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lunedì 15 settembre 2008 - ore 02:48
Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Girando per Youtube ho rivisto una Tatangelo al suo primo Sanremo.
In quel periodo avevo una relazione importante, ed ero innamoratissimo. Ogni weekend prendevo un treno, un albergo, un regalo. E ciclicamente una cantonata.
Le altre donne, per me, non esistevano.
Ma avrei voluto farmi la Tatangelo, una volta cresciuta, lo ammetto. E mi piaceva pure la canzone, difficile dire perché. Forse per il rassicurante coro sanremese che non saprei in grado di spiegare, ma da sempre esiste. E c’è solo nei pezzi di Sanremo e
A Sanremo.
Vabbè.
Non di sole cazzate, però, per fortuna, è fatto il mio passato.
E so che non ve ne fregherà un cazzo, occhi che stanno guardando questo monitor.
Però nel 1994 mettevo il mio primo disco in un locale. Si chiamava Le Palais.
Da qualche giorno è un troiaio, all’epoca era uno dei locali più in voga qui a Padova.
Mi piaceva andare in discoteca, mi aiutava a
svegliarmi fuori, a combattere la timidezza e, magari, a rimorchiare.
Ma ballare non faceva per me, ed ero uno di quelli che passava un’ora dietro la consolle a guardare le buste dei vinili prima che venisse comunicata la lieta novella in sette note alla sala intera.
E a fianco di Fabio Parodo, quella volta, misi il primo disco.
Non bevevo. Ma mi venne di colpo il Parkinson. Avevo la mano che tremava schifosamente e la puntina rischiava di finire nell’occhio di Fabio, per la forte escursione ondulatoria.
Sono passati 14 lunghi anni. Anni in cui è successo di tutto e che sono volati. Anni ai quali ogni tanto ripenso e dico "cazzo, quante ne ho fatte". Di cazzate come di cose belle, tante delle quali sembrano ora ancora impossibili pure a me.
Eppure il vento soffia ancora. E quando ad aprile mi è stato chiesto di mettere dischi, da settembre, nel locale dove ho visto tutti i gruppi che amo, dEUS, Calexico e Afterhours solo per fare tre nomi, da persone che di musica ne sanno e pure con un certo (loro e mio) entusiasmo non capivo più niente. Galleggiavo. E ho galleggiato fino a quando alle tre e mezza del mattino ieri notte ho staccato le mie cuffie e appoggiato la Redbull. E mi sono guardato la pista piena come si guarda il mare dalla finestra dopo aver fatto l’amore (sì, non può succedere all’Arcella, ma rende bene l’idea). E ho visto le facce conosciute che erano lì per me e le tante teste solo intraviste o appena "incontrate" che accompagnavano le note che fino a quel momento avevo scelto io.
E mi sono sentito ripagato più che dai contanti nel portafoglio prima di ripartire per Padova, dopo aver spento la musica alle SEI.
Ripagato per le ultime due settimane di nervi assurdi. Di paura di non essere adatto. Perché quella paura io ce l’ho ancora, ce l’ho sempre prima di salire. Sparisce con il primo pezzo, per carità. Ma anche se non uso quasi più puntine e vinili, beh, la mano trema comunque. E mi devo prendere dieci minuti di relax prima di infilarmi nel mio ripostiglio di dischi cuffie mixer piatti piastre. Devo respirare. E continuo ancora oggi a provare la sensazione di aver lasciato a casa il disco giusto. Il pezzo che in quel momento serviva. Quello che tutti aspettavano, secondo me, e che io ho scordato.
E’come sentirsi in colpa.
Ma poi partono le teste. Gli urletti, che non potete immaginare quanto bene facciano. I vari "Vai Momo". E non ho più bisogno di nessuna rassicurazione. Quando vedo gli altri dj che sorridono e fanno cenni di approvazione. Quando vedo voi che sudate. Quando anche i baristi ballano dal bancone dall’altra parte della sala. Quando i boss dei locali ti vengono a portare da bere. Quando hai un frighetto personale in consolle. Quando sono sudato a fine set e penso che è ora di fare ordine, e che il casino di dischi sparpagliati sul banco mixer sono il sintomo che vorrei darvi sempre il disco migliore. Quando la battuta del brano A si mescola perfettamente con quella del B, senza troppi giochini di toni e volumi. Quando infilo il loop giusto. Quando riesco a mescolare anche due pezzi rock senza "pura cassa". Quando sto cantando e voi laggiù non potete sentirmi. Quando mi prendo 30 secondi appena ho messo il pezzo, come mi ha insegnato il grande Manuel (no, non Agnelli) per rilassarmi prima di pensare al successivo. Quando ho paura che un disco salti perché li tratto da cialtrone. Quando manca la corrente per tre secondi e dite "no" con un milione di "o" invece che "mona, mona". Quando c’è chi ti batte sulla spalla, conosciuto o sconosciuto, sostenitore o detrattore, poco importa.
Io ho i brividi. E ieri ho buttato un sacco di tempo steso a letto a pensare.
A pensare che avrei dovuto prepararmi 4 o 5 compilation "di sicurezza" da unire ai 120 originali scelti per la serata e alle compile già pronte degli ultimi set. E a sapere fin dall’inizio che di compile ne avrei preparata solo una. Perché mi sarei mosso tardi, chiaramente.
Facendomela addosso.
Mentre tutti dicevano "dai che va bene", come fossi un ginnasta prima del saggio, un parente fuori da una sala operatoria, uno studente alla maturità.
E forse studente mi sento ancora, visto che ogni sera imparo qualcosa. Dai colleghi, dai dischi che ascolto, da quelli che metto.. e da voi.
Voi, rompicoglioni che fate richieste mentre cambio canzone.
Voi, ubriachi che ripetete la stessa cosa venti volte.
Voi, belle che sorridete e mandate baci, o venite a darli al dj.
Voi, amici che state sotto per un po’, poi vi disperdete e poi vi rifate vivi.
Voi, che volete una consumazione.
Voi, che volete una tessera omaggio.
Voi, che non volete niente se non divertirvi.
Voi, che mi avete scelto, credete in me e mi pagate.
Voi, che vi lamentate se non vi è piaciuto qualcosa.
Voi, che avete fatto un pezzo che mi dà la pelle d’oca.
Voi, che vi si legge in faccia vivete di musica.
Voi, che guidate la mia macchina se non posso farlo.
Voi, che vi siete fatti fino a un centinaio di km per me.
Voi, che eravate lì per caso.
Voi, che avete tirato fuori 10 euro a testa.
Io vi adoro. Tutti.
Ieri ho ripensato all’apertura New Age dell’anno scorso.
Ieri ho sentito una frase da uno che mi conosce appena.
Ieri lui ha capito tutto, anche se non gliel’ho detto.
Continuo a galleggiare.
UNA COSA SPECIALE - TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI
voglio avere una vita normale
che mi alzo presto per lavorare
una ragazza bruttina da sposare
e un’amante da coccolare
un cagnolino da portare a passeggiare
un bambino pannolino da cambiare
un giardino di fiori da curare
francobolli da annaffiare
voglio avere una vita normale
che mi alzo presto per lavorare
un traguardo importante da mancare
un fratello buono da fregare
una squadra del cuore da tifare
un partito forte da votare
un attore al quale assomigliare
e dei denti nuovi da mostrare
voglio avere una vita normale
che mi alzo presto per lavorare
una ragazza bruttina da sposare
e un automobile rossa da lavare
voglio avere una vita regolare
sapere quello che va quello che male
voglio avere una vita normale
sapere quello che va quello che male
ma voglio fare una cosa speciale
una rapina che mi salva la vita
voglio fare una cosa speciale
una rapina che mi cambia la vita
voglio avere una vita normale
che mi alzo presto per lavorare
voglio avere una vita regolare
sapere quello che va quello che male
un cagnolino da portare a passeggiare
un bambino pannolino da cambiare
un giardino di fiori da curare
francobolli da annaffiare
voglio avere una vita normale
nessuna rivoluzione da fare
voglio avere una vita regolare
che vado a scuola ad imparare a suonare
domani scendo
e mi compro una pistola
e poi con i soldi mi compro
un camper
oppure
una station wagon
oppure
un telefonino portatile
oppure
un kalashnikov per rapine più grosse
domani scendo
e mi compro una pistola
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