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Sunday, September 07, 2008 - ore 15:48
Momento orripilante n.1-2-3
(categoria: " Scienza e Tecnica ")
Primo movimento
Questa mattina nel svegliarmi mi sono accorta di essere un mostro. Devo essermi trasformata nelle ultime ore della notte mentre portavo addosso tutti i mali del mondo e sognavo di strani sentieri in riva al mare in compagnia dei miei compagni vacanzieri e di alcune creature fantastiche sbucate dall’acqua acconciate peggio di Britney Spears. Ho fatto un fatica tremenda ad alzarmi dal letto, il cervello mi cola dal naso ed il cuore devo essermelo mangiato per sbaglio insieme agli intestini. Dall’ombelico ho lo stomaco in fuga che mi si attorcilia in vita e poi giù sulle gambe. Sto costantemente in un bagno di sangue e sudore. E’ un’eufemismo dire che son dimagrita come mai in vita mia visto che sono ridotta all’osso eccezzion fatta per la testa insolitamente grande e pulsante. Gli occhi sono sommersi dai cuscinetti di grasso che mi stanno sugli zigomi, concentrati, attenti, gelatinosi. Dalle venature sulle braccia scorre un siero dal porpora al carminio e poi via via grumi giallo paglierino. Inutile sottolineare lo schifo indicibile e il terrore e la rabbia che provo per me e per la mia persona, a mala pena riesco a tenere gli occhi aperti da quanto ho il viso tumefatto e gonfio, devo essermi seppellita senza volerlo dentro questo corpo informe a furia e a fatica di non so cosa pur d’avere sembianze umane. A tentoni raggiungo il bagno e cerco di aggiustarmi, di vestirmi, di nascondermi almeno fintanto che non abbia riaquisito le forze per oltrepassare la porta.
Secondo movimento
Nella stanza accanto c’è il mio amico di questi giorni felici che, già sveglio da un pezzo, fa colazione con caffè di clururo e mi saluta come se niente fosse. Non si è accorto di nulla eppure lui mi sembra normalmente strano come sempre, sono io che ho oltrepassato un certo limite se così posso dire. Non ho idea di come sia potuto accadere e ne ignoro i motivi, mi sento come Kafka con la differenza che io sono un semplice mostro informe e non un’aggraziato scarafaggio. Sento le vibrazioni della gente e leggo nelle reazioni di ogni altro essere tutto il disgusto di questo mondo per le mie sembianze presuntuose e queste movenze sofferenti. Sto male eppure non muoio e questo è il guaio. Qualcuno per pietà vorrebbe terminare questa mia esistenza in modo definitivo ma non osa farlo per mancanza di coraggio e fin troppa codarda ipocrisia. Esco di casa attaccata con due dita alla camicia del mio amico. Anche lui contesta questo mio contatto ma non mi allontana per prudenza, forse perchè non mi conosce abbastanza bene come crede quindi manifesta per me un’animo grande e magnanimo, per ora. Lo accompagno in stazione e gli posto lo zaino, lui non vede niente, io cerco di sembrar normale e forse sono la sola a notare come per la città la gente mi scosta, un bimbo s’è messo a piangere appena mi ha scorto ed un’anziana donna è svenuta lì sul marciapiede appena le sono passata accanto.
Terzo movimento
Cammino a testa bassa con addosso gli occhiali neri più grandi che possiedo ma non basta per passare inosservata. Cerco di simulare naturalezza ma lascio alle spalle una scia di sangue e budella alquanto visibile, dimenticandomi per strada, spargendo ovunque pezzi di me. Vorrei potermi staccare la testa così soffrirei meno ma devo portare il peso di questa faccia gonfia tumefatta e non riesco a farmi uscire gli occhi infossati come sono in questa palla di veleno. Fuma cammina legge guarda i libri e la gente, qui il mio amico sta regolarmente immerso nel suo mondo e chiaramente nulla percepisce del mio per cui con me è tutto come sempre, naturale, scorrevole, armonioso, se litighiamo non è in momenti come questo. E’ un bene che almeno lui non si accorga di nulla e addirittura mi abbraccia prima di salire sul treno. Io indietreggio e lo saluto con una mano per aria e le altre tre dita penzolanti a nascondermi dalla fronte in giù. Spero abbia visto che gli sorrido, perchè il mio è un sorriso anche se non so che fine abbiano fatto le mie belle labbra tanto ambite in tempi andati. Mi trascino fuori dalla stazione e inforco la strada di casa, leggera e in automatico, mi muovo come se i piedi sapessero già dove andare senza che io debba dir nulla. In effetti, a ben guardare, le mie estremità inferiori mi precedono di un paio di metri mentre mi sto asciugando di quel che restava degli organi interni. Ultima la testa, che fatica ad andar via ed è davvero pesantissima. C’è il sole eppure piove, cade qualche lacrima dal cielo. Forse qualcuno avrà pietà di me.
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