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There is a willow grows aslant a brook,
That shows his hoar leaves in the glassy stream;
There with fantastic garlands did she come
Of crow-flowers, nettles, daisies, and long purples
That liberal shepherds give a grosser name,
But our cold maids do dead men’s fingers call them:
There, on the pendent boughs her coronet weeds
Clambering to hang, an envious sliver broke;
When down her weedy trophies and herself
Fell in the weeping brook. Her clothes spread wide;
And, mermaid-like, awhile they bore her up:
Which time she chanted snatches of old tunes;
As one incapable of her own distress,
Or like a creature native and indued
Unto that element: but long it could not be
Till that her garments, heavy with their drink,
Pull’d the poor wretch from her melodious lay
To muddy death.

--Queen Gertrude
Hamlet Prince of Denmark
Act IV Scene VII



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Il potere della Terra è quello del mutamento...
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ORA VORREI TANTO...

LUI


e

Morire, ... dormire! Forse sognare ...







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OGGI IL MIO UMORE E'...




uhm..



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Thursday, August 28, 2008 - ore 17:44


Morire, ... dormire! Forse sognare ...
(categoria: " Riflessioni ")





Essere o non essere, tale è la domanda Essere o non essere, tale è la domanda. E’ egli più decoroso per l’anima di tollerare i colpi dell’ingiusta fortuna, o impugnare le armi contro un mare di dolori e, affrontandoli, finirli? Morire, dormire, null’altro; e dire che con quel sonno poniamo termine alle angosce del cuore ad ai mille affanni naturali di cui è erede la carne, ... è una conclusione da essere avidamente desiderata. Morire, ... dormire! Forse sognare ... ; ah ecco il punto; perocché quali sogni possono sopravvenire in quel sonno di morte, allorché reciso abbiamo il filo di questo mondo? Ecco ciò che ci trattiene, ed è ciò che rende l’infortunio sì lungo; perocché chi vorrebbe altrimenti sopportare i flagelli del tempo, gli oltraggi degli oppressori, le contumelie dei superbi, le angosce dell’amore disprezzato, le cabale della legge, l’insolenza dei governanti e i vilipendi che il merito paziente soffre dall’abbietta ignoranza quando un ferro gli basterebbe per darsi quiete? Chi vorrebbe sopportare questi fardelli, e gemere, e affannarsi, trascinando un’inferma vita, se non fosse il timore di qualche cosa al di là della tomba, di quel paese ignoto, da cui nessun viaggiatore ritorna, che turba la volontà, e fa preferirci i mali che abbiamo, piuttosto che affrontare altri che ci sono sconosciuti? Così la coscienza ci rende tutti codardi, ed il colore ingenito della risoluzione rimane offuscato dalla pallida ombra del pensiero; così le imprese di maggior polso e momento si sviano dal loro corso naturale, e perdono il nome di azioni.

William Shakespeare - Amleto - Atto III - Scena I



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