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Thursday, July 24, 2008 - ore 14:17



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Muovere il lato esterno di un giro verso l’alto, fare fare due giri alla riga centrale e ruotare la fila interna di un giro verso il basso, no. Non funziona neanche così. Ok, bastardo, ok; evidentemente vuoi la guerra. E guerra sia.
Meditando tremenda vendetta presi il "dissuasore", la mazza da baseball in alluminio che tenevo a lato del letto, e mentre inanellavo una serie di urla in stile guerriero samoano mi avventai sullo stramaledetto cubo di Rubik che quella mattina, come del resto facevo ogni mattina da tre anni a questa parte, tentavo di risolvere.
Lo posai a terra e, guardandolo come Al Capone osservava i suoi amici il giorno di San Valentino, mi presi gioco di lui. Fai il duro eh? Credi di essere più furbo di me, non è vero? Ma non sei nessuno, non sei un cazzo di nessuno, amico. Poi mi lanciai in un monolgo simile a quello che Samuel L. Jackson faceva prima di giustiziare un nemico di Marcelus Wallace, tirai in ballo i Salmi, pur non conoscendoli e mentre declamavo, giravo attorno al malefico artefatto senza staccargli gli occhi di dosso certo che il mio atteggiamento lo stesse facendo tremare di paura. Poi, mentre il soliloquio giungeva all’apice, alla foga massima, sferrai un colpo potente sulla faccia del cubo immaginando che quei quadratini colorati ,disposti in maniera maleducatamente casuale nonostante i miei sforzi, fossero in realtà la faccia del signor Rubik. Come si chiama il creatore di quel viatico cubico per l’inferno? Me lo chiedevo spesso ma non facevo mai una ricerca in internet per il piacere di affibiargli nomi ridicoli: Tommy Lou Rubik, Wallace Rubik, Fitzgerald Rubik che tu, comunque ti chiami, possa bruciare all’inferno per l’eternità.
Sotto i possenti colpi del maglio metallico, il cubo si disfece sgranando i piccoli cubetti di cui era costituito sul pavimento, come un rosario strappato; i cubetti si mischiarono con le migliaia di altri cubetti sparsi per tutto il mio appartamento. Soddisfatto riposi la mazza da baseball, infilai l’indice della mano destra nella linguetta che, come un imene metallico, difendeva la verginità di una latta di birra chiara ormai calda, dato che l’avevo tirata fuori dal frigo ore prima, quando ero rientrato a casa dal lavoro.
Ad un osservatore attento ed imparziale, il pavimento di casa mia sarebbe potuto sembrare piastrellato due volte. Una prima copertura era stata applicata da artigiani, probabilmente immigrati clandestini, che conoscevano bene il proprio lavoro. La seconda copertura, invece, l’avevo fatta io, massacrando centinaia di cubi di Rubik: le mie nemesi inanimate. Ma non li avevo sgranati tutti a mazzate, no. I primi, quelli di tre anni fa, li avevo semplicemente scagliati contro il muro; poi, via via che la mia frustrazione aumentava, avevo trovato sempre nuovi modi per nuocere a quei fottuti rompicapi.
Una volta sono arrivato talmente vicino alla soluzione che mancavano solo pochi cubetti, due o tre ed avrei finito, capite? Due o tre cubetti. Cristo.....ci sono andato avanti un mese e mezzo e il bastardo non ne voleva sapere.
Allora sono sceso in garage, ho poggiato il maledetto sul pavimento verniciato, ho acceso la macchina e dopo aver messo su il cd delle variazioni Goldberg interpretate da Glenn Gould, passai e ripassai sulla mia vittima; con una calma che avrebbe fatto invidia ad Hannibal Lecter, sventrai, sbudellai e massacrai quell’ inerme agglomerato di plastica fino a ridurlo praticamente ad una poltiglia informe. Poi con scopa e paletta raccolsi i pezzi e li gettai, dalla porta del garage, direttamente sul pavimento dell’ingresso.
In casa, oramai, camminavo sempre con le scarpe e trascinavo i piedi. Questa andatura ha fatto sì che i cubetti si depositassero agli angoli delle pareti, come i grandi banchi di alghe che il mare in burrasca deposita sugli arenili. Quando la notte, a volte, mi svegliavo per espletare bisogni che richiedono particolare tempismo, qualche volta calpestavo i cubetti a piedi nudi e uralvo disperato. I cubetti infatti trovavano alloggiamento nelle piante dei miei piedi procurandomi curiosi dolori, ora alla cervicale, ora all’intestino tenue, come un massaggio plantare applicato da una dominatrice sadica.
La mia camera da letto non poteva certo essere definita comune e non solo perchè il pavimento era completamente disseminato di rottami di quel gioco ma anche perchè al centro, troneggiava un cilindro trasparente che conteneva il mio rompicapo preferito. Spendevo in cubi di Rubik quasi tutto il mio stipendio ma non era un problema, guadagnavo abbastanza per poter vivere agevolmente comunque.
Nei giorni liberi, uscivo di casa ed andavo al parco. Uno zaino a tracolla era l’unico orpello di cui mi adornavo. Dentro Lo zaino riponevo: un paio di birre, dei sandwich, il pc portatile, un pò di erba che un amico fidato coltivava e un paio di cubi, così per sfizio. Mi sedevo all’ombra di una palma, mangiucchiavo qualcosa ed a volte ruttavo fragorosamente dopo una lunga sorsata di birra sempre troppo calda.
Mi prendevo cura dei miei affari e, spento il pc, entravo nel mio mondo o meglio nel mondo di Rubik. Ruotavo ed osservavo file di quadratini colorati e poi immancabilmente, preso da istinti omicidi, me ne liberavo. A volte lo tiravo a qualche cane di passaggio, solo per il piacere di vedere l’animale masticare quel piccolo universo ostile. Una volta ebbi l’idea di poggiarlo sui binari della ferrovia che fendeva la cittadina dove vivevo. Lo poggiai sul freddo metallo, mi sedetti a distanza di sicurezza su un muricciolo, accesi una canna ed aspettai. Guardavo il cubo, era inerte. Inconsapevole della terribile morte che stava per sopraggiungere. Sentii il rombo del treno. Tonnellate di ferro lanciate a tutta velocità stavano per abbattersi sul mio nemico mortale così iniziai un conto alla rovescia, pregustando la ferocia della scena, il bastardo multicolore si sarebbe frantumato e i pochi cubetti supersititi, sarebbero schizzati in tutte le direzioni, fecondando il terreno circostante. Poi sopraggiunse il treno e sbam! Il suono del treno mi ha sempre richiamato alla mente riti tribali di popolazioni sperdute chissà dove; aveva, alle mie orecchie, un suono quasi erotico, come una scopata violentissima.
Il treno passò ed io corsi sui binari a godermi lo spettacolo ma restai a bocca asciutta. Il cubo s’era salvato. Neanche un graffio; non si era neanche sporcato. Ebbene quel tentato omicidio mi rovinò la giornata ma decisi di premiare la coraggiosa vittima, lo risparmiai. So essere magnanimo; non smettere di temermi amico ma sappi che posso anche dispensare la vita, se voglio.
Adesso il cubo supersitite è un fermacarte, sulla scrivania dell’ufficio dove lavoro. Non lo tocco, non per il momento almeno.
Questa notte al lavoro è stato un casino. Sono arrivati tre pullmann di giapponesi alle due e mezzo ed ho dovuto consegnare chiavi per metà del turno. I giapponesi sono strani, secondo me. Sorridono anche quando sono inferociti e stanchi da un viaggio intercontinentale ma la caretteristica più comune è il peso delle loro valigie. La valigia di un giapponese ha il peso di un pianeta, mi stupisco di come non abbiano anche delle orbite proprie.
Dopo aver consegnato centocinquanta chiavi, dato che il facchino che fa il turno di notte era irreperibile, probabilmente rintanato in qualche camera con una delle sue amichette, mi sono anche dovuto caricare i bagagli dei nipponici e portarli alle rispettive stanze.
Una lamentela continua.
Tutto quel procedimento di consegna e sistemazione, fatto in un hotel semivuoto alle tre del mattino mi fece venire in mente il mio odiato passatempo.
Giravo per i corridoi, consegnando valigie rigide di colore rosso acceso, verde acceso, giallo acceso, nero acceso ma, a differenza di quanto succedeva col cubo, lì i tasselli andavano a posto con facilità. Come se la vita fosse più facile di un cubo di Rubik.
Finii alle quattro passate. Mi intrufolai in cucina e aperto il frigo decisi di festeggiare l’arrivo degli orientali con fois gras e un vinello bianco italiano di cui sembrava che il direttore fosse particolarmente ghiotto.
Chiusi i conti, impostai le sveglie, scrissi le istruzioni per il turno di giorno e, chiuse tutte le porte, andai al piano fantasma.
Il piano fantasma è un piano che esiste solo per chi lavora in hotel. Tipicamente è un piano che usano i manutentori come base operativa ed i facchini come luogo per imboscarsi e farsi una dormitina.
Io lo usavo per farmi le canne. Andavo al settimo piano e mezzo mi sedevo sulla poltrona dirigenziale che qualcuno aveva fregato dalla sala riunioni e fumavo erba fino a stordirmi.
Tanto quello che dovevo fare lo avevo già fatto, no?
Normalmente chiudevo gli occhi e pensavo al cubo ma ieri notte non sono riuscito. Dalla stanza situata sopra il piano fantasma infatti, si udiva un forte trambusto, come una rissa od un litigio violento.
Spensi la canna, mi rassettai un minimo e ripresi l’ascensore di servizio diretto al piano da dove provenivano quei rumori.
La stanza era la n° 809. Nove, come il numero dei quadratini per ogni lato del cubo. Estrassi il passe partout dalla tasca interna della mia giacca. Naturalmente avrete già immaginato quale è il portachiavi che uso per la mia chiave universale. Già. Un minuscolo cubo di Rubik.
I rumori erano udibili anche all’esterno della camera e mi domandavo perchè gli altri occupanti dell’ottavo piano non si fossero ancora lamentati. O forse l’avevano fatto ma io, dato che non mi trovavo al bancone della reception, non lo sapevo. Fattostà che quando arrivai non c’era nessuno affacciato alla porta della proria stanza, nessuno sguardo di orientale e compita disapprovazione, nessuna nota di biasimo per il consierge ritardatario. Niente di niente. Solo urla e tonfi ritmati.
Bussai, intanto spostai un paio di colonne del cubetto sul mio portachiavi così, per stemperare la tensione.
A volte chi lavora negli hotel trova brutte sorprese in camera. In africa trovai un cadavere, morto da qualche giorno e nessuno se ne era accorto. Quando da casa sua telefonarono per la decima volta allora la direzione si decise a mandare qualcuno, me, a controllare che tutto fosse a posto. Niente era a posto. Fu l’ ultima volta che vidi un morto ma dentro di me, so che uno è già troppo.
Qui però, sembrava non essere morto ancora nessuno. Bussai ancora. Niente; solo urla e tonfi.
Strofinai la mia chiave universale all’interno del lettore di bande magnetiche e, circospetto, entrai. Un buon portiere sa come non farsi sentire dal cliente così, strisciando le scarpe sulla moquette burgundy della camera n° 809 entrai e mi fermai alla fine del piccolo vano che separava il bagno dalla zona letto, protetto da una paratia.
Sul letto una donna sulla trentina era distesa sulla schiena e parzialmente coperta dalle lenzuola dell’ hotel, come una regina egiziana che stesse attendendo la fine del processo di mummificazione, solo che questa, beh questa era tutt’altro che un freddo cadavere. Si muoveva sinuosa e possente, talmente possente che faceva muovere il letto provocando quei forti tonfi che avevo sentito dal piano fantasma. E urlava a squarciagola, la pelle abbronzata completamente madida, i capelli appiccicati al contorno del viso la facevano sembrare una partoriente alla ventiseiesima ora di travaglio; ma sapevo che non erano urla di dolore; per quanto io sia fermamente convinto che dolore e piacere condividano lo stesso DNA.
Arrivai al momento opportuno perchè dopo neanche un minuto dalla mia intrusione, la donna si fece portare il conto dal proprio orgasmo, che arrivò in un lampo e prese pure una bella mancia.
Dopo molti minuti smise di ansimare ed io, per annunciare la mia presenza, mi scharii la gola provocando la sua reazione. Esclamò e mi guardò stupefatta. Per circa un secondo. Poi il suo sguardo mutò in un’occhiata soddisfatta come a chiedermi se mi fosse piaciuto lo spettacolo. Cazzo si, avrei voluto urlarle, ma mi trattenni e, serafico, alzai un sopracciglio come a dire che sì, non era stato male ma io in servizio non mi faccio certo distrarre da simili manifestazioni.
Poi fece una cosa che mi spiazzò completamente, come quando il figlio di un militante di un partito neonazista rivela al padre di essere gay e di sinistra.
Estrasse da sotto le lenzuola il suo amante a basso mantenimento. Forse qualcuno potrà aver pensato che fosse un dildo, uno di quei falli di plastica che hanno il diametro di un baobab o magari un vibratore di quelli che fanno rumore di rasoio elettrico e tagliasiepi, niente di più sbagliato.
Dalle sue mani, umide dei suoi stessi umori, venne fuori un cubo di Rubik.
Non solo mi portava via quasi tutto il tempo ma adesso avevo scoperto che si scopava donne che io non avrei mai potuto nemmeno conoscere. Non la presi bene ma mascherai la rabbia da par mio con una semplice domanda: "serve altro?"
La donna non fece una piega ma mi lanciò il cubo. Fu come al rallentatore: il nemico decolla dalla sua mano e, nella parabola per giungere a me, intravedo qualche goccia degli umori della ragazza che si libra nell’aria, poi l’atterraggio, sul mio palmo con un rumore simile ad uno sciabordio.
Strisciai fuori dalla sua stanza ancora stupefatto da quel regalo così azzeccato e tornai al piano fantasma ad aspettare la fine del mio turno.
Sono le undici di mattina adesso e sto ancora osservando il cubo di Rubik che la donna di stanotte mi ha donato.
I fluidi corporei della donna sono secchi sulla plastica a me così ben nota. Piccolissime concrezioni bianche sono visibili sui quadratini rossi come ad indicarne la sconveniente provenienza e su quelli verdi, come minuscole tovagliette bianche stese per terra prima di un pic nic di microorganismi.
Ha un appena percepibile odore di mare ma la cosa non mi disturba. Cazzo è superstite di un maremoto di proporzioni non indifferenti, io c’ero. So che cosa ha dovuto patire questo naufrago equilatero.
Mentre lo osservo le mie mani si muovono, come sempre si sono mosse, senza uno scopo preciso, se non quello di far comparire gli stessi colori su ogni faccia.
Alla centonona mossa: la fine.
Il cuore mancò un paio di battiti. Gli occhi non credevano. Dal mio esofago un ascensore carico di succhi gastrici, rimasugli di un cimichanga e una notevole quantità di birra messicana stava arrivando a fine corsa. Nelle orecchie entrava a forza un pezzo di James Brown che qualcuno stava ascoltando nell’appartamento accanto. Sex Machine, cantava il Padrino, e mi è parso per un nanosecondo, che il cubo mi strizzasse l’occhiolino come a dire che il pezzo era consono all’occasione.
Non ho dormito neanche un secondo e devo avere gli occhi cerchiati come quelli di un pugile dilettante alla quarta ripresa contro Evander Holyfield, indosso una t-shirt e corro all’ hotel. In mano il cubo risolto.
Entro come una furia sotto lo sguardo di tutti i miei colleghi del turno di giorno e, mentre mi scapicollo verso gli ascensori, mi sorprendo perchè ne conosco la metà e male ma al momento ho altre priorità. Arrivo all’ ottavo piano stanza n° 809. Appoggio l’orecchio alla porta ma non giunge, dall’altra parte, nessun suono o rumore udibile.
Busso, busso ancora. Appeso alla maniglia della porta, un cartello di forma ovale intima a chiunque di non disturbare il che mi tranquillizza, perchè capisco che la ragazza è ancora dentro. Busso per la terza volta, un pò più forte, la bussata di uno che ha fretta. Fretta per cosa poi, non saprei, ma ho una fretta fottuta di entrare in quella stanza.
Afferro il mio passepartout ed entro.
Buio. E odore di sesso. Il Cubo nella mia mano sembra fremere, ma forse è solo la mano che lo stringe con più forza; inconsciamente, comunque, temo che possa saltarmi dalle mani e rintanarsi fra le grandi labbra della donna che immagino umide e calde come la foresta pluviale durante la stagione della piogge. Sento lo stesso odore che c’è al piano fantasma dopo che ci ho passato alcune ore: erba della felicità.
"Spiacente ma qui, non si può fumare" dico con voce baritonale.
"Ho appena spento. Piuttosto, non si usa bussare in questo hotel?" Risponde divertita e poi "Vedo che l’hai risolto, bravo. Io non ci riesco mai"
Era ancora stesa a letto, il lenzuolo evidenziava i contorni del suo corpo, dannatamente sexy. In realtà ero io che lo immaginavo sexy dato che le luci basse impedivano qualsivoglia visuale.
Non abbiamo più detto una parola. Il suo sguardo anche al buio mi invitava a condividere il ristretto spazio che un letto matrimoniale offre a che ne fa richiesta.
Non so come si chiami ma so che scopa da dea. L’abbiamo fatto per tutto il giorno, serviti di un pranzo luculliano dai miei stessi colleghi.
A tarda sera sono uscito da quella camera ancora buia ed ho preso servizio, facendomi prestare la divisa dall’ unico collega che non mi guardava come se fossi un appestato.
Sono andato a trovarla diverse volte stanotte, aveva ancora il suo cubo. Ma quando entravo io, il bastardo veniva riposto sul comodino; che vedesse come si fa, stupido pezzo di plastica.

Da una settimana, oramai, non vado al lavoro, ho telefonato ed ho salutato. Non posso più fare il portiere di notte, ho detto. Tanto so bene che, quando mi verrà voglia di lavorare ancora, troverò ancora il posto. Il portiere di notte è un lavoro che pochi possono fare ma quasi nessuno vuol farlo.
Lei è da me adesso. Facciamo sesso in continuazione e quando non siamo impegnati in tale attività, beh, risolviamo il cubo. O meglio ci proviamo perchè, da dopo quella volta, non ci sono più riuscito. Ma adesso, per lo meno, ho una complice che può condividere con me il peso delle responsabilità.
Ieri siamo saliti sul grattacielo più alto di questo schifo di città, abbiamo aspettato che facesse sera ed abbiamo lasciato cadere il Cubo. Più di cinquanta metri di caduta libera. Naturalmente prima di abbandonarlo alla ferrea legge di gravità, abbiamo provato a fargli capire che, per quanti sforzi facesse, non poteva cambiare il suo destino. Sarebbe morto per essersi rifiutato di collaborare. La legge militare è dura Ragazzo Cubo, dura come il marciapiede sul quale fra qualche secondo ti sfracellerai. E sai che c’è di nuovo? Non interessa nulla a nessuno. Nessuno piangerà per te. Ed ora affronta il tuo destino da uomo.
E cadde.

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