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Thursday, July 10, 2008 - ore 16:26
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La radiochimica: in Olanda mi pagano il triplo
di Valentina Arcovio
ROMA (5 luglio) - «In Italia per me non c’è posto. L’unica soluzione per poter lavorare è stata quella di trasferirmi in pianta stabile in Olanda. Qui guadagno per ben 3 volte lo stipendio medio di un mio collega in Italia». Raffaella Rossin, 36 anni di Monselice, un piccolo comune di Padova, lavora a Eindhoven da circa sei mesi come radiochimica alla Philips. Il suo lavoro consiste nel sintetizzare composti radioattivi per diagnosi e per il trattamento di tumori. Si è laureata a pieni voti in Chimica e ha poi concluso il suo dottorato all’Università di Padova. La sua professionalità è molto apprezzata nella città olandese e la sua busta paga lo dimostra pienamente.
Quando ha deciso di lasciare l’Italia?
«Appena ho concluso il mio dottorato sono andata in America, dove ho lavorato per cinque anni presso la Washington University di St. Louis. All’inizio il mio progetto era quello di fare un po’ di esperienza all’estero, di conoscere altri scienziati in modo da arricchire sempre di più il mio bagaglio di conoscenze. Ho sempre pensato che un giorno sarei riuscita a ritornare in Italia e a svolgere lì la mia carriera. Invece, non è stato così».
Cosa è successo?
«Tutte le volte che ho provato a cercare lavoro in Italia o mi venivano proposti lavori sottopagati, con uno stipendio annuo pari a quello che guadagno oggi mensilmente, oppure mi sono state chiuse le porte in faccia. Allora, con grande difficoltà, ho deciso di trasferirmi definitivamente in Olanda. Mi manca la mia famiglia, mi mancano i miei amici e le mie abitudini italiane. Ma non ho avuto alternative»
Qual è l’offerta più allettante che le hanno fatto in Italia?
«Un contratto da libera professionista con 20 mila euro all’anno. Inaccettabile, considerati i sacrifici che ho fatto per studiare e approfondire le mie conoscenze all’estero. Un’altra volta un piccolo industriale mi ha chiesto “ma a te non interessa tornare in Italia?” e io ho risposto “certo, ma alla mia età e con la mia esperienza non accetto una assegno di ricerca”. Da allora non l’ho più sentito».
Cosa pensa dei suoi colleghi che lavorano in Italia?
«Sono degli eroi. Non saprei come altro definirli. Le università italiane sono altamente qualificate e vedere dei cervelli sfruttati per pochi quattrini mi dispiace tanto. Mio fratello ne è una vera e propria dimostrazione. Ha 38 anni ed è un biologo marino. Va avanti con miseri contratti di durata non superiore ai 6 mesi. Vive con altri ragazzi come lui. Se non possono essere chiamati loro eroi…».
Ritornerebbe in Italia se le venissero assicurate le stesse condizioni lavorative?
«Certo. Io sono italiana. Il mio paese mi piace e mi manca tantissimo. Ma sono davvero molto scettica. Credo che difficilmente le cose cambieranno. O quantomeno, quando miglioreranno non avrò più l’età per rimettermi in gioco».
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