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Friday, August 08, 2008 - ore 21:29


CONFESSIONI DI UNA SPIA 1/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Lo ammetto, sono un traditore. Anzi, volendo usare dei codici morali di maggiore spessore, temo di essere un lurido traditore. Anzi, rettifico ancora, sono soltanto una spia. Una spia dannatamente abile, per dirla tutta. Una spia così brava, da rimanere essa stessa basita davanti all’incapacità altrui nel riuscire a smascherarmi.
Arrivai trent’anni fa in questo paese. Avevo terminato gli studi universitari, e per sfida ero entrato nei servizi segreti. Non avevo nessuna tradizione né esperienza. Non vi era nulla in me, neanche dopo il corso frettoloso, che potesse in qualche modo riuscire a far prevedere quello che sarebbe accaduto in seguito.
Eppure come prima missione mi inviarono proprio in questo paese. Il paese che ci è ostile da quarant’anni. Il paese con il quale scorre una sottile tensione da quasi mezzo secolo.
Come prima missione ovviamente non vi era nulla di trascendentale da compiere. Avevo infatti il compito ufficiale di dattilografo nella solita ditta import-export di copertura, ed il compito invece ufficioso di spiare un determinato ministero che si trovava in una delle piazze più importanti della capitale.
Durante le prime settimane non feci altro che segnare su un taccuino sgualcito, tutte le volte che un paio di alti funzionari uscivano dal ministero. I loro spostamenti erano metodici, ed il mio lavoro quindi oltremodo noioso. Eppure dopo qualche settimana una nota operativa mi informò che dovevo svolgere per qualche giorno un ruolo di copertura, per quella che era stata per tanto tempo la nostra migliore spia. Una spia di prima classe, una quinta colonna che era costata al nemico svariati segreti. Dovevo entrare in un ufficio e fare qualche strano movimento, così da allentare la tensione, che oramai accerchiava il nostro primo agente. La missione nella mia incoscienza di ragazzo alle prime esperienze mi appariva persino divertente, eppure solo dopo qualche settimana mi accorsi che di fatto desideravano che facessi di fatto da caprio espiatorio. Non potevo rifiutarmi, e comunque anche se lo avessi fatto, i miei stessi compagni mi avrebbero denunciato, bruciandomi.
Del resto il destino delle spie trent’anni fa era abbastanza infame. In tutti i manuali spionistici è considerata una utile strategia, quella di non denunciare subito la spia smascherata, ma di indurlo in qualche maniera a rivelare quanto scoperto. E’ un gioco rischioso, dove aldilà della rabbia per il fatto che la spia è diventata di fatto un uomo di potere in una struttura ostile, bisogna anche sapere quello che è stato rivelato al nemico.
Eppure trent’anni questo non succedeva. Tutte queste attenzioni non c’erano. Inoltre le organizzazioni difensive dei due paesi, proprio per non incappare in gravi sciagure di questo genere, prevedevano che i sistemi di decrittazione, e i codici di priorità (che in verità erano le vere informazioni che interessano al nemico) venissero cambiate con una velocità ed una facilità impressionante. Per questo quando i meno bravi o fortunati venivano scoperti, la loro sorte era segnata. Sommariamente ci si informava su quale dovesse essere il loro livello di conoscenza, e poi si procedeva ad una incarcerazione, seguita poi in modo abbastanza coerente con una sparizione.
Questo il contesto. Nella missione assegnatami, dunque, per quanto da parte mia fossero stati fatti degli atti di depistaggio, con un vario assortimento di errori ( inviai una lettera riservata di un ministero ad un giornale, facendo scoppiare uno scandalo su una fornitura militare di un nostro protetto, e condannandolo di fatto ad essere scoperto dal controspionaggio). Nonostante tutto ciò l’unico risultato che ebbi fu quello di conoscere una persona che in modo del tutto imprevisto mi fece entrare in un ufficio governativo. Ignoravo che in questo cambiamento, salutato dalla più profonda indifferenza dai miei superiori nel mio paese, si celasse un cambiamento così repentino del mio destino. Ignoravo l’importanza di quell’ufficio, che si trovava in un palazzo scalcagnato della prima periferia, e che aveva i ventilatori guasti, ed un vetro perennemente rotto ad una finestra.


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