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Wednesday, August 13, 2008 - ore 22:48


CONFESSIONI DI UNA SPIA 3/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La posizione che avevo assunto all’interno del sistema spionistico del mio paese divenne sempre più delicata. Oramai ero in una posizione vantaggiosissima che mi poteva permettere di riuscire a scoprire i segreti più vitali della Organizzazione, d’altro canto però proprio la straordinaria personalità dell’ometto mi affascinava, senza poi dire che sarebbe bastato un mio piccolo passo falso per mettermi in una situazione di estremo pericolo.
Non ebbi un attimo di pausa per mesi interi, che poi diventarono anni, anni nei quali peraltro la mia carriera divenne sempre più silenziosamente vincente. Parecchie informazioni riservate giunsero nelle mani del nostro spionaggio, mentre in quella camera dove sedeva l’uomo con gli abiti sdruciti, si successero svariati interrogatori di miei colleghi che avevano avuto il torto di essere scoperti. La mia identità e la mia posizione erano addirittura sconosciuti anche a loro. Da parte dei miei capi non si voleva mettere in pericolo una così preziosa fonte di informazioni. Così per uno strano paradosso della mia situazione, io che ero loro collega, loro connazionale, redassi i verbali che di fatto li condannarono a morte.
Rimasi in quell’ufficio per svariati anni, con il mio silenzio ingrugnato, e con la mia assoluta incapacità a stabilire rapporti umani ero la compagnia ideale per un uomo dello stampo del Capo.
Un giorno questi accennò ad una storia confusa fatta di vecchie cronache familiari e nel quale eruttava in maniera prepotente dal magma dei suoi ricordi la parola lei, lei, lei, lei…dopo qualche giorno di confuse memorie compresi che quella lei, era una bambina di dieci anni, figlia sua e morta dopo essere stata investita da un’auto in corsa. Queste confidenze cementarono la nostra intesa silenziosa. Dopo tre anni ero diventato il suo uomo di fiducia. A trentaquattro anni, a sette anni precisi dal mio primo ingresso in quella stanza, ero diventato capo di una sezione del contro spionaggio dell’Organizzazione.


Furono anni strani quelli, anni di transizione, nei quali nella stessa giornata, riuscivo a scoprire un complotto di qualche improvvido collega del mio servizio segreto, e poi rivelavo al mio stesso paese segreti vitali dell’Organizzazione. Erano anni particolari nei quali alla continuazione del mio compito di spia, dovevo unire quello di efficiente capo di una delle sezioni più importanti della Organizzazione.
E poi c’era il Capo. Per quanto questo possa sembrare assurdo, cominciavo ad amarlo. Le sue stranezze, con il passare del tempo, avevano cominciato a diventare molto più vistose rispetto al passato. Oramai guardava il muro in maniera continua. Quel gesto forse aveva una potenza evocativa di straordinaria importanza per le sue memorie di padre. Inoltre i ricordi della vita di sua figlia decenne, oramai dilagavano sempre più spesso, tanto che oramai l’unico argomento usato da lui in ufficio per intrattenermi, a parte naturalmente il nostro lavoro, era divenuta quella bambina di dieci anni che una mattina di inverno era stata investita da un’auto in corsa. Quanto gli interrogatori erano condotti con sovrumana freddezza e le note operative redatte con scientifica esattezza, quanto invece il fluire dei ricordi era sconnesso, magmatico, illogico. In quell’uomo dai contorni agghiaccianti e dall’aspetto insignificante, sembravano convivere due anime che si disputavano il dominio della sua vita. Io assistevo a questa lotta attendendo l’esito finale.

L’esito finale si ebbe una mattina di dicembre. Trovai il suo corpo senza vita accasciato sul tavolo con a fianco una foto. Sulla tempia vi era un piccolo forellino, mentre in mano il Capo aveva una pistola di piccolo calibro, quelle preferite dalle spie professioniste. Nella foto c’era invece una bambina che guardava l’obiettivo con una espressione vagamente delusa, come se la vita intera l’avesse messa nel sacco, e lei se ne fosse resa conto proprio allora, a soli dieci anni. Ad essere sinceri non era neanche troppo bella. Ma la morte di questa bambina bruttina ed amareggiata aveva causato una catastrofe nella mente del suo genitore.
Chiamai due agenti scelti, per smuovere il cadavere, non prima però di aver dato una bella occhiata a tutti i suoi segreti. Ero in una botte di ferro, non sembravano avere il mio sospetto nei miei riguardi. Rifiatai. Dovevo solo conservare la mia posizione, e cercare di attendere il momento buono per colpire.
I due agenti rimossero il cadavere, quasi fosse un bambino, e lo deposero in un’altra stanza. Le sue esequie si svolsero il giorno stesso nel più assoluto riserbo. L’uomo che era stato per trent’anni più potente di qualsiasi ministro, scoprii che viveva in una mansarda poco illuminata, e venne seppellito con funerali anonimi, in un cimitero di un paese di cinquecento anime.



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