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2) La Musica. Viaggiare con la mente sulle note di una canzone, sentirsi parte di un' idillio di melodie, cullati dalle onde o a cavallo di un fulmine. La Musica, che è emozione allo stato puro, è il sesto senso che si risveglia, è il sogno che prende forma...
3) la barretta di cioccolato lindt con nocciole intere
4) ...aprire gli occhi e ritrovarsi a suonare sopra un palco davanti a 10.000 persone...



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SONDAGGIO: KAISER CHIEFS VS FRANZ FERDINAND


Quale tra queste due band preferite?

Kaiser Chiefs perchè sono fighi
Franz Ferdinand perchè sono fighi
Nessuna delle due, i più fighi sono sempre gli Oasis e ascolto solo loro
Nessuna delle due, i più fighi sono sempre Checco e la B.BAnd e ascolto solo loro alle sagre
Rock’’n’’roll merda... dovevi fare un sondaggio MondoMarcio VS FabriFibra

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Saturday, September 06, 2008 - ore 17:37


Da Les Rivages De La Seine
(categoria: " Viaggi ")


La Ville Lumière, non contavo di vederla così a dire il vero, avevo immaginato altre situazioni, forse perse, sfumate per strada.
Mi è bastato rispondere sì ad un’idea buttata lì che mi sono ritrovato ad acquistare i biglietti aerei Marco Polo - Charles De Gaulle, in qualità di accompagnatore ufficiale di mia madre, il tutto per andare a trovare una sorella momentaneamente emigrata in Francia.
Sabato da bollino nero per le strade, mezzi alternativi sono possibili, borsoni stracarichi grazie anche agli oggetti da portare su, cappello di paglia in testa, mio padre ci saluta con il fazzoletto bianco dal binario 5 di Padova. Non c’è dubbio che sopravvivrà bene lo stesso anche senza di noi.
Da Mestre, l’ATVO per l’aeroporto, un po’ di colonna, niente, in confronto alla tangenziale.
Scalo veneziano strapieno di gente, tutte regolari le varie operazioni d’imbarco, si sale sull’aereo. Ero curioso di vedere la faccia di mia madre al decollo del suo primo volo... tutto ok, pensava peggio, attacca bottone con una coppia di Piazzola seduta accanto a lei finché io mi studio un po’ la guida.
Un aeroporto mastodontico, per fortuna la fermata del pullman è appena fuori, il tempo di montare che già si sentono odori forti, tipici di culture diverse e non necessariamente europee.
La gare de Lyon, la materializzazione di uno dei miei intercalari francesi, attendiamo pazientemente che qualcuna a caso ci venga incontro.
Finalmente eccola, qualche chilo in meno, viso un po’ tirato: stressante questa città, eh? Taxiiii!!!
Primi scorci della capitale francese, il citofono all’inizio della zona pedonale, le barriere che spariscono nel manto stradale per farci passare. Quartiere Montorgueil Saint Denis, sembrano vie colorate e brulicanti, piene di botteghe, ristoranti e bar di ogni genere.
La palazzina, appiccicata alle altre, terzo piano, da raggiungere sui piccoli scalini, il monolocale è un buco proprio, in tre, dopo pochi minuti lì dentro, ci pestiamo i piedi a vicenda. Beh, saranno 4 notti, ci si stringe e ci si adegua, giusto? Ma trovo divertente, quasi, dormire per terra col gonfiabile.

Che vicini rumorosi.
Che bel cappello che hai, posso provarlo? Fatto subito mio quel copricapo grigio che mi avrebbe poi accompagnato per tutto il soggiorno.

Faccio il pieno di minuscoli tagliandi arancioni della metro, prima di partire per la prima esplorazione dalla stazione di Les Halles, non distante dalla chiesa di Sant’Eustache.
Cosa ascolterà mai quell’enorme testone con l’orecchio appoggiato al suolo?
Cosa ascolterà mai quell’enorme testone con l’orecchio appoggiato al suolo?

Passiamo per l’Hotel de Ville, la sede del comune, pian piano facciamo parte del flusso di turisti che curiosa tra le bancarelle di stampe e oggetti curiosi lungo le sponde della Senna, l’imponente Notre Dame, così grande e scura, mette soggezione, Carlo Magno veglia immobile sul suo cavallo la piazza antistante.

Le vie piene di ristoranti, la scelta ricade su Mythos, un greco, angusto, dai tavoli piccoli, gomito a gomito con gli altri clienti, mentre una piccola orchestrina arrangia canzoni datate e famosissime con stile ellenico. Il primo vero impatto con i prezzi parigini. 16 euro per 0,75 cl di vino della casa sono un’indecenza, almeno per me che sono abituato alle trattorie della nostra penisola. Per il dopo cena troviamo un Hageen- Dazs e capisco dai listini perché mia sorella, l’ultima volta che era tornata a casa, aveva una voglia matta di gelato.
C’est Dimanche, un buon caffè per partire, la destinazione è Montmartre, dove una crepes è il giusto completamento della colazione. Ragazzi di colore particolarmente insistenti, sulle belle gradinate che portano alla chiesa del Sacre Couer. Poster giganti lasciano presagire l’imminente visita del papa.
Entriamo, mi ero dimenticato che era domenica, un bel pezzo di messa che tanto è uguale a quelle a cui sono abituato.
Usciamo per immergerci in mezzo ai vicoli e alle piazzette, luogo di lavoro di numerosi pittori intenti a ripercorrere luoghi e situazioni di altri più famosi ben prima di loro. Chi, in piedi, disegna uno schizzo, chi una caricatura, chi s’accinge a ritrarre il turista di turno... il tempo qui si è fermato.

Una passeggiata fino al Moulin Rouge, le foto un po’ stupide sono di rito.

La zona è zeppa di locali notturni vietati ai minori e negozi specializzati su ogni aspetto, sano o sadico, del sesso. Scene alla Marilyn Monroe sul pozzo con la grata. La fila al bagno pubblico prima di scendere giù alla metropolitana. Arriva il treno, la gente che smonta, un po’ ci si spintona per salire. Non appena a bordo, lo stupore di un italiano che si trova il marsupio aperto: "il portafoglio, cazzooo!" Il tempo dell’esclamazione che il treno chiude le porte e parte, separando per sempre il legittimo proprietario dai suoi soldi, dalle sue carte e dai suoi documenti.
Da questo momento in poi, ho viaggiato su questi vagoni insieme alla fobia dei manolesta.
Il possente Arc de Trionf, tutto bianco, enormi bandiere tricolori ed europee che sventolano, sulle pareti i nomi dei luoghi dove soldati francesi hanno trovato morte e spero per loro anche gloria. La fiamma eterna del milite ignoto, non immagino cosa avrebbero voluto fare i francesi a quel portoghese ubriaco che qualche anno fa l’ha spenta urinandoci sopra…
Siamo al centro di un’enorme stella a 12 punte, 12 sono i boulevard che confluiscono tutti in questo fulcro.

In lontananza un’altra costruzione, più moderna, le Grande Arche de la Défense
Si scende giù per les Champes Elisées, si curiosano immancabilmente le vetrine.
Al fast food, mia madre entusiasta anche per la sua prima volta da Mac Donald, io anche no, non è la prima volta e non sono neanche troppo entusiasta.
Le Petit Palais e le Grand Palais che ci fissano, mentre passiamo loro in mezzo, il ponte Alexandre III, tutto adornato.

I prati che portano a Les Invalides ospitano gente che si riposa, distesa, e partite di calcio, in barba ai cartelli

Passano automobili d’altri tempi e piloti d’altri tempi fanno un garone.

Les Invalides, questa enorme costruzione di stampo militaresco, un cortile cinto da cannoni.
Si ritorna nei "campi", place de la Concorde, svetta l’obelisco.

Mi accorgo che siamo circondati da limousine bianche. Al centro della piazza una decina di giovani coppie di sposi giapponesi, seguiti da amici e congiunti, sono in posa per le foto. Le macchine lunghe erano le loro. Dall’estremo oriente sono partiti per coronare il sogno d’amore a Parigi. Romanticoni e... benestanti.


Attraversiamo le Jardin de Tuilleries tra i fiori e le piante, attorno al laghetto le sedie con la gente che appoggia i piedi sulla sponda rialzata, chiacchierando, fumando, leggendosi un libro.

Il Louvre, così affollato, le ali della costruzione circondano noi e la piramide a vetri del suo cortile.

Rincasiamo, che i piedi oggi fanno male. Ma non prima di ascoltare una giovane orchestra d’archi esibirsi in un angolo della locale fermata della metro.
Il giapponese Furusato, sotto casa, piccolo e carino, con i camerieri nella casacca tradizionale. Arigato.
Al terrazzo del Trocadero, sotto c’è un cinema all’aperto, di fronte una tour Eiffel in una luce blu che risalta le stelle gialle della bandiera europea: un abito da sera nuovo, con l’occasione del semestre francese alla guida della UE.

Lunedì, sveglia di buonora ma neanche troppo, al museo del Louvre dovrei starci una giornata, chi l’ha già visto non ci vuole tornare. Ok, lo sacrifico a malincuore, cambio itinerario. Colazione avec le pain au chocolat, saluto le donne di famiglia che aspetteranno il factotum napoletano della padrona di casa che venga a sistemare lo scarico della vasca. M’infilo sotto terra, direzione ventesimo arrondissement, visita al cimitero di Père Lachaise. Le mura costeggiano la strada, la mappa del campo santo è necessaria per rendere omaggio a chi ci vive ora in eterno e riposa in pace. Pace... una parola grossa visti i turisti chiassosi e alcuni poco rispettosi. Non avevo mai visto i nomi delle vie in un luogo di sepoltura, ma è pure vero che non sono mai stato prima in un cimitero così grande. Bei vialetti curati, le tombe, singole, di famiglia, vecchie e meno vecchie, appariscenti e non, alcune troppo fresche per essere finite. Sembra di esser in un parco, un parco però composto di sali e scendi e dislivelli vari, una bella scarpinata girarlo tutto. I poliziotti dall’occhio vigile, o i vigili dall’occhio poliziesco, sorvegliano la tomba di James Douglas Morrison, Jim per gli amici, causa gli storici eccessi dei fan. A lui dono un plettro

"Madame Lamboukase, dite Edith Piaf", il passerotto si trova sotto un marmo scuro. A lei dono un fiore.

La tomba di Oscar Wilde la più stravagante per il più stravagante di questi ospiti trapassati, tutta ricoperta di segni di labbra rosse. A lui dono un bacio.

Chopin, Michel Petrucciani, Bizet, Marie Trintignant, Maria Callas, Yves Montand...
Ne esco sfinito, affamato.
Noto queste persone che camminano per strada con i sacchetti del pane aperti e profumatissimi. Trovo la patisserie dietro l’angolo.

E che patisserie... Cercando di frenare l’ingordigia, mi "accontento" di una fougasse a les trois fromages e di un croque monsieur, consumati e gustati fino alla più minuscola delle bricioline.
Les Invalides, stavolta per visitarlo per bene, dal museo della guerra a quello delle armi. I sanitari Olfa, un nome una garanzia.

La chiesa du Dome, ora la tomba di Napoleone, una cupola che lascia entrare molta luce, al centro un parapetto rotondo da cui affacciarsi per ammirare il monumentale sepolcro rosso dell’imperatore, circondato dalle 12 dee della vittoria.
Esco e per strada cerco di ricordarmi a memoria il "5 maggio".
Torno a Notre Dame dove mi ricongiungo con il resto della famiglia, le zingare qui danno parecchio fastidio e la Gendarmerie vanamente le allontana

La lunga fila è veloce, la chiesa è enorme, cupa e un po’ sinistra, si vede che è gotica, non ci sono dubbi. Poca luce, i rosoni risplendono colorati nell’oscurità. La salita alle torri, il colpo d’occhio è notevole, la galleria delle chimere, meglio conosciute come gargouilles.
L’accesso al tesoro, un po’ di reliquie, la corona di spine purtroppo non è esposta.
Mi anticipo verso casa e lascio che le donne vadano a fare spese, mi sveglio dopo due ore sentendo bussare alla porta, si cena a casa con piatti presi in una rosticceria libanese, tra cui il pane "elastico", le melanzane e le patate, a cui aggiungiamo un pollo francese e una baguette croccantissima.
Serata al bar, qui hanno la caratteristica di avere all’esterno le sedie affiancate e che guardano tutte verso la strada. Si sta da papa in questa serata fresca, si chiacchiera e si fumano un paio di sigarette. Un bicchiere di vino rosso, una specie di grappa alla prugna ed un baileys fanno 18 euri.
Martedì, c’è chi deve andare al lavoro e chi è in ferie e se ne va a spasso, a visitare l’Opera per esempio. Di sobrio non v’è nulla, dai terrazzi alle logge, dalla facciata esterna allo scalone interno in marmo. Splende da sé, questo teatro.

Dato che siamo nelle vicinanze, con curiosità entriamo in quel grande magazzino che è La Fayette. Due piani soli che mia madre ed io ne siamo già storditi.
Seguiamo per Place Vandomme, ammiriamo le vetrine dei famosi gioiellieri e delle famose marche, torniamo nella lunga rue de Rivoli, cercando souvenir sotto i portici. Questo è il negozio giusto: vasettini di Fois Gras e bottiglia di cognac camuffata da tour Eiffel.

Salutiamo un’equestre Giovanna d’Arco, tra qualche artista di strada si arriva al Centre Pompidou, questo edificio composto per lo più di tubi che si sovrappongono in un gioco ad incastro di vetro ed acciaio… sarà un progetto di Renzo Piano, ma non mi sento dire che è bello. Curioso forse

Il tabaccaio mi manda in posta per i bolli. Pare di essere in un ufficio italiano, anche qui vendono di tutto come i supermercati. Tranne le affrancature.
Torniamo sotto casa, riscuoto contento un tardivo regalo di compleanno nel negozio di fronte al nostro portone: una polo con lo stemma dell’alloro.
Sarebbe come andare a Londra e comprare una polo con l’alligatore.
Per “l’ultima cena”, ma seur ha invitato Danielle, sua compagna libanese di master e “naso” per i profumi.
Place Monge, tra il quartiere latino e Cluny la Sorbonne, le vie strette, le piazzette nascoste e piene di fiori, i mille locali colorati e... esploratori?!?!

Un ristorante francese, come mi pare giusto che sia, la giovane cameriera che scomoda il resto della sala per fotografare la nostra tavolata. Fondue savoiarde, un pentolone ripieno di formaggio dove intingere verdure e crostini. Forse abbiamo scoperto le origini mediorientali del cognome di mia madre. E non manca la proposta di matrimonio, poi, che sia per la cittadinanza italiana… questo è un altro discorso.

La mattina fa presto ad arrivare, si chiudono le valigie, una è piena quasi solo di oggetti e capi di mia sorella.
M’infilo il cappello, conscio che in Italia sarà più difficile indossarlo, usciamo in strada e saluto idealmente le brasserie, i bar, le patisserie e il fruttivendolo nella via sotto casa ai quali un po’ mi ero affezionato.
Un abbraccio per chi resta, prendiamo il taxi per l’aeroporto, mi guardo attorno e pian piano la via cittadina diventa una strada a scorrimento veloce.
Un rapido check-in, la colazione, il volo, a Venezia ritroviamo l’Italia e il caldo della nostra estate afosa.
Ma sì, pranziamo qui, aspettando il pullman. A Mestre subito il classico drogato, il mio invito a girare al largo. Il dialogo continua, l’amico è “in vena” di offese.
Padova, stazione di… Padova.
Un papà a caso, in veste di tassinaro, unica destinazione: la maison.
L’impressione è che Paris sia una città di un livello superiore alle altre capitali, per il respiro dei suoi viali e la grandezza, fisica e storica, di palazzi e monumenti. Anche qui s’incrociano tante razze diverse che convivono, si riconoscono nel tricolore col blu, rendono questa metropoli un “centro del mondo”, tutto il resto, gli altri, ci orbitano attorno. La gente è cordiale, ma non m’è sembrata particolarmente disponibile, più del necessario intendo, né alla conversazione, né ad agevolare chi cerca di spiegarsi in inglese o in un francese un po’ troppo arrugginito. I cugini, non troppe baguette sotto le ascelle, nessuna traccia di bidet.
Credo di aver visto gran poco, il soggiorno non è stato molto lungo e tra le tappe non ho incluso Versailles e Louvre, per dire due nomi così…
Per quante volte tornerò a Parigi, sono sicuro che non riuscirò a farla mia fino in fondo.

Parigi, come un’amante bella e capricciosa: è lei che decide come e quando farti suo.

“ Sous Le Ciel De Paris – Edith Piaf”

Sous le ciel de Paris
S’envole une chanson
Hum Hum
Elle est née d’aujourd’hui
Dans le cœur d’un garçon
Sous le ciel de Paris
Marchent des amoureux
Hum Hum
Leur bonheur se construit
Sur un air fait pour eux

Sous le pont de Bercy
Un philosophe assis
Deux musiciens quelques badauds
Puis les gens par milliers
Sous le ciel de Paris
Jusqu’au soir vont chanter
Hum Hum
L’hymne d’un peuple épris
De sa vieille cité

Près de Notre Dame
Parfois couve un drame
Oui mais à Paname
Tout peut s’arranger
Quelques rayons
Du ciel d’été
L’accordéon
D’un marinier
L’espoir fleurit
Au ciel de Paris

Sous le ciel de Paris
Coule un fleuve joyeux
Hum Hum
Il endort dans la nuit
Les clochards et les gueux
Sous le ciel de Paris
Les oiseaux du Bon Dieu
Hum Hum
Viennent du monde entier
Pour bavarder entre eux

Et le ciel de Paris
A son secret pour lui
Depuis vingt siècles il est épris
De notre Ile Saint Louis
Quand elle lui sourit
Il met son habit bleu
Hum Hum
Quand il pleut sur Paris
C’est qu’il est malheureux
Quand il est trop jaloux
De ses millions d’amants
Hum Hum
Il fait gronder sur nous
Son tonnerr’ éclatant
Mais le ciel de Paris
N’est pas longtemps cruel
Hum Hum
Pour se fair’ pardonner
Il offre un arc en ciel


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