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"L’uomo che usciva la gente" (un capolavoro della Settima Arte!)

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Cambia lo superficial
cambia también lo profundo
cambia el modo de pensar
cambia todo en este mundo

Cambia el clima con los años
cambia el pastor su rebaño
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño

cambia el más fino brillante
de mano en mano su brillo
cambia el nido el pajarillo
cambia el sentir un amante

Cambia el rumbo el caminante
aunque esto le cause daño
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño

Cambia, todo cambia
Cambia, todo cambia
Cambia, todo cambia
Cambia, todo cambia

cambia el sol en su carrera
cuando la noche subsiste
cambia la planta y se viste
de verde en la primavera

Cambia el pelaje la fiera
cambia el cabello el anciano
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño

Pero no cambia mi amor
por mas lejos que me encuentre
ni el recuerdo ni el dolor
de mi tierra y de mi gente

Y lo que cambió ayer
tendrá que cambiar mañana
así como cambio yo
en esta tierra lejana.

Cambia, todo cambia...

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Sunday, July 13, 2008 - ore 19:55


La Musica degli Elfi
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Così capita anche che vai a Firenze perchè ci suonano i Sigur Ros.

Si parte con altri quattro compagni di viaggio; l’ottimo feeling fa superare anche un’ora e mezza di sosta in autostrada per un incidente, l’acqua del radiatore che voleva bollire, l’arrivo quasi di corsa sperando di non tardare e tutto il resto.
Quarta fila, centrali. Ci siamo, noi: ora tocca a loro.
Ascoltiamo Helgi Jonnson aprire il concerto; parbleau.
E poi.

Entrano ed è già uno spettacolo: il batterista con magliettina scialba e corona in testa; il bassista con una livrea da dottore ottocentesco; il tastierista con un frac a coda lunga; e con loro, lui.
Allora cominci ad aprire un libro (e che libro!); scopri così che gli Elfi, altro che, esistono davvero. Possono essere vestiti di pelle con frange cadenti, ingannarti in controluce, ipnotizzarti e ridestarti in un microsecondo. Ma fosse solo un Elfo, quello lì.
Si tratta di un Angelo caduto dal Paradiso, che durante il tragitto ha imbracciato una chitarra e la suona con l’archetto, strizzando l’occhio alle pose di Lucifero e del suo violino. Ma l’Elfo rimane nel Limbo, non va ne su né giù, rimane lì, davanti a te e dietro al microfono. La sua voce quindi non è né un canto, né un lamento: è uno strumento. Così la usa e la lambisce.
E in questo asse immaginario fra cielo e sottosuolo, alla metà esatta del percorso, equidistante da Zenith e Nadir, l’Elfo comincia a staccarti delle musiche che sono delle piccole magie. Non importa se un pezzo lo conosci o meno, perchè tanto non sai dove ti porterà.
Ecco che allora ti trovi improvvisamente sulla prua di una nave vichinga a solcare i Mari del Nord; ora invece su una collina di erba fra campanelli e maglioni colorati e neve all’orizzonte; ora a testa in giù nello spazio siderale a giocare a sponda coi pianeti; ora seduto di fianco alla persona che ami, mentre socchiudi le mani per mostrare una piccola luce brillante che solo voi due potete vedere. Cose così.

In mezzo a tutto questo, un quartetto d’archi (sempre in stile ottocento) e una candida sezione fiati di quasi Kubrickiana memoria. Tutti lì a giocare coi loro strumenti, cambiandosi anche di posto, scherzando e divertendosi (a che serve la musica, no?). Stili e visioni prettamente nordiche, talvolta un po’ kitsch, ma comunque sempre entro i limiti.

Il suono è volatile. La mano di Flood si sente (e molto) quasi dappertutto, ma senza snaturare l’idea di fondo del gruppo. Gli effetti sono ovunque, i suoni campionati non ti lasciano quasi mai. In certi momenti non è Jonsi a cantare, ma il campionatore, ma nessuno se ne accorge. Lui guarda avanti e si diverte dello scherzo, poi quando vuole ricollega la sua voce e il campionatore torna ad altri destini. Ma tanto chi se ne frega se fa questi giochini; non sta cantando, si diceva, sta suonando. E comunque lui c’è, e alla grande, e alla grande dura per tutto il concerto (sopravvivendo anche al campionatore stesso, che ha un guasto poco dopo la metà del concerto e viene per fortuna ripristinato).

Tutto procede e scorre come in una favola che stai sognando aggrappato al cuscino per non lasciarla fuggire via, finchè, dopo una coinvolgente Gobbeldigook, il concerto finisce; e allora tu, lì, ti senti come il bimbo cui hanno appena sottratto il giocattolo. Tu, e tutti quegli altri bambini che come te hanno reso questo un concerto sold out. Oh, no!
Allora quei quattro cosa ti combinano?

Escono fuori di nuovo, e senza neanche dire "a" ti infilano uno stiletto nell’anima. "Untitled 8" sembra uscire direttamente dagli strumenti, scendere in platea, avvolgerti e portarti con sé. Solo che stavolta non capisci né dove né come né perchè. L’Elfo la costruisce con cura artigianale mattoncino su mattoncino, usa l’archetto come un pennello. Se per caso te ne fossi dimenticato, ti ricorda con disarmante evidenza che l’Angelo con la Coda sta fra Zenith e Nadir a metà dell’asse verticale, e che tu quindi puoi anche lavorare che ne so in ufficio, in fioreria, alla tua tesi, in mezzo ai bimbi, dove vuoi... ma che davanti alla Forza che esce da questi spiriti in bilico, ogni convenzionalità cade con fragore e senza appello.
Credo che perfino i lobotomizzati dietro il loro cellulare fotografico abbiano sentito qualcosa che li sorprendeva alle spalle, almeno per un momento.

Poi applausi, bocche aperte. Quei quattro a prendersi una valanga di applausi, e ti sembrano più sorpresi loro da quella ovazione che non tu dalla loro performance. Tutto il resto è gente in piedi che parla e se ne va; poi in un soffio ti giri e vedi che anche sedersi per lasciar spazio a una lacrima può capitare, dopo una serata così.

Piangi bene, che poi il tuo sorriso sarà ancora più bello.

Sigur Ros
Giardino di Boboli - Firenze
11 luglio 2008



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