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Wednesday, August 06, 2008 - ore 00:58 Ultimo aggiornamento e buonanotte. Rapporto Veronesi Siccome il rapporto suddetto con il link citato è acessibile solo agli iscritti al gruppo di google cui il link rimanda, ecco il copiaincolla del testo. IL RECUPERO DI ENERGIA DA RIFIUTI: LA PRATICA, LE IMPLICAZIONI AMBIENTALI E L’IMPATTO SANITARIO (Estratto da Ingegneria Ambientale – Quaderni – n°45 – ISSN 1125 – 1271) Stampa: Agosto 2007 Presentazione: Umberto Veronesi La Presentazione del testo, scritta dal Prof. Veronesi, si apre con la citazione della risoluzione del 1991, ad opera del Parlamento Europeo, sulla “strategia in materia dei rifiuti” e con il successivo (1996) ordine di priorità (“1.Contenimento della produzione dei rifiuti; 2. Raccolta differenziata e recupero di materiali; 3. Recupero di energia; 4. Smaltimento in discarica controllata dei soli rifiuti ultimi inerti non altrimenti utilizzabili”). Maggiormente interessante, e temporaneamente più vicina alla redazione del testo, sarebbe stata la “Direttiva 2006/12/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio (5 aprile 2006) relativa ai rifiuti”, dove in merito alle priorità del loro trattamento è possibile leggere: “Articolo 3 1. Gli Stati membri adottano le misure appropriate per promuovere: a) in primo luogo, la prevenzione o la riduzione della produzione e della nocività dei rifiuti, in particolare mediante: i) lo sviluppo di tecnologie pulite, che permettano un maggiore risparmio di risorse naturali; ii) la messa a punto tecnica e limmissione sul mercato di prodotti concepiti in modo da non contribuire o da contribuire il meno possibile, per la loro fabbricazione, il loro uso o il loro smaltimento, ad incrementare la quantità o la nocività dei rifiuti e i rischi di inquinamento; iii) lo sviluppo di tecniche appropriate per leliminazione di sostanze pericolose contenute nei rifiuti destinati ad essere recuperati; b) in secondo luogo: i) il recupero dei rifiuti mediante riciclo, reimpiego, riutilizzo od ogni altra azione intesa a ottenere materie prime secondarie; o ii) luso di rifiuti come fonte di energia.” E’ dunque evidente quale sia il ruolo da attribuire alla produzione energetica da rifiuti. Risulta ancora più interessante rileggere l’intervento, con l’ottica dei criteri imposti dall’ultima direttiva europea (approvata nello scorso mese di giugno) sul trattamento dei rifiuti: “La direttiva stabilisce una gerarchia dei rifiuti da applicarsi in linea generale alla normativa e alla politica in materia di prevenzione e gestione dei rifiuti. In testa alla gerarchia figurano la prevenzione e la riduzione, ossia misure - prese prima che una sostanza, un materiale o un prodotto sia diventato un rifiuto - che riducono la quantità dei rifiuti, anche attraverso il riutilizzo dei prodotti o lestensione del loro ciclo di vita, gli impatti negativi dei rifiuti prodotti sullambiente e la salute umana oppure il contenuto di sostanze pericolose in materiali e prodotti. Segue poi la preparazione per il riutilizzo, ovvero le operazioni di controllo, pulizia e riparazione attraverso cui prodotti o componenti di prodotti diventati rifiuti sono preparati in modo da poter essere reimpiegati senza altro pretrattamento. Viene poi il riciclaggio, ossia qualsiasi operazione di recupero attraverso cui i materiali di rifiuto sono ritrattati per ottenere prodotti, materiali o sostanze da utilizzare per la loro funzione originaria o per altri fini. Esso include il ritrattamento di materiale organico ma non il recupero di energia né il ritrattamento per ottenere materiali da utilizzare quali combustibili o in operazioni di riempimento. Segue poi il recupero di altro tipo, come il recupero di energia. A questo proposito, la direttiva precisa che gli impianti di incenerimento dei rifiuti solidi urbani possono essere intesi come attività di recupero unicamente se rispondono a determinati requisiti di "efficienza energetica". Vi è, infine, lo smaltimento che consiste in qualsiasi operazione diversa dal recupero anche quando loperazione ha come conseguenza secondaria il recupero di sostanze o di energia, come il deposito in discarica, la biodegradazione di rifiuti liquidi o fanghi nei suoli, l’iniezione dei rifiuti pompabili in pozzi, in cupole saline o in faglie geologiche naturali. Nellapplicare questa gerarchia dei rifiuti, precisa la direttiva, gli Stati membri devono adottare misure volte a incoraggiare le opzioni «che danno il miglior risultato ambientale complessivo». Devono anche tenere conto dei principi generali di precauzione e sostenibilità in materia di protezione dellambiente, della fattibilità tecnica e praticabilità economica, della protezione delle risorse nonché degli impatti complessivi sociali, economici, sanitari e ambientali.” ( http://www.europarl.europa.eu/news/expert/briefing_page/30708-168-06-25-20080603BRI30699-16-06-2008-2008/default_p001c007_it.htm) Per tornare all’intervento del Prof. Veronesi, sarebbe opportuno ripristinare un elemento di correttezza che, forse, sarà sfuggito all’oncologo. L’utilizzo del termine “termovalorizzzione” è infatti errato (di questo farebbero bene ad essere avvertiti anche i legislatori italiani che recentemente lo hanno utilizzato per redigere un decreto): nessun dizionario, nessuna enciclopedia, nessun supporto linguistico italiano (cartaceo o “virtuale”) riporta questo lemma. Si tratta infatti di un “conio” bresciano, utilizzato dall’allora A.S.M. per evidenziare (con un’astuta e significativa operazione di marketing) un presunto aspetto positivo. Presunto, dal momento che: - il rendimento energetico dall’incenerimento dei rifuti è del solo 10%; - produrre energia dai rifiuti costa 8 volte di più che produrla rispetto a combustibili tradizionali (fonte dei dati: il Presidente di A.S.M., che giustificò la rinuncia allinceneritore di Trento perchè consapevole che sotto le 150.000 ton/anno avrebbe lavorato in perdita, nonostante i sussidi Enel). Dunque, siccome le parole sono “sostanza”, anche Michele Giugliano e Mario Grosso (autori della Parte I del testo, intitolata “La pratica e le implicazioni ambientali”), cadono nel tranello linguistico quando sostengono che “sono entrati nell’uso comune i termini di “termovalorizzatori” o “termoutilizzatori”,” esplicitando questo utilizzo con il fatto che tali termini “hanno il corrispondente inglese diffuso in Europa in “waste-to-energy plants””. Appunto: impianti di energia da rifiuti e non certo “termovalorizatori”. Ma torniamo alla polpa dell’intervento, ovvero alla combustione dei rifiuti e a quanto sostenuto dal Prof. Veronesi: “Per quanto concerne la termovalorizzazione attraverso processi di combustione della frazione secca, grazie anche alla grande attenzione da parte dell’opinione pubblica che accompagna l’iter progettuale e realizzatiai di tali impianti di rifiuti solidi urbani, l’aspetto del controllo delle emissioni ha portato al raggiungimento di limiti decisamente inferiori a quelli di impianti industriali con tipologie analoghe.” Già. L’attenzione dell’opinione pubblica… Peccato che il morente Governo Prodi, ad elezioni già avvenute, abbia emesso un decreto (G.U. 16 aprile 2008, n.90) che estende agli impianti civili di produzione di energia il segreto di Stato. E peccato anche che l’Oncologo parli di “emissioni”, perché questo termine indefinito non consente di valutare se vi sia un generico riferimento alle polveri sottili oppure se via sia un’indagine più approfondita anche in termini di particolato (emesso con la combustione) di diametro uguale o inferiore a 2,5 micron, ed ancora su quali elementi inquinanti si basi l’affermazione. Andrebbe infatti approfondito scientificamente il carattere delle emissioni, poiché se il particolato è di dimensioni di qualche decimillesimo di millimetro (o inferiore), esso passa direttamente, entro un minuto, dall’alveolo polmonare alla circolazione sanguigna, e quindi ad ogni organo del corpo umano, rispetto al quale risulta un elemento non biocompatibile (studi scientifici di Stefano Montanari e Antonietta Gatti). Per quanto riguarda la tipologia, sarebbe importante utilizzare per ogni specifico impianto i dati delle autodichiarazioni delle emissioni annuali di NOx, SO2, PM10, NMVOC, CO2, N2O, CH4, impiegandoli nel software EcoSenseLe (www.externe.info) del progetto di ricerca scientifica dell’Unione Europea, in grado di valutare i costi economici della mortalità e delle malattie derivanti dagli stessi impianti (oltre che ovviamente i danni monetari sull’ambiente e sulle produzioni agricole). Attraverso questo semplice procedimento, anche il Prof. Veronesi potrebbe immediatamente rilevare la “convenienza” degli inceneritori. Tornando al testo, il Prof. Veronesi precisa che “i limiti delle emissioni sono stabiliti per legge e tali limiti sono stabiliti con attente ed accurate valutazioni da parte di Commissioni di qualificati esperti del settore che individuano tali limiti sulla base di riscontri scientificamente documentati che, una volta definiti, vengono gravati di coefficienti di sicurezza molto spinti a garanzia del più ampio livello di sicurezza nei riguardi della protezione dell’ambiente e della salute umana”. Ed ancora: “Periodicamente tali limiti sono soggetti a verifiche e controlli e, se del caso, vengono modificati. E’ palesemente irrealistico che organismi pubblici preposti alla salvaguardia ambientale ed alla tutela della salute pubblica (…) possano avvallare limiti di ammissibilità che non diano, con larghissimo margine di sicurezza, la più ampia garanzia circa l’effettiva protezione ambientale ed igienica delle emissioni residue.” Premesso che sarebbe nuovamente opportuno conoscere qual è la “gamma” di emissioni monitorate (ovviamente se non si cercano determinati elementi, è ovvio che non sarà registrata la loro emissione e quindi, non essendo rilevata la fattispecie, l’impianto sarà dichiarato “a norma”), è singolare verificare quanto attuato ad esempio (ma non è l’unico caso) per l’ILVA di Taranto: stando ai dati dell’ European Pollutant Emission Register, lIlva produrrebbe il 90,3 % di tutto l’inquinamento industriale nazionale da diossine. “Mentre l’Europa ci invitava, in data 17 novembre 2001, a fissare limiti più severi, addirittura con il decreto 152 del 2006, veniva predisposto un “vestito su misura per l’Ilva” (…); infatti l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dellambiente) della Puglia dichiara candidamente che se l’Ilva volesse potrebbe – senza violare la legge - ulteriormente aumentare le proprie emissioni di diossina in atmosfera” (dal testo dell’interrogazione parlamentare presentata dal Sen. Fernando Rossi il 16/5/2007 e rispetto alla quale il Governo ha mai fornito risposta; testo integrale: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=15&id=263600 ). Il Prof. Veronesi quindi considera palesemente irrealistica questa procedura, probabilmente in quanto paradossale (a dire il vero, non più di quanto potrebbe sembrare paradossale una conferenza mondiale sul futuro della scienza, magari dedicata “ai ruoli delle varie fonti di energia in uno scenario energetico sostenibile”, “all’impatto del consumo di energia del pianeta e sui singoli individui” e alle “implicazioni etiche, politiche ed economiche delle scelte energetiche”, sponsorizzata da Eni, Enel e Veolia – vd. http://www.fondazioneveronesi.it/partners.html) Proseguendo con il testo del Prof. Veronesi, si apprende che la Regione Sicilia, con il Governatore Salvatore Cuffaro, ha isituito per gli impianti di incenerimento dei rifiuti, nell’ambito dell’Organismo di Vigilanza e Controllo, un Comitato Scientifico di Garanzia. Questo Comitato risulta composto, come indicato nel testo, da “prof.dott. Umberto Veronesi (presidente), Direttore Scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO); prof. Dott. Adelfio Elio Cardinale, Preside della Facoltà di Medicina della Università degli Studi di Palermo; prof. Dott. Vito Foà, già Direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina del Lavoro della Università degli Studi di Milano; prof.dott. Michele Giugliano, Professore Ordinario di Inquinamento Atmosferico, Politecnico di Milano; prof.dott. Agostino Serra, Professore Ordinario, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Catania, Ufficio di Segreteria; prof. ing. Eugenio de Fruja Frangipane, Responsabile dell’Organismo di Vigilanza e Controllo; prof.dott. Valeria Torregrossa, Professore Associato di Igiene, Università degli Studi di Palermo”. Esso ha “svolto,a propria cura, uno studio conoscitivo, basato su riscontri scientificamente comprovati, sullo stato delle conoscenze e delle esperienze maturate in Italia così come all’estero (…), soprattutto per quanto riguarda la termovalorizzazione e le ricadute sull’ambiente e sulla salute pubblica (…)”. In conclusione, quindi, in merito allo stato delle conoscenze ed agli studi scientifici, il suggerimento indirizzato al Prof. Veronesi e ai componenti del Comitato Scientifico di Garanzia, è quello di coinvolgere l’ISDE -International Society of Doctors for the Environment – e di utilizzare il già citato software EcoSenseLe. Si tratterebbe appunto di una collaborazione e di un approfondimento ai fini di un mero “studio conoscitivo”, senza altro scopo se non il bene comune dei cittadini e dell’ambiente COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK |
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