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Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



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Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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venerdì 11 luglio 2008 - ore 08:56


Se pensier fosse la mia carne stanca l’empia distanza non m’arresterebbe
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Le querce sono alberi enormi. Quante foglie c’avrà una quercia? Riflettevo ieri sera, seduta su un’amica amaca col mio amico Alvise. Diecimila foglie, facciamo. Che numero enorme. No, sono molte di più. Proviamo a fare un conto visivo: queste saranno cento, per dieci mille, quella parte lì. Facciamo per dieci di nuovo e fa diecimila. Non copre neanche un decimo di quest’albero. E allora quante saranno? Un milione di foglie. Un milione. Un numero così grande, per un solo albero.
Allora Alvi mi dice che secondo lui ripara dalla pioggia, stare lì sotto. Sì, forse, rispondo. Si sente il rumore dell’acqua sulla chioma, ma non arriva. A meno che poi non goccioli giù, ma quello è un altro discorso. Sono foglie così fitte. Però, dico io, in mezzo a quel fogliame verde, fra quei rami, c’è un millimetro di vuoto, che nella sua discesa non incontra nessun impedimento. E ci passa giusta giusta una gocciolina di pioggia, che parte da in alto a centinaia di metri e scende dritta fino alla tua testa, di te che guardi in alto e pensi che un albero così non può di sicuro farti bagnare. A meno che non stia diluviando. E invece no. Una passa. Magari una sola, ma passa.
Secondo Alvi alla quercia non gliene frega mica poi tanto.
Eppure, per me, un po’ ci rimane male.



Non sono un’amante della natura, ma ieri mi sembrava naturale guardare alberi e insetti, perché mi sono ricordata che, se c’è una cosa che mi piace davvero tantissimo, sono le farfalle quando si mettono a girarsi intorno svolazzando e creano quei vortici d’ali bianche. Le ho trovate ieri mentre tornavo a casa in bici, e ho frenato per guardarle. Non so se avete presente quando due farfalle si rincorrono a spirale salendo e scendendo, di solito due ma possono essere anche tre. Per me che vivo in campagna sono cose che succedono spesso, per voi gente di città non lo posso immaginare, ma vi perdete una cosa bellissima. Quando volano e si rincorrono nell’aria creando cerchi spaesati, facendo ruote sbilenche, e poi intrecciandosi, e vanno in su e in giù, a destra e a sinistra, sempre sospese in alto, sopra la mia testa, sopra i fiori, sopra tutto quello che c’è.
Sono così eleganti, leggiadre, serene. E penso che sono bellissime, e che stanno lì a corrersi attorno senza sosta, senza pensieri.

E poi penso che stanno per morire.



“Le farfalle vivono un giorno solo, e quando son le sei di sera ne hanno già le palle piene” – Altan


La nonna mi diceva ogni volta, da piccola, quando rincorrevo le farfalle, di fare molta attenzione e non toccare mai le ali, perché perdevano la polverina bianca che le faceva volare se io ci mettevo le dita sopra, e non volavano più e soffrivano. Allora io prendevo le farfalle e tenevo le mani larghe, lasciando spazio fra le dita in modo che non scappassero ma neanche che stessero costipate all’interno. Le tenevo larghe, le sentivo che si muovevano. E poi aprivo, e avevo i palmi e le dita sporchi di bianco.




Questo momento di riflessione naturalistica e di frizzante ilarità mattutina vi è stato offerto da Prozac, antidepressivi per tutti i gusti.


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