BLOG MENU:


MelaAcerba, 18 anni
spritzina di provincia di Padova
CHE FACCIO? Liceo Artistico
Sono single

[ SONO OFFLINE ]
[ PROFILONE ]
[ SCRIVIMI ]



Solo in questo BLOG
in tutti i BLOG


STO LEGGENDO

Sto (ri)leggendo "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano.

HO VISTO

Non ancora abbastanza...
Voglio vedere oltre, voglio vedere da altre prospettive, voglio vedere da testa in giù.

STO ASCOLTANDO



ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Jeans corti e canottiera

ORA VORREI TANTO...



STO STUDIANDO...

Studio tutto l’anno. Con alti e bassi, ovviamente.

OGGI IL MIO UMORE E'...

Altalenante.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


Nessuna scelta effettuata


BLOG che SEGUO:




BOOKMARKS


Nessun link inserito: Invita l'utente a segnalare i suoi siti preferiti!


UTENTI ONLINE:




(questo BLOG è stato visitato 1567 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI: ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]

APRILE 2026
<--Prec.     Succ.-->
Do Lu Ma Me Gi Ve Sa
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30


Thursday, September 11, 2008 - ore 10:42


Delirio di mesi fa.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il seme dell’insicurezza non era stato seminato lì apposta, nessuno aveva prima arato il terreno, niente era previsto. Quella pianta nacque come nascono comunemente le sterpaglie intrise di poca importanza, ed è proprio quello il loro mezzo di sostentamento. Come migliaia di spighe che si nutrono solo della luce del sole… che perlomeno è un po’ più dignitosa come fonte di nutrimento.
Scalda, riempie di gioia i polmoni (a chi ancora è in grado di respirare) e fornisce un appoggio di notevole importanza per chi vuole tentare una salita, aggrappandosi ai suoi stessi raggi.
Eppure sporadicamente, oltre a erba e fiori indesiderati, nemici ai campi ordinati, capita di incontrare quella strana pianta.
Nessuno semina intenzionalmente per averne una o addirittura qualcuna, e quando inizia a crescere, chi ha “l’onore” di averla sotto il cospetto dei suoi occhi, viene catturato in maniera radicale… diventando così incapace di estirparla alla radice, in modo da non farla più ricrescere, in modo da togliere quella cosa indecorosa, inadeguata a tutto quello che invece si è costruito attorno volutamente.
Dannoso quel seme, giunge al terreno per mezzo del vento, oppure di uccellini che lo prendono in asilo nel loro becco, indistintamente da altri semi, sicuramente meno insipidi.
Il vento lo accarezza per l’ultima volta, attendendo che si appoggi al suolo, magari in una cunetta già presente per assurdo e che cominci, piantando le prime radicelle, la sua infinita crescita.
Lo stesso vento continua come un vortice a girare su di essa, quasi a voler vegliarla … questo turbine d’aria è come invogliasse il seme ad esplodere. Ed esplode, in un completo mutismo.
Si, perché seguendo la credenza comune, le piante non essendo munite di favella… non possono parlare.
E invece io lo so che, se solo potesse essere ascoltata, lei qualcosa direbbe…. E se anche sembrerebbe parlare a sproposito, continuerebbe. Non ha bisogno di altro, se non di far traboccare tutte le parole che riempiono quel vaso in cui affoga tutta la sua tristezza.

Dopo il periodo di raccolta, dopo tutte le ore che i contadini passano chini a contare le graminacee. Raccogliendo solo gli steli di grano, lasciando da parte gli altri.
Dopo che l’asino sente il peso schiacciante della leggerezza del raccolto, sulle spalle, trainandolo fino all’impossibilità delle scale che conducono al mulino.
Dopo aver aspettato i mesi che dividono il contadino dall’euforia della semina successiva.
Spunta dal terreno un rametto, non verde come tanti altri… sembra già fare capolino con il “bulbo sbagliato”, con una voglia innata di rimanere in quel buio dettato dalla terra. Si sente quasi costretto a venire fuori dal ventre della madre, forse costretto dal ritmo naturale delle cose e quindi da un qualcosa di incontrollabile, che si deve solo accettare.
Accetta, infatti e si trova a dover fare un bilancio con più sfavori che cose positive. Non ha ombrello, è e sarà perennemente senzatetto, non ha una lira e quindi campa di quello che può, se si annoia… beh, cercherà qualcosa per distrarsi… annoiandosi ulteriormente.
Lo circondano in pochi, quelli che ancora non hanno preso altre strade, quelli che non sono stati già sradicati per passare direttamente a miglior vita, quelli che selezionati direttamente da lei, hanno intrecciato le loro radici. Pochi. Prescelti.

Non si mangia, non si beve, non si può ricavare niente da questa particolare varietà di sterpaglia. È troppo debole, o forse lo sta solo diventando a poco a poco con il passare del tempo. Non odora. Non emana niente.
Non scatena niente.
Meraviglia? Emozione? Stupore? No, nulla di tutto ciò.
Non porta alcun colore con sé, se non quello verde, naturale… che sfuma in qualche vena malinconica color giallo.
Suscita malinconia, credo.
Un senso di inadeguatezza ti si inietta negli occhi, forse per riflesso del sole sul suo corpicino. Almeno, questo è quello che ho provato io scrutandola dall’alto del mio “metroesettantacinquecirca”.
Quando invece l’ho accarezzata, sfiorandole quell’unico ciuffetto di foglie che porta ancora decorosamente da un lato, ho sentito la vera consistenza di quell’esistenza già segnata. Tremava. Tremava eppure batteva un sole accecante su quel campo.
La tristezza che le era penetrata dentro, probabilmente attraverso le radici, era addirittura tangibile. Sembrava l’unica in quell’appezzamento di terreno a non ricevere acqua da giorni, non era rigogliosa, non era contenta di essere lì in mezzo.

Non era rigogliosa. In fase di crescita eppure morta.
Come se una carestia avesse percosso solo quel mezzo metro quadrato in cui ha piantato le radici.
Arida, di un’aridità patologica.

Ho provato a chiederle il perché di quella sua condizione, cortesemente, con tono dolce senza varcare il confine dello sdolcinato… eppure, seguendo il moto del sole, camuffandosi momentaneamente da maestoso girasole senza chioma, si è girata verso di lui, ha fatto precipitare il silenzio stesso su di sé accasciandosi a terra.
Non mi capacitavo della cosa. Non ho chiesto nulla di sgarbato.
Paura generale e paura di non poter far nulla, più comunemente definita impotenza. Questo ho sentito in quel preciso momento.


COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK