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Monday, July 14, 2008 - ore 20:24


* To Live Or Not To Live *
(categoria: " Riflessioni ")


" Era la paura di non essere in grado di reggere una situazione brutta, la paura di perdere il controllo, o di trovarmi spiazzato e soffrire troppo, che mi portava ad allenarmi costantemente al pensiero di una catastrofe in arrivo.
Per quello mi concentravo su cose brutte che potevano succedere. Qualche disgrazia, qualche tragedia.
Io alla fine non dovevo trovarmi impreparato. Costruivo delle barriere, delle difese, dei cuscinetti per attutire l’eventuale botta, l’eventuale scontro con la realtà.
Ecco perché alla domanda: «Sei felice?» rispondevo: «Non lo so, ma non mi lamento».
Perché, visto che mi aspettavo sempre la catastrofe, il fatto che non fosse ancora successa doveva rendermi felice. Quindi per me il significato della parola felicità era: mancanza di dolore.
«Non mi lamento» lo dicevo anche un po’ per scaramanzia. Quasi per arruffianarmi quell’entità che decideva. Dio, il destino, la sfortuna ecc. Come gli ebrei attendono il Messia, io aspettavo la tragedia. E mentre mi concentravo sul male, probabilmente il bene, il meglio, il bello mi passavano a fianco e io non me ne accorgevo. Ero troppo concentrato sul peggio, sul male, sul brutto.
E anche se la vita mi regalava una cosa bella, io non la sapevo gestire, non ero pronto e mi faceva paura. Non ero capace di stare bene fino in fondo. Non ero in grado di gioire. Quando succedeva qualcosa di bello, la mia gioia, i miei festeggiamenti erano sempre sotto tono. Perché ho sempre avuto paura che come avessi alzato le braccia in segno di vittoria, minimo un fulmine mi avrebbe colpito.
Che come avessi in qualche modo gioito o esternato la mia felicità, subito sarei stato punito.

Quindi nella vita mi mettevo lì e mi massacravo di ipotesi devastanti per allenare la mia resistenza al dolore, per non trovarmi un giorno con uno sconosciuto più forte di me. Abituarmi a conoscerlo, viverlo, e magari sopportarlo."

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