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La Biografia del mio portinaio. Un napoletano che in 70 anni non ha lavorato due giorni di seguito.

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Ho visto tante cose. Molte ne ho dimenticate, altre purtroppo no.

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Musica impegnata : inni sacri yemeniti, canzoni dei cugini di campagna e i discorsi politici di Giovanni Leone ( soprattutto quello nel quale faceva le corna dall`automobile)

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Quasi nudo. Quasi, per vostra fortuna.

ORA VORREI TANTO...

Non dovervi chiedere cosa ne pensate di cio` che scrivero`. Purtroppo pero` non ne posso fare a meno e percio` vi chiedo : cosa ne pensate ?

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Solfeggio, esercitandomi con lo scheletro di un velociraptor.

OGGI IL MIO UMORE E'...

Normale, cioe` moderatamente tendente all`idea che sono a mezza strada fra dio e nicola di bari. E non conoscendoli entrambi, non so a chi sparerei addosso per primo.

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Monday, August 11, 2008 - ore 23:32


CONFESSIONI DI UNA SPIA 2/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Anche qui, nel nuovo ufficio, i primi mesi passarono nella noia più generale. Avevo la specializzazione di dattilografo, ed il mio superiore, un ciccione asmatico di una età indefinita, passava tutto il tempo a leggere previsioni del tempo. Ogni tanto nel nostro ufficio si accendeva una lampadina rossa che lampeggiava in modo intermittente, ed il ciccione, con vasto assortimento di grugniti, spostava la sua mole elefantiaca, per andare dal Capo. Chi fosse il Capo, e di cosa fosse a capo, era un mistero che dopo alcune settimane di permanenza non avevo ancora scoperto.
In ogni caso credevo, temevo anzi, di essere praticamente su un binario morto della mia carriera di provetta spia.
Eppure un giorno accade qualcosa di veramente notevole. Un giorno quella lampadina rossa si accese ed il ciccione non si alzò, semplicemente perché non c’era.
Rimasi indeciso a lungo, poi però mi alzai ed andai io nella stanza del capo. Trovai un ometto vestito con abiti sdruciti, che fissava il muro in modo pensoso. Sommariamente mi presentai, spiegai che ero lì in quanto il mio capetto non c’era. Il vecchietto con gli abiti sdruciti, mi squadrò a lungo, e poi mi indicò una piccola scrivania, con sopra una macchina da scrivere. Dovevo svolgere il mio compito, quindi. Attesi qualche minuto, abbastanza imbarazzato guardando il muro. C’era qualcosa nell’aria di quell’ometto che mi metteva soggezione. Ti guardava e tu chissà perché avevi l’impressione di essere nudo. Non parlava, continuava a guardare apaticamente il muro. Eppure in quel gesto si poteva scorgere un senso recondito, un significato da non sottovalutare. Rimanemmo a lungo così tutti e due a guardare un muro dai colori peraltro orrendi, e ascoltando il vento che entrava nell’ufficio dalla finestra perennemente rotta.
Poi la porta si aprì e comparve un uomo atletico, e dietro di lui una donna bionda abbastanza alta. L’ometto fece segno solo alla donna di accomodarsi. L’uomo atletico sembrava invece abbastanza a suo agio come se in quell’ufficio ci fosse entrato un sacco di volte.
L’ometto squadrò quindi il lampadario, ed anche a questo gesto diede un senso di deliberato oblio per i presenti nella camera. Poi mi guardò e mi fece un segnale chiaro di mettere la carta nel rullo. Si cominciava.
Addestrato all’imprevisto, abituato nel mio lavoro a pensare nei modi più contorti e folli, non avevo però la consapevolezza che quello che stava avvenendo alla mia presenza, non era semplicemente qualcosa di eccezionale, ma era addirittura un miracolo. Proprio per l’entità di questo miracolo, all’inizio ostentai incredulità. Poi compresi e mi ci volle poco, per capire che quella donna con il capo chino era la nostra spia di prima classe, che quell’ometto dagli abiti sdruciti che fissava il muro, era il capo del contro spionaggio, e quell’ufficio con la finestra rotta non era altro che la sede centrale dei servizi segreti nemici. La famigerata Organizzazione.
Ricorderò a lungo quella scena. Ricorderò a lungo il capo chino e la voce ferma della donna bionda, del nostro agente di prima classe, le domande apparentemente ingenue, insensate eppure efficaci dell’ometto per smascherarla. Sembrava che una ira lucida e paziente lo animasse. Davanti ai dinieghi e a qualche accenno di derisione della donna, l’ometto rimase impassibile. Inquietante nella perfetta conoscenza del proprio compito. Battei sulla macchina con precisione ed ostentando una espressione talmente tonta che agli altri presenti nella stanza non sfuggì il fatto di come non mi rendessi conto della tragedia che si stava consumando in quella stanza. Eppure ricorderò fino a quando vivrò il capo chino della donna, quella consapevolezza nello sguardo di una catastrofe imminente, e dall’altra parte quello sguardo da predatore a sangue freddo, quella rettile determinazione ad arrivare al proprio scopo, dell’ometto.
Oso dire che proprio quel giorno cominciò la mia vera carriera di spia.

L’aria da tonto che avevo assunto durate l’interrogatorio mi giovò. L’ometto senza che vi fosse alcun ordine scritto, o alcuna decisione visibile, cominciò a chiedere sempre più spesso il mio aiuto. La lampadina rossa lampeggiava, io entravo nella sua stanza e lo trovavo oramai nella canonica posizione rivolta verso il muro. Mi accomodavo al piccolo tavolino davanti a lui, e quasi dovessi insieme al mio capo officiare ad un rito silenzioso, guardavo anch’io il muro. Questa pantomima, apparentemente senza significato, durava per circa una mezz’ora. Poi il Capo cominciava a dettarmi delle circolari, o delle informazioni riservate che inviava agli indirizzi più disparati. Una cosa che notai di lui, e questo lo fece diventare ancora più inquietante nelle mie visioni, era quella che non sembrava avere alcun bisogno di prendere nota di nulla. Nessun appunto, solo uno sguardo spento verso il muro, interrotto da una serie di frasi dettate con terminologia burocraticamente ineccepibile, e con connessioni molto chiare. Una grande ammirazione, mi prese per quell’uomo, anche se sapevo che lui, proprio lui, era il nemico più temibile del mio paese.
La nostra agente di prima classe era scomparsa, e nelle settimane seguenti all’oramai famoso interrogatorio non ebbi più alcuna notizia di lei. Da parte invece del nostro contro spionaggio ci giunsero notizie certe che una spia della Organizzazione si fosse oramai infiltrata nel nostro sistema di spionaggio estero. Dovevo scoprire di chi si trattava. Perché poi, i miei capi che mi avevano apertamente snobbato, incaricavano me, la loro spia più giovane ed inesperta, a svolgere un compito così improbo, non riuscivo veramente a capirlo. Ero in un posto strategicamente importante, sicuro, ma avevo ancora pochissima esperienza, ed una infatuazione molto poco professionale per un uomo che fissava il muro.
Un giorno la lampadina lampeggiò per breve tempo, mentre io ero impegnato in una faccenduola di poco conto che peraltro mi fece perdere l’attimo buono. Mi alzai indeciso, rimasi davanti alla porta del Capo. Sentii delle voci, parlavano con tono basso. Il Capo faceva delle domande abbastanza precise l’altro rispondeva con risposte brevi, sibilline. La sua era una voce chiara stentorea, quella del mio capo invece suonava quasi imbarazzata. La voce stentorea l’ascoltai con attenzione, poiché parlava di cose che mi riguardavano. Per quanto parlassero in codice, tutto sembrava riguardare i luoghi di riunione del nostro contro spionaggio nell’oramai famoso ufficio di import-export. Quella voce stentorea mi rimase impressa, la risentii due settimane dopo durante una riunione del nostro controspionaggio. Apparteneva ad uno dei nostri agenti migliori. Qualche giorno dopo quella riunione, quell’uomo fu convocato in patria per informazioni riservate con codice rosso. Dopo di allora non l’ho più rivisto.

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