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Frak e pantofole, con calzino turchese, ovviamente.





ORA VORREI TANTO...

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Sostengo (nonché ne sono parte attiva) il comitato:



OGGI IL MIO UMORE E'...

non proprio la comune tristezza
più una lieve malinconia
...ma di altre sensazioni
la paura e il coraggio di dire: " io ho sempre tentato,
io ho sempre tentato... "



















ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Prediligere il parallelismo tra spigoli di oggetti vicini: es. libro vicino a bordo del tavolo, matita vicino a libro, scarpe appaiate e parallele (anche se é improprio)...


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Friday, July 04, 2008 - ore 14:41



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Quando Buzzati vede cadere ragazze dal cielo, credo di sapere il perché...







Due o tre cose che (non) so di lei(/lui)

"Parigi come Capitale de la doleur eluardiana in cui tutto è ridotto a pura serialità da una macchina deprogrammante, Alpha 60 come unica mente pensante, raziocinante e veramente parlante della città (le persone, non altro che marionette di un teatro urbano si limitano a dire “Io sto benissimo grazie prego”), progenitrice di tutti gli Hal 9000 possibili poiché, ancora una volta, il cinema è il cinema. Una città in cui la vita è assente o quantomeno scimmiottata dal movimento plastico ma robotico dei suoi abitanti, presente solo negli atti fisici di ribellione di Lemmy Caution e nello scintillare biancoenero (degli occhi) di Anna Karina. Parigi non può essere dunque la Parigi della flanérie baudelaireiana che nella riflessione benjaminiana provocava choc e, di conseguenza spleen poetici, sulla quale più o meno tutta l’esperienza della Nouvelle Vague aveva a sua volta riflettuto in chiave cinematografica. La catastrofe della realtà è fondamentalmente catastrofe del linguaggio, dove non si può esprimere ciò che si sente non è possibile neanche sentire: infatti solo alla fine Natacha von Braun/Anna Karina riesce a dire “ti amo”, ma questo suo dire estremo coinciderà con l’estremità della vita: la morte.
La messa in opera di un discorso sulla visibilità/invisibilità, cioè come trasfigurazione calvinianamente futuribile della realtà (si tenga presente Le città invisibili di Calvino), ma anche come cecità e visione cromatica dello straordinario lavoro sul bianco e sul nero consente a jlg (lo scrivo come se ormai l’essere cinema (di) Jean-Luc Godard coincidesse con la sua tracciatura monogrammatica, cioè il cinema-jlg, in una sublime definita e definitiva endiadi) di parlare ancora e sempre di cinema nella suprema e irriducibilmente paradossale tautologia dell’arte cinematografica: il cinema (non) è il cinema, ovvero jlg (non) è jlg."

Mauro F. Giorgio


La genealogia dei frame dello starsi accanto


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