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Wednesday, July 09, 2008 - ore 15:56


è solo l’inizio!!!!
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Il bambino, fermo a gambe divaricate, si leccò via la polvere dalla mano stretta a pugno e cercò di fingere che quello che stava assaggiando fosse latte di cammella. Lì accanto, suo padre parlava a un’acacia spinosa mentre il fratello maggiore lanciava pietre contro un termitaio. Nessuno dei due badava a lui, e agli occhi del piccolo, loro tre formavano un’unica entità. Era come se stesse contemporaneamente bevendo polvere, implorando un albero e lanciando sassi. Dava per scontata questa loro unità. Era troppo giovane per riconoscere il concetto di «separato». Né sapeva del cambiamento, della paura o del castigo della siccità. La vita gli sembrava ancora totalmente prevedibile, eterna e sicura.
Adesso, per esempio, l’entità bambino-padre-fratello fu avviluppata dallo spegnersi del giorno, quando la brezza aumentò d’intensità, il colore defluì dal cielo e le ombre scurirono simultaneamente tre paia di gote. Il bambino diede il benvenuto a quel momento. La consistenza della luce sempre più grigia trasformava i volti. Rendeva le persone simili a ritratti a carboncino, avrebbe pensato in seguito.

Qualcosa, tuttavia, disturbò il crepuscolo distogliendo bruscamente l’attenzione del piccolo dall’intimo conforto della sua lingua sulla pelle e dal gusto pungente della polvere. Dalla penombra dei vicini cespugli emerse qualcosa di rigido, sottile, perfettamente immobile ma vibrante. Davvero strano. In base alla sua esperienza, tutto camminava o correva, volava, era trasportato dal vento o piantato nel terreno – in altre parole, si muoveva palesemente o, più di rado, non lo faceva. Cosa pensare, invece, di quell’acre fremito immobile, di quel teso e ostinato accenno di flessibilità? Il bambino gli si avvicinò strisciando, poi si sedette per osservarlo.

La nuova prospettiva gli permise di notare un altro oggetto, piccolo e tondo tanto quanto l’altro era lungo e stretto. Aveva il colore di una fiamma.

In realtà ce n’erano due.

Ah-ha, pensò soddisfatto: il puzzle cominciava a prendere forma. Gli occhi, naturalmente, si muovevano e si immobilizzavano repentini, ed erano capaci di guizzare come la luce del fuoco. Quindi l’oggetto doveva essere umano. O magari animale. O forse uno spirito ancestrale.

Comunque fosse, qualcosa di imprecisato, un ricordo o un’intuizione ereditati, gli fece capire che aveva bisogno di tutto sé stesso per affrontarla, così chiamò le altre sue parti, il padre-fratello. «Sono qui», disse. Nemmeno mentre parlava distolse lo sguardo dagli occhi e dalla coda rigida di quella creatura misteriosa che cominciava a ingrandirsi. Poi balzò in avanti. Si unì a lui, quasi volesse entrare a fare parte dell’entità figlio-padre-fratello.

Non si rese conto del dolore. Il momento gli parve invece irreale e sconcertante, come assopirsi nel bel mezzo di uno dei racconti cantati dal padre e perdere così il filo della vicenda. Cos’era già successo? Cosa stava ancora accadendo? Avrebbe dovuto chiederlo al padre, il mattino seguente.

Solo una cosa rimase perfettamente nitida: il suono che gli sarebbe riecheggiato nella mente fino alla fine dei suoi giorni. L’umido, stridulo lacerarsi della sua carne di bimbo di tre anni mentre la iena maculata, resa folle dalla fame, gli si avventava sulla gamba, gli dilaniava rumorosamente la vita per poi avvicinarsi al suo volto e sgranocchiare, grugnendo di piacere.

In seguito avrebbe sentito raccontare come suo padre si voltò, uccise la belva con un coltello, prese in braccio il figlio e si mise a correre, il sangue del bambino che gli scendeva lungo le braccia. Avrebbe scoperto che era successo tutto in meno di cinque respiri meditabondi – ma non ci credette fino in fondo. Nel suo ricordo, lo scricchiolio delle ossa e lo strapparsi della carne si protraevano per un’intera decade di tramonti e albe, spazzando via tutti gli schemi, rendendo ogni cosa separata e terrificante, indefinita e fugace per l’eternità.

MAGARI A QUALCUNO INTERESSEREBBE LEGGERLO, COSI’ MI DITE COM’E’!!!!!

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