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La Biografia del mio portinaio. Un napoletano che in 70 anni non ha lavorato due giorni di seguito.

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Ho visto tante cose. Molte ne ho dimenticate, altre purtroppo no.

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Musica impegnata : inni sacri yemeniti, canzoni dei cugini di campagna e i discorsi politici di Giovanni Leone ( soprattutto quello nel quale faceva le corna dall`automobile)

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Quasi nudo. Quasi, per vostra fortuna.

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Non dovervi chiedere cosa ne pensate di cio` che scrivero`. Purtroppo pero` non ne posso fare a meno e percio` vi chiedo : cosa ne pensate ?

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Solfeggio, esercitandomi con lo scheletro di un velociraptor.

OGGI IL MIO UMORE E'...

Normale, cioe` moderatamente tendente all`idea che sono a mezza strada fra dio e nicola di bari. E non conoscendoli entrambi, non so a chi sparerei addosso per primo.

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Thursday, October 30, 2008 - ore 18:33


URBUS, OVVERO LA RICERCA DELLA VERITA’ 5/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


A parte questo rito, la cui utilità mi sfuggiva, le ricerche del mio compagno Urbus sembravano infruttuose. Questi dopo essere fuggito dalla tela sembrava essersi volatilizzato. Aveva, e a questo punto mi appariva chiaro, sicuramente premeditato la sua fuga in modo molto accurato. Il fatto che di lui non vi fosse la minima traccia testimoniava appunto il fatto che si trattava di un piano con una lungamente meditato alle spalle.
Le mie ricerche invece riflettevano fedelmente la mia situazione. Quella cioè di un uomo animato soltanto da un grandissimo desiderio, dall’origine sconosciuta peraltro, e dalla completa ignoranza dell’ambiente nel quale compiere le ricerche. Un giorno, oramai sconcertato, decisi di fare un altro tentativo.
Chiedendo un po’ in giro arrivai ad una persona che avrebbe potuto darmi delle informazioni molto dettagliate su qualsiasi problema. L’unica raccomandazione che mi fu fatta fu quella di essere estremamente paziente con quest’uomo poiché si trattava di un vero luminare, di una persona dalla cultura notevole, ma dal carattere piuttosto eccentrico. Entrai nel palazzo nel quale mi avevano detto viveva. Dopo qualche attimo fui in un grande luogo chiuso, dove vi erano delle persone che stavano cantando, indossando costumi non molto diversi dai miei abiti, storie complicate di bambine abbandonate da piccole, di amori contrastati e di ingiusti arroganti che riuscivano sempre in un modo o l’altro a farla franca. Il luminare mi fu indicato da un suo assistente. Era un uomo non molto anziano, dalla vita sottile, ed indossava un accappatoio. Aveva i piedi che calzavano due comode pantofole. Il suo sguardo era altero, ma non mi scoraggiai, non potevo permettermi di interrompere le mie ricerche, oppure di portarle avanti senza alcun tipo di idea. Non potevo continuare a girare la città senza avere la benché minima idea di dove si trovasse Urbus. Il Luminare comunque continuò a lungo ad avere sul proprio volto quella sua espressione corrucciata, quasi qualcuno, io, coloro che cantavano, il mondo, uno qualsiasi, gli avesse fatto una contrarietà enorme. Cercai di destare la sua attenzione, ma il suo sguardo continuò a fissare un punto indefinito alle mie spalle. Ogni tanto nell’imbroglio di parole cantate sembrava ci fosse qualcosa che lo irritava. Allora il suo sguardo si faceva ancora più torvo. I suoi occhi si facevano più cattivi. Il disgusto, in quelle occasioni, diventava palese.
Eppure non mi arresi continuai per qualche minuto a chiedergli se lui, come Luminare, potesse dirmi qualcosa che riguardava il destino del mio amico Urbus. Ebbi anche per qualche attimo il desiderio di chiedergli se lui poteva dirmi per quale ragione io mi sentissi così legato ad un uomo ( essere, protagonista di un quadro, disegno colorato, come chiamarlo?) . Quale era la molla che poteva permettere che i nostri destini fossero così legati? E cosa era quella incredibile sensazione di abbandono che avevo provato nel momento nel quale il mio amico era andato via? Erano tante le cose che volevo chiedere, eppure mi limitai a chiedere se lui, il Luminare, avrebbe potuto darmi qualche informazione sulle ricerche. Il resto, il senso più profondo di tutta la mia esperienza, l’avrei cercato altrove.
Ma il Luminare ostentò per tutto il tempo nel quale gli rimasi davanti una espressione di grande disgusto. Vi era qualcosa in tutta la rappresentazione che lo disgustava oltremodo.
<< Autenticità ci vuole >> cominciò a bofonchiare fra sé <<………. Soltanto questo ma tutto sarebbe inutile….inutile…. e tutta l’autenticità di questo mondo non servirebbe a nulla se messa al servizio di una rappresentazione. Autenticità ci vuole ma poi a cosa serve…… e tutto inautentico, ma se diventasse autentico poi a cosa servirebbe se messo a disposizione di una rappresentazione? Diverrebbe la inautenticità autentica, una contraddizione in termini. L’ennesimo scherzo che la sorte ha giocato a noi piccoli esseri umani. Inutile cercare un senso alla nostra sorte…….>>
Il Luminare tacque, il disgusto oramai in lui si stava trasformando in una sensazione di formidabile commozione. Avrei voluto chiedergli. Osare delle domande.
Cosa spinge gli esseri umani e cercare un altro essere umano? Cosa spinge le persone a cercare la fonte della loro infelicità? Perché tutto ci spinge verso gli altri anche se sappiamo che saremo respinti ed incompresi? Ma il Luminare aveva daccapo tramutato la sua espressione in disgusto. Ora una nota che si sentiva in sottofondo sembrava averlo irritato oltremodo. Il suo volto era quasi stravolto dal disgusto.
<< Tutto è finzione……..tutto è morte dell’autenticità……. Ma se non riusciamo noi a scovare l’autenticità cosa potremmo chiedere agli altri……..>>
Detto questo l’uomo mi guardò con espressione dolorosa. Si scoprì un capezzolo dall’accappatoio, lo guardò e cominciò a ridere, poi immediatamente dopo a piangere. E così stringeva il suo capezzolo, ridendo e piangendo insieme. Compresi da questo che il nostro colloquio non sarebbe servito a nulla. Non avrei scoperto neanche con lui quale poteva essere la sorte del mio amico, e soprattutto quale era la molla che mi spingeva a cercarlo. Uscì dal grande palazzo, avendo nelle orecchie ancora ossessivo il suono folle del pianto e del riso del Luminare.

Camminai a lungo nella città indifferente. Passai per il luogo dove si stava consumando l’ENNESIMO DUELLO. Questa volta i due erano già avvinghiati, e l’uomo più grande stava ridicolizzando il suo rivale, tenendo premuto al suolo con un solo braccio l’altro, e nello stesso tempo con l’altra mano schiaffeggiandolo. Tutti quanti i presenti erano partecipi, guardavano il duello con grande entusiasmo. Sembrava quasi che in quel momento l’uomo più grande potesse vincere facilmente. Ed invece mentre l’uomo più grande stava schiaffeggiando il suo rivale, una trave cadde dal palazzo ed immancabilmente si abbatté sulle spalle del malcapitato. Questi stramazzò, l’uomo più piccolo ebbe uno scatto felino, gli fu sopra, e dopo averlo picchiato con calci e pugni, infierì sul cadavere. Dopo qualche minuto il solito carretto si fermò vicino al luogo del duello: l’uomo più grande fu afferrato e gettato senza tante cerimonie su di esso. Lo stesso, come ogni mattina, con il suo carico imbarazzante, si allontanò dopo qualche attimo seguito dalle occhiate deluse dei presenti.
Dopo questo ENNESIMO DUELLO, mi spostai verso il centro della città, cercando di spostare le mie ricerche in zone dove fino ad allora non mi ero mai recato. Valutai le facce che incontravo, cercai di scorgere una qualche somiglianza con quello che ricordavo di Urbus. Ma nulla mi aiutava. Attraversai anche il Ponte delle Scimmie. Questi era un ponte in pietra, di stile antico che sovrastava un piccolo corso d’acqua. Su tutto il ponte, aggrappati ai lampioni, e sotto il ponte vi erano delle scimmie dispettose che impedivano di fatto il passaggio a molti passanti. C’era chi si vedeva sottratto il cappello, chi vedeva una scimmia avvinghiarsi alla borsa della spesa e rifiutarsi di lasciarla andare. C’era chi addirittura si vedeva sottratto il portafogli, e doveva rincorrere, senza molto successo per la verità, la scimmia ed il suo portafogli.
Passai di lì, e nonostante una di queste scimmie avesse cercato di sottrarmi la daga, notai che vi era rispetto alla città un ambiente più tranquillo. Il traffico non esisteva, le persone che ci passavano erano pochissime. Rimasi a guardarle per molto tempo. Ritornai poi verso la città ripresi la mie ricerche ma sia il Presidente che il Luminare mi avevano dato delle risposte evanescenti, del tutto inutili per i miei quesiti. Urbus sembrava volatilizzato, e purtroppo il desiderio che mi spingeva alla sua ricerca non si era sedato. Verso sera, sconsolato, dopo aver girato a lungo tornai al ponte delle scimmie e lì rimasi per tutta la notte.



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