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Tuesday, October 21, 2008 - ore 09:11 Carceri palestinesi ISRAELE / 20-10-2008 NELLE PRIGIONI ISRAELIANE CI SONO 11.700 PALESTINESI, TRA I QUALI ANCHE 274 MINORI E 88 DONNE. E LA TUTA DEL DETENUTO PASSA DAL MARRONE ALLARANCIONE, COME PER I PRIGIONIERI DI GUANTANAMO Prigionieri palestinesi con tute arancione: come già accade nel famigerato carcere americano di Guantanamo. La direzione delle prigioni israeliane impone ai detenuti palestinesi nuove forme di punizione e umiliazione, ma lultima "novità" adottata è veramente tra le più angoscianti: il colore della divisa dei prigionieri passerà dal marrone scuro all’arancione, nello stile del famigerato carcere statunitense di Guantanamo. Oppure, in quello altrettanto crudele dei condannati nel braccio della morte nelle carceri americane. Nelle prigioni israeliane sono rinchiusi 11.700 palestinesi, tra cui 274 minori e 88 donne. Abdelnaser Farawneh, esperto in "diritti dei prigionieri politici palestinesi", ha affermato che la decisione israeliana di imporre la divisa arancione "è ingiusta e dannosa per il movimento nazionale e per le lotte dei detenuti, perché è un nuovo modo di opprimere e umiliare". I prigionieri hanno minacciato di avviare un periodo di lotte per affrontare tale nuovo abuso israeliano. La storia del colore arancione risale all’anno 1967, a seguito dell’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, quando le forze israeliane imposero ai detenuti le divise arancioni. Negli anni 80 venne sostituito dal marrone e dallazzurro. Il colore arancione: "tortura psicologica per associazione". Parlano gli esperti. In unintervista con il nostro corrispondente, il dott. Fadel Abu Hein, psicologo, ha spiegato: "In generale, i colori hanno degli effetti sulla psiche delle persone. Questa scelta peggiorerà la vita dei detenuti. Parlo in base ad un’esperienza personale nelle prigioni israeliane: ci si sente forzati in tutto, anche nel mangiare e nel bere. Si tratta di interferenze nella volontà dell’uomo".Anche Saber Abu Karsh, direttore dell’associazione Waed per la Difesa dei Detenuti, ha confermato che "larancione disturba psicologicamente i cittadini incarcerati, perché è il colore usato per i criminali e per i condannati a morte". Egli ha aggiunto che la direzione delle prigioni israeliane "studia tutti i mezzi per nuocere ai detenuti. Il più noto è linstallazione di telecamere in ogni angolo". I nuovi aguzzini. Per secoli, gli ebrei hanno sofferto crudeli persecuzioni. Durante il periodo nazi-fascista, erano rinchiusi in campi, in Europa, isolati dal resto degli abitanti, costretti a indossare vestiti e distintivi di riconoscimento.con una riga fosforescente di 10 centimetri sul petto e sulla schiena, e unaltra sui pantaloni intorno alle gambe. Questa divisa rende chi la indossa un facile obiettivo...". Ora, sottolineano i detenuti, "siamo costretti anche noi ad indossare camicie Abu Hein continua: "Per le autorità di occupazione, il colore arancione ha un senso particolare: è lo stesso colore di condanna imposto agli ebrei in Europa. Esso è un mezzo attraverso il quale tentano di umiliare e di opprimere i detenuti" - detenuti politici e non criminali comuni.Nuova Guantanamo. La prima cosa che viene in mente, quando si vede questo colore arancione, sostengono le persone intervistate da Infopal, è la prigione americana di Guantanamo, dove sono imprigionati i “terroristi”.Farawneh e Abu Karsh affermano: "L’imposizione dellarancione ai detenuti palestinesi, significa volerli assimilare ai criminali che meritano la morte. L’uso del colore aranc ione rafforza nellopinione pubblica internazionale la convinzione che chi lo indossa è un criminale o terrorista, come l’America definisce i detenuti di Guantanamo, che non devono essere trattati come prigionieri di guerra, ma come assassini". Farawneh prevede una sommossa dei detenuti in tutte le prigioni israeliane contro l’applicazione di questo nuovo abuso, mentre Abu Hein immagina una violenta operazione punitiva da parte delle forze israeliane. Insomma, ancora ingiustizie, feriti e morti sotto lo sguardo indifferente della comunità internazionale. Adriana Sabbatini COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK |
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