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Wednesday, September 24, 2008 - ore 11:17



(categoria: " Vita Quotidiana ")






Abbi pietà di me vicolo cieco senza catene, privo di inizio e vuoto di fine, cerchio segnato di corallo e cobalto. Quel che rimane di questa donna è l’urlo straziato di dolore di una bambina, i vetri infranti al di fuori del cerchio sono urla e graffi per difendere una bestia sanguinaria che sa sbranare, ulula alla luna e trova rifugio nella fredda roccia. Ciò che è dentro è il peso pressante di sensi di colpa per il troppo scalpitare, mani insanguinate da ferite troppo profonde per una bambina. Un lupo non sa controllare le sue zanne, i suoi artigli, la sua rabbia ed una bambina non può non gridare nel percepire il suo fiato pesante, nel vedere scendere la bava alla sua bocca. Nel giorno si corre tra gli abeti e si sbranano iene e falchi a coltellate, ad unghiate. Nel silenzio. Difendere quel cerchio non può essere che fondamento ed unica ragione di vita. E’ quando cala la notte, con il suo silenzio, che si ritorna alla tana ansanti, dissanguati e senza parole. Ancora si sbrana, per avere di più, per avere ogni cosa, per ottenere il meglio e l’impossibile. Convivenza sotto chiave dentro uno stesso cerchio. Solo, di quando in quando, ci si appoggia a terra, sull’erba fresca: il lupo lecca ferite alla bambina e questa passa la mano sulla sua calda schiena. Abbi dunque pietà di me vicolo cieco senza catene, privo di inizio e vuoto di fine, cerchio segnato di corallo e cobalto. Quel che rimane di questa donna è la incredibile voglia di non avere mano tremante difronte ad un lupo, di non essere pianto al suo ululare. Difronte al più impietoso giudizio di me stessa tra le ferite date e ricevute, sul sangue e tra i gemiti, quel che rimane non può che chiamarsi amore.



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