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eravamo in piedi nel salotto buono di tua madre e sudavamo come turchi in quella terribile estate.
il sudore fu sulla tua guancia, poi fu sulle tue labbra.
deve essere stato un sogno.. tua madre non mi fece entrare

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Sunday, July 13, 2008 - ore 12:45


ALTROVE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Gli amici imborghesiti.
Capire Battiato.
Ci vuole un’infinità di tempo per arrivare in cima. Il volantino parla di bus navetta. Tutti si affollano alla fermata appena passa una specie di Ducato per profughi albanesi.Eccolo.
Supera gli altri.
Sguscia tra la folla.
Il problema è il biglietto. Il senso di colpa per non averci pensato prima alla prevendita. D’altronde hai deciso all’ultimo momento di andarci. Fregandotene dei no dispensati dagli amici. Dei venti euro. Che lui ti aspetta in un orrido teatro tenda. Posti a sedere. Zero divertimento.
E poi sei lì. La tipa della biglietteria scuote la testa. Gli ultimi se li sono portati via la famigliola felice in fila prima di te.
E maledico l’istituto del matrimonio e della filiazione. Faccio un mezzo sorriso allucinato e storto alla ragazza che prova a consolarmi parlandomi di ripassare più tardi. Magari ci saranno ritiri. Ho la netta sensazione di trovarmi ai giochi senza frontiere.
E aspetto. Il libro di Vinicio. Ti chiamo senza speranza. Progetto piani per evitare quei due bestioni della security.
Aspetto. Nella sala due critici musicali dei poveri. Tre biondone senza cervello che però hanno simulato di averne un po’ a differenza mia, prenotando. Non sanno chi è. Non sanno manco che musica fa. I loro tanga neri che traspaiono dai pantaloni bianchi quasi mi fanno piangere.
Non è giusto, mi ripeto.
Non è giusto.
Dio si intenerisce e fa il miracolo. Spuntano ventisei nuovi posti.
Che dire.
Un pubblico assurdo.
Seduta in attesa mi becco il talk show di due settantenni che commentano la vicenda di Lloret de mar, mentre la sala è piena di pseudo cinquantenni e di nonni che ingannano l’attesa comprando gelati. Di bambini di qualche mese nei marsupi. Di ragazzine viziate ed isteriche. Del pubblico di X-Factor.
Io che mi gratto la testa. Che quando accendono le candele vicino al pianoforte, quasi mi commuovo. E poi lui entra. Dice, scusate il ritardo e poiché comprendo il vostro fastidio farò direttamente l’ultima canzone. Arrivederci.
Esce.
Poi ritorna.
Poi si lascia scappare che stasera vedremo tanti concerti. Che stasera....
Posto indecente. Non vedo nulla. Mi faccio strada tra le ragazzine.
Canti Altrove solo per me.
Canti Un giudice solo per me.
Ti lasci andare alla nostalgia con Lou Reed.
Perdi gli ultimi accordi di Un amore assurdo...e allora... fermi tutti, ragioniamo, pedale di dominante, tonica...
Che vorrei salire da te e provare ad aiutarti con l’armonia. Io che non sopportavo quell’esame. Tu che mi hai fatto capire quanto sia importante studiarla, la musica, la teoria, capire come arrivare da a ad a, dalla tonica alla tonica. Più di Battiato.
Il delirio con Aria e quando riproponi Cieli neri e L’assenzio pizzicando le corde.
C’è quella tristezza malcelata nel tuo modo di suonare. Gli accordi non sempre sono puliti. Li fiorisci con vanità mentre apri il pacchetto delle sigarette. Fai risuonare tutti gli armonici con il pedale mentre cerchi l’accendino lanciato dalla trentenne-schiena-nuda, per terra.
Non so come ci sono arrivata, sotto il palco. Il bestione mi ha dato una spallata che ancora mi fa male. In mezzo a ragazzine urlanti che volevano toglierti i vestiti, che ti sono saltate addosso.
Io che voglio solo capire come realizzi quel suono pulito. Scarlattiano. Tu mi guardi e dici dopo, mentre baci l’ennesima invasata.
Ma il dopo non ci sarà. Io sono stanca. Castelbrando ci tiene prigionieri in mezzo a cunicoli ed ascensori.
E allora buonanotte.
Niente come te.
Mi sospende.



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