (la roba ze sucessa a Noventa).. mi penso:

CHE I VADA TUTI A FARSE CIAVARE
CHE SE FA CASIN PAR GNENTE!
CHE LA MAESTRA GA FATO BEN!
CHE LA MAESTRA GA FATO NA CAGADA
CHE I VADA A LAVORARE... PELANDRONI DELA MADONA!!!
IO NON HO CAPITO: PARLO SOLO ITALIANO!|

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Tuesday, June 24, 2008 - ore 12:05


SAGIO SUL "MANDARE IN MONA"!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"Ma va in mona!"
Letteralmente:
"Ma vai nell’organo genitale femminile!"

Preciso subito che la frase di cui sopra non è assolutamente l’invito ad avere un rapporto sessuale, cosa che più che un’offesa sarebbe più un augurio, ma bensì la persona offesa viene invitata a finire nell’organo femminile tutto intero, effettuando quindi un parto alla rovescia. Quindi un perentorio invito a sparire e tornare alle origini.
Anche in questo caso è opportuno fare dei distinguo in quanto la perifrasi può essere considerata oltre ad un insulto anche una bonaria frase di scherno. Dipende dalla situazione e dall’enfasi usata dal mittente.


Esempio:
Toni (mittente) sta raccontando a Bepi (destinatario) una sua avventura di caccia e la sta colorando un po’ troppo... Bepi ad un certo punto lo interrompe con un: "Ma va in mona...va!" che vuol semplicente significare: "Ma a chi vuto darla da inténdare?" - ("Ma a chi vuoi darla da bere?")


Quando invece c’è la ferma intenzione di offendere la frase viene pronunciata con voce alterata e di solito accompagnata da gesti perentori.
Ma non basta; spessissimo viene cercato l’effetto rafforzativo dell’insulto che di norma si ottiene precisando chi dovrebbe essere quella rappresentante del gentil sesso che dovrebbe favorire, grazie al proprio organo genitale, la scomparsa della persona offesa.
E qui entra in campo parte del parentado di sesso femminile del destinatario: sorella, madre, zia, nonna.

Ora vedremo che in base al grado di parentela della signora citata aumenta o diminuisce la gravità dell’insulto:
"Ma va in mona to àmia!"
Lett.: "Ma vai nell’organo genitale di tua zia!" - L’insulto non è grave
"Ma va in mona de to sorea!"
Lett.: "Ma vai nell’organo genitale di tua sorella!" - L’insulto è abbastanza grave e richiede risposta immediata
"Ma va in mona de to mare!"
Lett.: "Ma vai nell’organo genitale di tua madre!" - Insulto gravissimo che richiede risposta gravida di turpiloqio o anche tentativo di pugno nei denti. In Veneto la mamma è particolarmente sacra.
"Ma va in mona de to nona!"
Lett.: "Ma vai nell’organo genitale di tua nonna" - Insulto che può essere ritenuto non grave in caso di nonna vivente, gravissimo nel caso di nonna defunta.
In certe situazioni, quando il mittente ritiene che la frase non sia offensiva abbastanza questa viene potenziata al massimo grado grazie ad alcuni accorgimenti testè descritti:

1) Aggiungendo altri aggettivi dispregiativi al complemento di specificazione.

Esempi:
"Va in mona quela bruta vaca de to sorea!"
Lett: "Vai nell’organo genitale di quella giovenca di tua sorella!"
" Va in mona quela putanassa de to àmia!"
Lett: "Vai nell’organo genitale di quella mignottona di tua zia!"

2) aggiungendo nel finale, dopo opportuna virgola, una o più cosidetta "biastema" ("bestemmia") o "resia" ("eresia"):

"Ma va in mona de to mare, porco qua porco là!"

E’ importante precisare che nella lingua veneta le bestemmie non si dicono o recitano ma si "càvano" o si "tirano". L’uso di questi due verbi rende molto esplicitamente l’idea dell’intensità con la quale vengono espresse queste particolari, e volgarissime, espressioni che da sempre fanno parte della parlata popolare. Si pensi che nella Repubblica Serenissima anticamente era in vigore una legge che prevedeva per il bestemmiatore addiritura il taglio della lingua. Chiaramente questa legge non è mai stata applicata anche perché nel caso di costante applicazione una buona parte del popolo veneziano dovrebbe essere mutilato.
Terminiamo aggiungendo che l’insulto diviene particolarmente offensivo e volgare sostituendo la parola "mona" con il sinonimo "figa".











SUGGERIMENTI E CONSIGLI:

Quando qualcuno ci "manda in mona" si può stemperare l’insulto in modo simpatico usando una di queste battute come risposta immediata:

"Volentieri co posso e no co i me manda!"
Lett.: "Volentieri quando posso e non quando mi ci mandano!"

"El ze el me mestiere!"
Lett.: "E’ il mio lavoro!"

Nel caso più specifico quando si è mandati "in mona de to sorea!" è d’uopo rispondere con leggero sorriso ironico:

"Sorele no ghe ne gò ma in culo te lo mètarò"
Lett.: "Sorelle non ne ho ma nel sedere te lo metterò!"

(dal libro "Mona" di W. Basso)



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